mercoledì 30 aprile 2008

Attenti alle “mucche gialle”

Chi vuole acquistare un biglietto per un evento sportivo, teatrale o un ticket / pass di ingresso, in ogni paese del mondo è preda di quelli che noi chiamiamo “bagarini”.

L’origine della parola bagarini è controversa e infatti potrebbe risalire sia dall’inglese bargain “mercanteggiare”, o alla spagnola che suona come “marinaio salariato” o all’arabo baqqālīn nel senso di “venditori al minuto”.

Comunque sia, una sentenza del 2006 della Corte Costituzionale Italiana ha però sancito che non è più reato acquistare biglietti dai bagarini, perché come recita la sentenza “non è comportamento illegittimo da parte dei bagarini acquistare i biglietti e pertanto chi acquista da loro NON commette un reato”.

Bene, anche in Cina esistono quelli che noi chiamiamo “bagarini”, ma in un paese di commercianti e mercanti, questi “professionisti” della rivendita gonfiata dei biglietti degli eventi vengono chiamati in maniera singolare: “mucche gialle”.

Nulla nel nome fa pensare a qualche “anomalo” comportamento se non fosse questo Giallo che non mette in evidenza l’azione commerciale in quanto tale ma il fatto che rivendono qualcosa che non è “prodotto” da loro, utilizzando qualcosa di più simile all’inganno.
Per cui, alla faccia di qualsiasi sentenza civile che ne attesta ora il non-reato in Italia, il nome usato in Cina nasconde una inequivocabile sentenza di tipo morale.

Questo modo di dire spiega quale sia infatti l’idea profonda relativamente alle “reti commerciali”, nelle quali nei diversi passaggi i prezzi vengono “gonfiati”.
Ovviamente ad ogni passaggio il venditore si deve “inventare” qualcosa affinché venga giustificato l’aumento di prezzo che lui è costretto a chiedere. Questa astuzia (l’arte del commerciante) da queste parti viene comparata all’inganno di voler far credere al compratore di turno che esistono sia le mucche normali che hanno un prezzo, ma anche e soprattutto quelle gialle, uniche nel loro genere e rare, con un prezzo quindi ben diverso e più elevato.

Insomma, una occasione unica, irripetibile da non perdere assolutamente!

La definizione data ai “bagarini” si adatta perfettamente a molte delle professioni emergenti in Cina, di quello che comincia essere il nascente terziario, ancora in una fase embrionale.

Per cui da queste parti essere agente assicurativo o consulente finanziario, risulta essere più spesso associato agli “apprendisti stregoni”, visto che nel nascente mercato azionario cinese, i cinesi stanno investendo pesantemente, sicuri di “moltiplicare” le proprie piccole fortune, sulla scia della propria crescita economica.

Ed ecco spuntare come funghi altri “tipi” di pericolose “mucche gialle” come ad esempio i “professionisti” degli investimenti mobiliari, che a fronte della promessa di cospicui ed elevati interessi, superiori ai bassi interessi bancari cinesi, riescono a convincere il malcapitato di turno ad investire tutti i proprio sudatissimi risparmi, per poi vederlo letteralmente sparire con tutto il promesso guadagno e i sogni di una futura vita agiata.

Questo tipo di azione commerciale è chiamato in un secondo modo altrettanto originale: “borsa vuota, prendi il riso” ( Empty bag, take the rice).

Con questo modo di dire i cinesi riconoscono il valore della necessità di investire in ogni operazione commerciale (nulla si crea dal nulla).

Ma molte delle nuove professioni emergenti, soprattutto in campo finanziario, si basano però sulla “speranza” di ricevere di più di quello che si ha, finendo però spesso più per assomigliare alla favola di Pinocchio quando incontrò il Gatto e la Volpe che lo convinsero ad investire i propri soldi piantandoli nella terra.

Ma che nelle trattative commerciali la strategia della “mucca gialla” sia radicata nella società cinese, lo si riscontra in qualsiasi acquisto dove il primo prezzo è spesso più del doppio del prezzo finale con il quale chiudere la negoziazione..

Addirittura il primo prezzo “sparato”, viene definito dal venditore stesso il “fake” price, quello che però , nel gioco di prestigio in corso, deve illudervi che state ottenendo un incredibile sconto sul prezzo reale.

Ovviamente non è mai vero e infatti i cinesi adottano questa tecnica, solo con gli stranieri, che poco sanno distinguere tra i diversi valori, spesso “abbagliati” anche dal cambio così favorevole da rendere appetibili anche sovrapprezzi di parecchie volte quelli realmente accettabili.

Molte delle metafore di carattere commerciale usate in Cina sono ancore oggi tutte di origine contadine, il richiamo ad un antico mai dimenticato buonsenso, nonostante la società cinese sia tutta proiettata verso il futuro di una economia globale che però forse, sulla propria pelle, in questi mesi sta scoprendo la validità di tali moniti del passato e che forse tutti noi bisognava stare veramente attenti alle “mucche gialle”.

sabato 26 aprile 2008

THE REAL VOICE OF CHINA

Sui grandi giornali italiani ed occidentali, troppo spesso vengono pubblicate informazioni e notizie a senso unico, nelle quali l’idea prevalente è quella di voler far passare una sostanziale “negatività” del Sistema Cina nel suo complesso.

Ciò che è peggio è che anche le principali Agenzie Stampa occidentali, invece di limitarsi nel riportare le informazioni ricevute, troppo spesso le commentano con lo stesso taglio editoriale degli altri media, selezionando ciò che va proposto, finendo per “esaltare il peggio” della Cina e “glorificando” chi in questo momento gli si contrappone.

La “fotografia” che se ne trae leggendo tutto questo flusso di informazioni è desolante, soprattutto perché in maniera “unilaterale”, da parte occidentale, la Voce della Cina viene del tutto ignorata e considerata non degna di esserlo.

A questo va aggiunto che vanno evitate “faziose” strumentalizzazioni delle questioni “umanitarie” dietro le quali sembrano celarsi ben altre ambizioni politiche di “fini registi” che puntano, attraverso tutto ciò, di cercare di ridimensionare l’attuale crescente influenza cinese sulle principali questioni economiche e politiche internazionali.

“Banale” e triste è pertanto la strumentalizzazione di queste ore da parte delle “intellighenzie” occidentali ( e di molti politici in cerca di “facili” consensi) delle Olimpiadi, quale strumento di pressione politica, in “violazione / sfregio” dello spirito Olimpico originale, quello dell’antica Grecia, indiscutibilmente la fondatrice e la “Madre spirituale” di questa manifestazione, spirito originale al quale gli stessi cinesi, correttamente, si stanno richiamando in questi mesi.

Le Olimpiadi in epoca antica, erano infatti il momento nel quale “tutte le guerre venivano sospese”, diventando un momento di “confronto leale” tra nazioni, su base metaforica, dove al vincitore veniva dato un premio “simbolico” ma dal valore universalmente riconosciuto.

Oggi dobbiamo ricordarci di tutto questo prima di qualunque presa di posizione “contro”, invitando tutte le parti a “sospendere” qualsiasi azione che ne danneggi lo “spirito originale”, per viverne la sua preparazione e le 3 settimane olimpiche quale momento di vera “pace” tra i popoli, lo spazio per aprire quei dialoghi tra le persone affinché, dopo le Olimpiadi, il “buon senso del dialogo continui e prevalga”.

Detto questo, da oggi pubblicherò i resoconti delle conferenze stampa del Ministero Affari Esteri Cinese, in modo che chi sente l’esigenza di sapere veramente come le cose stiano realmente andando, possa accedere anche a questa parte “fondamentale” di informazione, senza filtri o peggio, interpretazioni di terzi.

lunedì 21 aprile 2008

Picture of the day


giovedì 17 aprile 2008

MSN LOVE CHINA

Oggi, collegandosi al proprio Messanger, non può passare inosservato il fatto che lista dei contatti cinesi ( ma non solo) abbiano ora tutti con lo stesso Nickname: (L) LOVE CHINA.

Attraverso un passaparola partito lunedì dal sito 5Sai.com, nato come una delle proposte in votazione tra le iniziative suggerite per supportare le prossime Olimpiadi, come era inevitabile, si è poi diffuso attraverso tutta una serie di mailing list su tutta la rete cinese.
Il risultato è che in queste ore gli internauti cinesi si passano il seguente messaggio:

“Add "(L) China" in front of your MSN name. The (L) will appear on screen as a red heart”.

Questa “protesta” simbolica, un segnale di “pace” condiviso dal popolo della rete cinese è in reazione ai molti, troppi attacchi subiti dal proprio paese attraverso i media occidentali e ai “ventilati” boicottaggi di molte nazione in vista delle prossime Olimpiadi,.

Oggi, poco più di 4 milioni di cinesi ( e non solo), hanno ora questo messaggio come proprio Nick Name, un messaggio che travalica il comprensibile patriottismo del momento, cercando di essere un concreto invito affinché la si smetta nel continuare a rappresentare la Cina come fino ad ora fatto dai diversi media occidentali.

In particolare nel mirino della critica degli internauti vi è CNN, accusata con tanto di prove filmate, di “storpiare” la verità su quanto realmente accaduto.

Quello che sta succedendo nel inter-mondo cinese è interessante anche per un altro aspetto. I cinesi anche grazie a questo passa parola, si stanno informando e stanno prendendo coscienza di quanto accaduto in Tibet, anche perché la linea stessa del governo cinese sembra essere, in queste ore, quella di dare ampio spazio ai fatti tibetani, cercando di fornire tutte le informazioni in loro possesso, rispondendo punto su punto alle dichiarazioni / affermazioni che appaiono sui media occidentali.

Ma il fatto che in massa stiano ora rispondendo con un cuore chiamato “Love China” fa capire quale sia la propria posizione ANCHE DOPO aver appreso quello che molti media occidentali ancora vogliono fare credere sia tenuto segretamente nascosto dalle autorità cinesi.

Da tempo infatti non è più così. Da tempo i cinesi sanno quanto noi stessi sappiamo sulla questione tibetana.

Il problema sembra ora essere la continua ostinata convinzione occidentale, che tutto il torto stia dalla parte cinese, basata sul sensazionalismo e le manifestazioni mediatiche, oltretutto spesso realizzate con clamorosi “falsi”, dimostratisi ampiamente tali.

Forse questi “cuori cinesi” dovrebbero aiutarci a comprendere la “reale posizione” del cinese medio in questo particolare periodo storico, farci “aprire” gli occhi a noi occidentali, su un mondo globalizzato che spesso travalica le nostre “utopie”.

Aiutarci a comprendere come forse sarebbe più costruttivo evitare facili semplicistici approcci e sommari giudizi, cercando invece di guardare le cose con una prospettiva più realistica e concreta di quella troppo spesso utilizzata in questi mesi sui media e dai movimenti di opinione occidentali, affinché si contribuisca realmente a trovare una soluzione ad un problema complesso come quello Tibetano e non trasformarlo nella causa di problemi ancora peggiori.

giovedì 10 aprile 2008

Il “trappolone” olimpico

Vedendo come i fatti del Tibet si stanno sviluppando e gli “attacchi” preparati al passaggio della fiaccola olimpica, non ultimo l’incredibile “spegnimento” di Parigi, appare sempre più plausibile che i cinesi, nell’accettare di organizzare i Giochi Olimpici del 2008, senza volerlo, siano finiti in un “trappolone” delle proporzioni ancora tutte da valutare.

Nell’assumersi tale responsabilità nel 2001, oltre all’onore connesso alla manifestazione, i cinesi hanno accettato anche il rischio di vedere strumentalizzato o peggio “politicizzato” il grande spazio mediatico che le Olimpiadi offrono a chiunque, così come la possibilità di subire “attacchi alla propria immagine” politica e sociale, faticosamente costruita in questi decenni di apertura alla comunità internazionale.

Ma forse i cinesi, in sede di approvazione CIO, non compresero fino in fondo a quale gioco si sarebbero potuti “prestare” per una candidatura fatta passare nonostante, già allora, avesse un “apparente” parere generalizzato di segno contrario. Ora forse questa “azione” trova una sua spiegazione e una sua logica: tendere una trappola alla Cina!

E’ evidente che la ricorrenza tibetana, che sembra aver scatenato i disordini dei giorni scorsi, fosse da tempo nel calendario di molte, troppe persone ed organizzazioni internazionali di vario genere e colore, per non rappresentare un “appuntamento annunciato”.

Basti solo ricordare come nei giorni che l’hanno preceduta alcuni fatti appaiono ora segnali “premonitori” tra loro strettamente connessi: il vorticoso “tour de force” del Dalai Lama in giro per il mondo, con incontri politici a vari livelli, compresi quelli con il Presidente Bush e la Cancelliera Merkel; il blocco navale cinese che ha impedito l’ingresso di una squadra navale militare americana nelle acque di Hong Kong, lasciando così a “bocca asciutta” le migliaia di parenti in attesa da ore, nonostante la stessa squadra navale avesse precedentemente ricevute tutte le necessarie autorizzazioni dalle autorità cinesi.

All’esterrefatto ammiraglio americano che credeva in un “errore” di comunicazione e chiedeva lumi ai vertici cinesi, fu rimarcato come tale azione fosse esplicitamente da collegare agli incontri del Presidente Bush con il Dalai Lama e quindi un “segnale diretto” alla amministrazione Americana.

Tutto quello che sta accadendo sembra però uscire dal copione di un film, con una serie di azioni spesso prevedibili, copione che però sembra scritto ben lontano dallo stesso Tibet e dalle stesse strade dove la fiaccola olimpica è passata e passerà nei prossimi giorni.

Dispiace assistere a questo “linciaggio” morale quotidiano ai danni della Cina e del suo popolo, così come vedere i media occidentali tutti “pollice verso” e diventati strumenti / vetrina, di un oramai evidente tentativo occidentale di voler dare una “spallata” all’attuale assetto politico cinese, utilizzando le Olimpiadi quale strumento e grimaldello decisivo, una euforia ed aggressività ormai spesso “fuori dalle righe”, una esaltazione di piazza quasi si volesse assistere alla replica del “muro di Berlino”.

Peccato veramente, anche perché la Cina da tempo ha iniziato la strada verso un futuro diverso e ha già attivato profondi e radicali cambiamenti interni che però necessitano di tempo per svilupparsi.

Il Tibet poi, sembra essere più una buona “scusa” che il reale problema da risolvere.

Forse queste Olimpiadi sono arrivate “troppo presto” per essere un momento di condivisione con il mondo intero di una rinascita, pacifica e condivisa del “paese di mezzo”.

Speriamo solo che questo astio non degeneri in ulteriori e più gravi azioni e si apra quel dialogo necessario ed auspicabile tra le parti affinché si trovi una soluzione, dialogo che non passa dal “muro contro muro” o dalle dichiarazioni di boicottaggio di alcuni politici di queste ore che sembrano più un arma elettorale interna che un reale tentativo di contribuire ad una costruttiva soluzione.

Ma soprattutto, per favore, lasciamo fuori qualunque tipo di violenza. Non è la soluzione per nessun tipo di problema, soprattutto in questa delicata situazione internazionale.

sabato 5 aprile 2008

Tibet: qualche riferimento storico ... per cercare di capire

TIBET: La storia dal Medioevo ai giorni nostri
Rimangono poche testimonianze delle origini del Tibet, si sa però che inizialmente era popolato solamente da pastori nomadi provenienti dall'Asia centrale.
La storia del Tibet come nazione inizia con la nascita del Re Tho-tho-ri-Nyantsen nel 173 a.C. In quel periodo la religione praticata era di tipo sciamanico, detta anche Bön.
Del periodo si può ancora ammirare il castello-monastero di Yumbulakhang, nei pressi di Tsedang. Colui che venne considerato come il vero fondatore del Tibet è "Re Songsten Gampo XXXIII" della dinastia di Yarlung. Nato nel 608 d.C., il Re decise di fare diventare Lhasa la capitale del Tibet, fece costruire lo Jhorkang e introdusse per primo la religione buddista nel regno.

IL TIBET FINO AL VII SECOLO
L’origine della storia tibetana si confonde nel mito e nella leggenda. Secondo la tradizione tramandata oralmente, il popolo tibetano discende da Avalokiteshvara (Cenresig in tibetano), un essere illuminato la cui qualità principale è la compassione, e dalla dea Tara, che nella tradizione buddista rappresenta l’attività illuminata di tutti i Buddha.
Avalokiteshvara si manifestò come uno scimmione disceso dal cielo e si unì, nella valle di Yarlung, con la dea Tara che era risalita dalle viscere della terra assumendo in quell’occasione l’aspetto di un’orchessa.
Da loro discese la stirpe dei tibetani, un popolo originariamente rozzo e selvaggio costituito da tante tribù e senza un sovrano.
127 a.C. il re indiano Rupati, sconfitto in una della furiose battaglie descritte nel poema epico indiano, la Mahabarata, fuggì dall’India rifugiandosi nella valle di Yarlung. I tibetani lo considerarono un essere divino e lo proclamarono re; lo chiamarono Nyatri Tsenpo e la sua discendenza governò il Tibet per quaranta generazioni.

La dinastia che ebbe inizio nella valle di Yarlung, prescindendo da quali siano state le sue esatte origini, formò un vasto regno arrivando a confrontarsi e conquistando vasti territori ai danni dei regni dell’Asia centrale e dell’impero cinese.
L’indole di questo popolo era decisamente selvaggia, mancava di cultura scritta e prediligeva tra ogni valore la forza e l’indomabilità in guerra.
Erano combattenti temutissimi, chiamati dai cinesi “musi rossi” perché per rendere più tremendo il loro aspetto usavano colorarsi il volto con della terra rossa.
La loro strategia militare era semplice, attaccavano a ondate: finché l’ultimo loro uomo della prima linea non era morto la seconda linea aspettava, e così via.
Nelle tribù tibetane di quei tempi era considerato un disonore diventare vecchi, poiché era visto come un segno di codardia, e quando moriva un re venivano seppelliti con lui le sue donne e tutti gli amici più cari.
La religione diffusa nel territorio era il Bön che si basava sulla convinzione di una stretta interdipendenza tra l’uomo e la natura.
Parte della cultura Bön, sebbene profondamente trasformata dal contatto successivo col buddismo, è ancora presente fra i tibetani.

La tradizione orale tramanda che verso il IV secolo cadde dal cielo uno scrigno prezioso contenente dei testi buddisti, un piccolo stupa (reliquiario) e il mantra Om Mani Padme Hum. Il sovrano Lhathothori sarebbe stato dunque il primo tibetano a venire a contatto con l’insegnamento buddista; non comprese il senso dei testi, né degli oggetti, ma si narra che provò una grande devozione verso quelle reliquie.

INTRODUZIONE DEL BUDDISMO IN TIBET
La storia propriamente conosciuta e documentabile del Tibet inizia con il re Songtsen Gampo, che regnò dal 618 al 649.
Egli unì molte tribù tibetane perennemente in guerra tra loro, accrebbe ulteriormente le sue conquiste territoriali e la sua potenza militare gli fece guadagnare matrimoni di alleanza.
Oltre alle sue mogli tibetane Songtsen Gampo infatti sposò due principesse di religione buddista: una nepalese, la principessa Bhrkuti, e una cinese, la principessa Wengchen, che ebbero grande influenza su di lui.
Il nome Bhrkuti in lingua nepalese significa “dalle sopracciglia aggrottate”: voleva forse indicare il disappunto della principessa ad abbandonare la fiorente vallata di Katmandu per andare in sposa ad un rozzo barbaro.
Si dice che anche l’imperatore cinese fosse assai restio ad imparentarsi con un re tibetano, ma di fronte alla minaccia di un’invasione si convinse ad offrire a Songtsen Ganpo una principessa di sangue reale.
Nelle saghe e teatro tibetani ancora oggi si riscontrano storie e leggende che narrano di come il re tibetano, grazie ad alcuni stratagemmi, riuscì ad ottenere la mano di Wengchen.
Secondo le cronache tibetane la principessa cinese introdusse nel paese il baco da seta, il mulino da macina, il vetro, l’alcool di riso, la carta e l’inchiostro. Le due spose di Songtsen Ganpo sono tuttora venerate come coloro che per prime introdussero il buddismo in Tibet e per i devoti tibetani esse furono una manifestazione terrena di Tara verde e Tara bianca, divinità protettrici del paese.
Nella storiografia buddista anche il sovrano viene ricordato come un grande essere illuminato; ma ai tempi di Songtsen Ganpo la religione autoctona bönpo aveva molti convinti seguaci sia tra i nobili che tra il popolo e l’introduzione del buddismo non fu priva di conflittualità.
Nella storiografia bön infatti i grandi sovrani tibetani di questo periodo sono presentati con un pessimo volto: Songtsen Ganpo è ricordato come l’assassino del re Ligmirhya, che era sovrano di Shang Shung, la patria del Bön nel Tibet occidentale; e Tritsong Detsen come il persecutore della religione Bön.
Tramite le due regine dal Nepal e dalla Cina vennero portate le prime immagini di Buddha, tra cui la famosissima statua di Jowo Rimpoce, tuttora custodita e venerata nel tempio del Jokhang a Lhasa.
Il sovrano divenne buddista e decise di introdurre questa religione in Tibet. Fece costruire diversi templi a Lhasa e in altri luoghi ed inviò in India il suo consigliere Thonmi Sambota a studiare la lingua sanscrita.
Per desiderio del sovrano furono codificati l’alfabeto e la grammatica tibetana utilizzando come modello il sanscrito: nasceva così la lingua tibetana scritta, caso unico nella storia del mondo di una lingua scritta formulata da eruditi e creata specificamente per poter trascrivere nella fonetica tibetana i sottili significati espressi nei grandi trattati di filosofia buddista che erano conservati dalle grandi università monastiche indiane.
In India si scriveva sulla scorza di betulla o su foglie di palma, ma poiché i tibetani conoscevano l’arte della fabbricazione della carta, appresa dai cinesi, pur restando fedeli alla presentazione tradizionale dei testi racchiusi tra due tavolette di legno, al posto delle foglie adottarono i fogli di carta.
Il sovrano del Tibet fece tradurre i primi testi buddisti e cominciò la costruzione del Potala a Lhasa; ma le attuali maestose dimensioni del palazzo risalgono ai lavori di ampliamento eseguiti nel XVII secolo dal V Dalai Lama.
Il re Tritson Detsen (765 – 804), discendente di Songtsen Ganpo, decise di dare ulteriore impulso alla diffusione degli insegnamenti buddisti nel Paese delle Nevi. Invitò i più eminenti maestri indiani dell'epoca (Upadhyaya, Santaraksita, Vimalamitra, Santigarbha, Dharmakirti, Buddhaguhya, Kamalashila, Vibuddhasiddha ed altri) per lavorare in collaborazione con i maestri tibetani nella traduzione dei testi e nella diffusione della religione.
I Pandit (eruditi) dell’India ed i Lotsawa (traduttori) tibetani trasposero fedelmente i testi sacri dal sanscrito in tibetano e grazie a questo sforzo le tre suddivisioni principali del Tripitaka, o Canone buddista (formato da Vinaya, Sutra e Abhidharma), che costituiscono l'intero corpo degli insegnamenti di Gautama Buddha, iniziarono a divenire accessibili nella lingua tibetana.
In questo periodo nel monastero di Samye si svolse un celebre dibattito dove venne deciso l’indirizzo filosofico che avrebbe preso il buddismo tibetano, quando si incontrarono per un confronto i monaci cinesi rappresentanti del Chan guidati da Heshang Mahayana e i monaci indiani guidati dal maestro Kamalashila, discepolo di Santaraksita, rappresentanti della visione Madyamika (la via di mezzo).
La scuola indiana fu quella prescelta, e da quel momento gli insegnamenti della Madyamika sono diventati la fonte d’ispirazione che ha plasmato la cultura del Tibet fino ad essere così profondamente assimilati da diventarne la vera essenza.
In questa fase ebbe un ruolo importante Santarakshita, abate della rinomata Università monastica indiana di Nalanda, uno dei maestri buddisti più eruditi, che consigliò al re di invitare dall’India un maestro dalle doti particolari, molto adatte a convincere i tibetani. Si trattava di un colto maestro tantrico celebre per le capacità taumaturgiche, gli eccezionali poteri psichici e rinomato per i suoi esorcismi: Guru Padmasambhava, il cui nome significa "nato dal loto".
Si racconta infatti che nacque miracolosamente da un fiore di loto sulla superficie del lago Danakosa in Uddyana, mitica terra di maestri tantrici e Dakini (le "Danzatrici del cielo”), un luogo che è stato identificato nell’attuale regione dello Swat in Pakistan. Ma è pressoché impossibile distinguere il personaggio storico (o i personaggi storici) dalle innumerevoli leggende che lo circondano. Padmasambhava introdusse il buddismo tantrico (Vajrayana) in Tibet; venne chiamato Guru Rinpoce ("Maestro prezioso") e la sua effigie è rappresentata in quasi tutti i monasteri.
Padmasambhava riunì una squadra di traduttori sotto la direzione del suo discepolo tibetano Pagor Vairocana ed ebbe venticinque discepoli principali, tra cui lo stesso re Tritson Detsen, che ottennero alte realizzazioni spirituali e dettero inizio ai “lignaggi di trasmissione” ovvero alla trasmissione orale diretta maestro-discepolo, caratteristica delle scuole buddiste Vajrayana.
Il periodo dei re Songtsen Gampo, Tritson Detsen e poi di suo nipote Tri Ralpa Chen è noto come l'epoca della "Prima diffusione della Dottrina", o “Periodo d’oro dei sovrani religiosi” di cui il momento emblematico fu la costruzione del primo monastero tibetano di Samye (767), che divenne il modello di riferimento per le successive architetture monastiche.
Alla edificazione di Samye sembra abbia partecipato lo stesso Padmasambhava eseguendo personalmente i riti di purificazione del sito, con una danza che per i tibetani fu il seme da cui trae origine la grande tradizione dei Cham, i celebri festival eseguiti con costumi, maschere e musiche rituali.
La rapida diffusione del buddismo in Tibet trovò delle resistenze soprattutto da parte della nobiltà e del clero Bön, la religione preesistente. Il successore di Trisong Detsen, Ralpa Chen (817 – 863), volle continuare l’opera di diffusione del buddismo iniziata dal padre: stabilì che le famiglie nobili dovessero occuparsi del mantenimento dei monaci, fece costruire molti monasteri e proseguì l’opera di traduzione dei testi indiani.
Ralpa Chen fu fatto uccidere nell’ 863 dal fratello Langdarma che gli succedette e si oppose alla diffusione degli insegnamenti buddisti.
Fu ristabilito il culto Bön e cominciò una crudele persecuzione che rese Langdarma sinonimo di tutto ciò che per i tibetani è malvagio.
Soprattutto nel Tibet centrale molti monaci vennero uccisi e i monasteri distrutti o confiscati. La successione della trasmissione orale diretta degli insegnamenti (lignaggio) di Padmasambhava fu mantenuta in vita da alcuni meditatori che, nei loro eremi sperduti tra i monti, praticarono e trasmisero ai loro discepoli l’insegnamento tantrico e conservarono scrupolosamente tutti i testi tradotti. Molti adepti si rifugiarono nelle regioni del Kham e dell'Amdo, altri si recarono in India.
Langdarma fu ucciso a Lhasa da un monaco buddista travestito da sacerdote Bön; seguì una guerra civile per la successione al trono che non ebbe un esito preciso ed il Tibet rimase per più di tre secoli privo di un re legittimo che fosse riconosciuto da tutte le famiglie feudali.
L’impero si disintegrò in tanti piccoli staterelli autonomi e la cultura tibetana ebbe un periodo oscuro. Il punto focale della cultura buddista tibetana si spostò verso le regioni più occidentali del Tibet, in Ladakh, Zanskar e Spiti.
Sotto il regno di Trisong Detsen, col arrivo di Padmasambhava, il buddismo diventa religione di stato per prima volta.
1042: assieme al grande maestro indiano Atisha, arrivano il Tibet una serie di maestri e saggi che diffondono di nuovo il buddismo nel paese.
1072: nacque il grande monastero di Sakya, sede della omonima setta "Sakya-pa", che avrà un ruolo importante nella storia del Tibet.
1239: in seguito all'invasione delle truppe mongole giudate da Kulblai Khan il potere centrale passa da Lhasa a Sakya.
1391, nasce Gedun Khapa, il I Dalai Lama.
1624-63 Missionari Gesuiti arrivano nel Tibet occidentale.

IL GOVERNO DEL DALAI LAMA
Il V Dalai Lama, Lobsang Gyatso (1617 –1682), conosciuto come "Il Grande quinto", unificò le fazioni feudali e cercò di raggiungere un equilibrio tra le scuole limitando i privilegi dei Ghelugpa. Diffuse nel paese cure mediche ed istruzione, viaggiò, insegnò molto e diede una costituzione all’organizzazione religiosa.
Il grandioso palazzo del Potala fu costruito durante il suo regno ed è il simbolo della potenza del Tibet di allora, quando Lhasa era il fulcro della civiltà del buddismo Mahayana Vajrayana ed i monaci di tutte le regioni aspiravano ad essere ammessi alle sue tre famose università.
1652: il V Dalai Lama fu accolto a Pechino su invito dell’imperatore della Cina che lo accolse come suo pari.

Il V Dalai Lama era così venerato dai tibetani che i reggenti ne tennero nascosta la morte per 15 anni temendo un ritorno alle guerre civili.
Così il VI Dalai Lama era già un adolescente quando salì al trono. Tra la sorpresa generale, il VI Dalai Lama rifiutò l’ordinazione monastica ed insegnò seduto tra la gente.
Di animo estremamente sensibile fu autore di numerose poesie d’amore che appartengono alla letteratura poetica del Tibet. I suoi scritti possono essere interpretati sia come sonetti dedicati all’amata che come esperienze di estasi spirituale.
Tuttavia, senza un abile capo politico, Lhasa divenne preda contesa tra Cina e Mongolia.
1670-1750: l'impero Cinese conquista il Tibet orientale e Lhasa ed instaurò il suo protettorato sul Tibet.

Il VII (1708-1757) e l’VIII (1758 –1804) Dalai Lama furono eminenti eruditi ed autori di testi filosofici di grande valore, ma si dedicarono esclusivamente alle pratiche spirituali lasciando l’amministrazione politica nelle mani dei politici laici.
I loro successori dal IX al XII vissero pochissimo, non più di 21 anni, e la figura del reggente assunse un ruolo di sempre maggior rilievo.
1716:con l'arrivo del Gesuita Ippolito Desideri a Lhasa, iniziano i primi contatti con l'occidente.

1774:la prima missione britannica entra in Tibet, seguita dalla invasione Nepalese, che viene fermata grazie all'aiuto delle truppe cinesi chiamate in aiuto dai tibetani.

Quando nacque il XIII Dalai Lama, nel 1876, il Tibet era un paese a rischio; da una parte gli amministratori britannici, coinvolti negli intrighi di potere in tutta l’Asia centrale, cercavano di assumere il controllo anche del mercato tibetano, dall’altra i cinesi esercitavano una politica espansionistica.

1904: una spedizione militare di truppe del Regno Unito invade il Tibet arrivando fino a Lhasa e costringendo il Dalai Lama a fuggire in Mongolia (alleato del Tibet) e poi si recò in Cina dove assistette all’incoronazione dell’ultimo imperatore.
Dopo cinque anni di occupazione militare, gli inglesi giunsero ad un accordo con i tibetani ed abbandonarono Lhasa.
1910: truppe del impero Cinese occupano parte orientale del Tibet conquistando anche Lhasa.
1912: il Dalai Lama riprende il pieno potere in Tibet senza alcun influenza estera.

1933: alla morte del XIII Dalai Lama, Tensing Gyatso diventa il XIV Dalai Lama. A soli 18 anni di età nel 1940, all'attuale Dalai Lama, vennero conferiti i poteri spirituali di capo della comunità buddista del Tibet.

1949, Mao Tsedong a Pechino, proclamò la fondazione della Repubblica Popolare della Cina.
1950 il Dalai Lama fugge in esilio verso il Sikkim, ma poco dopo ritorna a Lhasa in seguito agli aco.
1951:La Cina che nel corso della storia da sempre aveva considerato il Tibet parte del Impero invade il Tibet e a Lhasa su richiesta di rappresentanti governativi tibetani.
Le autorità Cinesi inizialmente non interferivano nella politica interna del paese, lasciando il governo tibetano ad esercitare il suo potere.
Ma successivamente la situazione deteriora.
1959: il Dalai Lama decide di fuggire in India seguito dall'elite feudale e i monaci temendo l'aria di rivoluzione che spirava dalla Cina. Gli unici che rimasero nel paese furono i poveri.
1964: la Cina dichiara formalmente il Tibet "Provincia Autonoma del Tibet" della Cina.

mercoledì 2 aprile 2008

Tutti a Beijing .. senza paura..Liberi di viaggiare..

In questi giorni, parlando con alcuni amici sulle vacanze che stanno organizzando per la prossima estate, apprendo che alcuni di loro avrebbero desiderato venire in Cina per assistere ai Giochi Olimpici per poi prendersi qualche giornata e poter completare la visita anche di altre città cinesi.

La maggioranza di loro però alla fine ha rinunciato per una ragione che li accomuna, del tutto “campata per aria”, da parte delle Agenzia di Viaggio Italiane a cui si erano rivolte: “il viaggio è tutto organizzato dai cinesi a scatola chiusa, non si è liberi di scegliere gli itinerari”.

Nulla di più falso!!.

Peccato che questa “storiella” faccia ancora presa, dato che nella mente dei più, la Cina è ancora un paese chiuso, dove gli stranieri non possono muoversi senza sottostare alla approvazione restrittiva delle autorità cinesi. Bene, da molto tempo ciò è totalmente FALSO.

A parte alcune (poche) aree dove per ragioni, diciamo di “ordine pubblico” che non sto qua a ricordare, l’ingresso agli stranieri è sconsigliato o anche impedito, tutto il resto della Cina è libera meta per qualsiasi tipo di turista, anche il “fai da tè”.

Quindi durante i Giochi, a nessuno straniero sarà impedito di andare a Beijing. Semmai il problema vero è che in quelle giornate trovare un posto letto sarà alquanto difficile, così come trovare un biglietto per le cerimonie di apertura e chiusura.

Spazi esistono per le altre specialità “minori” ma occorre venire qua per sperare di trovare qualcosa di disponibile.

La situazione di Beijing non sarà quindi tanto diversa da quella di Milano, Parigi o Londra nelle giornate della Moda o dei principali eventi fieristici.

Detto che si è liberi di venire in Cina in ogni momento, semmai un problema pratico, una volta arrivati, è un altro: a differenza di quando si viaggia in Europa o Usa, un turista medio alla conquista della propria avventura, magari vissuta alla giornata, può trovare una ben diversa barriera, quella “linguistica” che, anche nella grandi città, può finire per impedire anche le cose più elementari.

Ma questo non centra nulla con la libertà di movimento di cui si può godere quando si entra in Cina.

I pacchetti turistici cinesi sono creati dai cinesi, perché formalmente il mercato turistico cinese è ancora ufficialmente chiuso per le aziende turistiche non cinesi. Ma questo non vieta ad una agenzia viaggi italiana di venire in Cina e concordare con una controparte cinese viaggi ad hoc e diversi tragitti, in modo da consentire ai propri clienti Italiani di scoprire la “vera Cina”.

Detto questo, è quindi sicuramente consigliato organizzarsi affinché, trovata una guida locale o una agenzia viaggi Cinese, si possa con essa fare quello che si fa nel girare qualsiasi altro paese occidentale.

Questo anche perché i pacchetti turistici in vendita dalle nostre parti sono spesso “massacranti” e stile alla giapponese del “vedi, fotografa e passa oltre”, un approccio poco consono per un turista italiano spesso più incuriosito ad approfondire e cercare di entrare in contatto con questa dimensione così diversa dalla nostra, andando oltre la semplicistica fotografia di rito, stile “Americano a Roma” di fronte al Colosseo.

Sarete così liberi di scegliere i vostri itinerari, anche da un giorno all’altro. Le procedure di segnalazione agli enti di polizia sono infatti automatizzate e quando soggiornerete in un albergo, come del resto anche da noi, sarà l’albergo stesso a segnalare la vostra presenza agli organi preposti di polizia.

Ma state tranquilli, nessuno vi chiederà quale sarà la vostra prossima meta, lasciandovi così intatto il “piacere della scoperta” di un paese che offre soprattutto fuori dagli itinerari canonici il proprio meglio, ma che proprio a causa di questa scarsa professionalità di molte agenzie di viaggio italiane e a causa di molti preconcetti duri a morire, restano prerogativa solo dei cinesi.

Esiste una sola richiesta formale inderogabile che vi verrà fatta al momento della richiesta del visto turistico: presentare il biglietto di andata e ritorno, testimonianza concreta della vostra intenzione di tornare e raccontare delle bellezze e delle esperienze da voi vissute nel profondo Far East.

sabato 15 marzo 2008

Tibet:Situazione delicata. Prevalga il buon senso.

Nel giorno della rielezione di Hu Jintao alla carica di Presidente Cinese e di tutti i leaders del Governo Cinese, dal Tibet giungono le notizie dei disordini di piazza e incominciano a rincorrersi le “versioni” su quanto accaduto realmente.

Un fatto è certo, il Tibet è considerato dal Governo cinese in carica parte integrante della Cina, ergo qualsiasi tentativo di “staccarlo” verrà gestito come atto di terrorismo e di attacco alla unità dello stato.

Il Dalai Lama per il governo cinese è un sovversivo e il presunto governo in esilio tibetano non può essere riconosciuto, in quanto esiste solo quello in carica, che già gestisce la Regione Autonoma del Tibet.

Date queste premesse si vede come la questione del Tibet rischia di essere come il paradosso del “cammello attraverso la cruna dell’ago”.

I monaci buddisti, appare ora chiaro, forti anche del “precedente” della vicina Birmania, stanno facendo tutto il possibile per utilizzare la “Leva” delle Olimpiadi e sovvertire una situazione da decenni in via di normalizzazione, cercando di ottenere l’intervento della comunità internazionale.

La questione è però molto più delicata di quello che appare, visto il sopraggiungere di un secondo pericoloso appuntamento: il referendum del 20 marzo per l’adesione di Taiwan all’ONU, in sintesi, il riconoscimento della propria indipendenza dalla Cina da parte della comunità internazionale, un'altra “mina vagante” per il governo cinese.

Detto questo è chiaro che i cinesi non possano considerare i manifestanti come dei semplici pacifici protestanti, ma dei sovversivi e basta anche se dei semplici monaci.

Inoltre il Dalai Lama, da giorni sta agendo da “capo popolo”, fornendo la propria sponda internazionale per l’azione di queste ore che sta cercando di arrivare alla indipendenza del Tibet.

Dalle premesse sembra quindi non ci sarà spazio per alcuna mediazione, oltre alla promessa “clemenza” di queste ore, in grado di evitare l’estendersi degli scontri.

Appare altrettanto chiaro che per quanti intendono cercare l’indipendenza del Tibet quella attuale è l’ultima carta da giocare, sperando nell’effetto Olimpiadi con il crescere della tensione nell’area.

Ma qua bisogna fare i conti con la storia. I cinesi non ragionano su tempi brevi.

Sicuramente i fatti Tibetani potranno anche sfociare in “guerra aperta”, ma mai il governo cinese riconoscerà il diritto di alcun intervento internazionale, visto essere considerata solo una questione interna.

Bisogna fare i conti con questo punto di vista e pertanto non “tifare” alcuna sconsiderata protesta di piazza che cerchi in “tempi rapidi” alcuna soluzione pro-indipendenza.

Il ragionamento va fatto su tempi più lunghi, con ad esempio la proposta di una ancora maggiore autonomia, nello spirito di “un unico stato, due sistemi”, che ha già dato ottimi risultati sia ad Hong Kong che Macao e che potrebbe essere la strada per la soluzione anche della pericolosa situazione di Taiwan.

Pur comprendendo la posizione dei Tibetani che non si riconoscono nel governo Cinese, occorre però vedere le cose con la giusta prospettiva, invitando a non confondere la politica con la religione.

I cinesi hanno poche ma chiare posizioni in merito e se da un lato sono disposti a cercare di trovare una pacifica convivenza nella regione tra le diverse etnie, dall’altra non sono disposti a mescolare le aspirazioni politiche di qualcuno con quelle religiose o etniche.

Il Tibet storicamente è stato conquistato dalla Cina negli anni post bellici.

Adesso bisogna solo sperare che, Dalai Lama in testa, si eviti lo scontro frontale, cercando invece quel dialogo, affinché prevalga la via di una collaborazione e di una pacifica convivenza futura.

Altre aspirazioni, rischiano di portare solo pericolosi contraccolpi che difficilmente rimarranno circoscritti alle sole “alte” lontane terre tibetane.

mercoledì 12 marzo 2008

Era ora!

Ieri negli USA è stato pubblicato il rapporto del Dipartimento di Stato Americano , relativamente alla lista “nera” dei paesi che violano i diritti umani nel mondo.

La notizia è che la Cina non è più inserita in questa lista, mentre sono stati aggiunti Siria, Sudan ed Eritrea.

In questo rapporto la Cina è stata invece inserita nella lista di quelli che gli americani definiscono “Paesi autoritari in piena riforma economica che hanno vissuto cambiamenti sociali rapidi ma non hanno avviato ancora riforme politiche e continuano a negare ai propri cittadini i diritti dell’Uomo e le libertà fondamentali».

Il messaggio di Washington alla Cina arriva con un tempismo perfetto, visto che in questi giorni si sono aperti i lavori del NPC e CPPCC, il parlamento cinese, con all’ordine del giorno proprio le “riforme politiche” citate dagli americani.

Ma per capire cosa sia successo, occorre fare un passo indietro a qualche giorno fa.

Mai come in questo periodo esistono i rischi che una delle molte crisi locali (Iran, Kosovo, Nord Corea, Taiwan ..) si trasformi nella “scintilla” di un pericoloso effetto domino a livello mondiale, dalle conseguenze difficilmente prevedibili.

Il continuo dialogo tra le parti, risulta quindi essere l’unico modo per cercare di mantenere “sotto controllo” tali pericolose situazioni e cercare con ostinazione soluzioni solo diplomatiche.

Su questa lunghezza d’onda si erano quindi svolti gli incontri di fine febbraio tra il Segretario di Stato Americano, Condoleezza Rice, il presidente cinese Hu Jintao e il premier cinese Wen Jiabao.

Andando oltre le frasi di circostanza e quale esempio di “pratica” diplomazia costruttiva, le due potenze hanno potuto “verificare” faccia a faccia, il rispettivo punto vista sulle diverse emergenze in corso nel mondo.

Ma due questioni in particolare sono state al centro di questi incontri: Corea del Nord e referendum di Taiwan.

Il Segretario di Stato Americano, che nei giorni precedenti aveva chiesto ai cinesi di esercitare sulla Corea del Nord, la “propria capacità di persuasione” affinché il piano di smantellamento degli impianti di arricchimento per l’uranio seguisse date certe e rapide, è andata di persona a Beijing a portare il proprio messaggio.

Contemporaneamente i cinesi hanno anche “incassato” l’appoggio Usa sulla spinosa questione di Taiwan, visto che il suo Segretario di Stato ha dichiarato di essere “fortemente contraria” al referendum di ammissione di Taiwan all’ONU, in programma il 20 marzo prossimo, preferendo ad esso una pacifica soluzione diplomatica.

Coerentemente e naturale seguito di questa concreta reciproca apertura tra le due super potenze, il rapporto pubblicato ieri, mette “ordine” dal punto vista ufficiale, sulla posizione del Governo USA relativamente alle spinose questioni dei diritti umani, riducendo quella “ambiguità di fondo” sottolineata dai leaders cinesi alla Rice nei loro incontri di Beijing.

Questo passo contribuirà non poco ad una sempre crescente normalizzazione dei rapporti tra i due paesi.

Ma non solo. E’ un atto importante, utile anche a “stemperare” la crescente, strumentale tensione che sta aumentando in questi giorni e connessa alla vetrina offerta dalle Olimpiadi in programma per questa estate.

Non va infatti dimenticato che è di questi giorni la scoperta da parte dei cinesi, di un piano terroristico per sabotare i giochi, organizzato da alcuni gruppi separatisti del nord della Cina di estrazione islamica, con relazioni con i gruppi terroristici internazionali.

Continuare quindi a fornire l’“alibi” di colpire la Cina, in “nome dei diritti umani violati”, non rappresenta un atteggiamento saggio, in momenti critici come quelli odierni, soprattutto per un'altra ragione: in Cina il dibattito sul tema di una “democrazia cinese” ha già iniziato da tempo il suo corso.

Apertamente i leaders e i gruppi dirigenti stessi, si stanno mettendo in gioco ed agendo proprio nella direzione di un continuo, profondo cambiamento della società Cinese.

Forse noi non ci rendiamo conto di quanto profonde siano state le riforme già realizzate e quelle man mano verranno introdotte, atti che necessitano però di tempo e serenità per poter maturare in pace.

Gli americani sembra abbiano compreso questo punto fondamentale.

Spero ora che anche i “ben pensanti” occidentali, dopo questo rapporto del Governo Americano, comprendano che la Cina va “aiutata” e sostenuta nella costruzione del proprio futuro.

In gioco non ci sono i soli diritti fondamentali dei cittadini cinesi, che il governo cinese sta già cercando realmente di salvaguardare, ma gli equilibri e la pace stessa dell’intero pianeta.

martedì 11 marzo 2008

Ode "All’Italia Perduta".

Leggendo i resoconti sulla crisi politica italiana, ma non solo, si comprende come l’Italia sia perduta.

Troppi gli interessi incrociati tra politici, imprenditori e giornalisti per cui ci possa essere un serio cambiamento di direzione, l’auspicata “virata”.

Il “cancro” di cui soffre l’Italia lo si sta cercando di curare con dei palliativi, misure del tutto insufficienti per portare reali benefici duraturi.

Fa specie oltretutto chiamare quelle in corso “campagne elettorali”, quando più o meno è tutto deciso, tanto che sulle tv nazionali non sono neppure più necessarie alcuna tribuna elettorale, il confronto, lo scontro sulle varie tematiche, il tentativo, almeno quello, di cercare di “convincere” gli italiani di essere (ancora) liberi di scegliere!.

In presenza di questa situazione e la pochezza nelle proposte elettorali attuali, il risultato non potrà che essere come quello delle passate elezioni: il sostanziale pareggio tra le due principali coalizioni.

Questo “obbligherà” le parti (forse il vero obbiettivo?) ad un accordo di “unità nazionale” per consentire la governabilità del paese, altrimenti allo sbando.

In questo periodo si “cercheranno” (sottolineo cercheranno) di realizzare le auspicate riforme, la più importante delle quali è quella sulla “incredibile” legge elettorale, che di fatto impedisce qualsiasi “libera elezione”, stile democrazia occidentale – europea, area alla quale “crediamo ingenuamente” ancora di appartenere.

Una domanda a questo punto è d’obbligo: come mai l’Unione Europea che interviene su tutte le questioni, anche le più stupide, fino ad ora non abbia detto NULLA, “bacchettando” la politica italiana, per una legge elettorale così indemocratica (antidemocratica)?

Mi spiace tanto doverlo dire: a prescindere da questo o quel partito, in queste elezioni, il “problema di sistema” non è risolvibile prima che accadano due fatti fondamentali:

- anagraficamente “vengano meno” molti dei legami che cementano tra loro molti degli interessi che ingabbiano l’Italia nel suo “triste” presente.
- la crisi interna diventi così profonda (quella di ora non ci basta?) per cui per forza dovranno emergere nuove proposte realmente alternative, totalmente sconnesse da quelle attuali che è ovvio non hanno al memento l’interesse reale a cambiare le cose, visto che nel cambiamento avrebbero tutto da perdere.

Il problema è ci vorrà tempo, molto tempo. L’Italia non ha però a disposizione tutto questo tempo per “risorgere” come l’araba fenice.
Cosa potrà accadere affinché qualcosa cambi prima?

Il miracolo di una vittoria “schiacciante” di una delle due attuali coalizioni, vittoria che consenta al vincitore di cercare almeno di governare senza alibi.

Ma, la storia italiana insegna: di fronte a tale vittoria saranno in tanti a richiamare i fantasmi del “fascismo” (o comunismo), perché in Italia c’è ancora la fobia del “governo forte”, cosa che spaventa, ma che è la ragione per cui ora ci troviamo nella attuale situazione, con “formuline, formulacce” che hanno sempre un unico scopo: limitare il potere del governo in carica.

Come dire “ ti facciamo governare, ma ricordati che in realtà il “polso della situazione” è in mano ad altri”.

Questa metafora nasce dal nostro dopoguerra, nel quale la democrazia italiana dovette fare i conti con la “libertà vigilata” dei paesi vincitori il secondo conflitto mondiale, perché per quanto si parli di partigiani, l’Italia perse la guerra e ne pagò lo scotto connesso in termini di libertà relativa!.
Ciò è dimostrato dalle prove storiche della esistenza negli anni ’70 di un piano per un colpo di stato, da parte degli alleati, nel caso fosse allora andato al governo il partito comunista.

Bene, ora che la “guerra fredda” è finita e che potremmo gestire la nostra ritrovata libertà, continuiamo invece a comportarci come se tutto fosse come allora.

L’errore delle proposte dei nostri partiti di oggi è che guardano al passato, senza mai vedere il futuro, un fastidioso “incidente di percorso”, di cui farebbero volentieri a meno.

Povera Italia. L’Italia perduta!

mercoledì 5 marzo 2008

Miti, Leggende e Superpoteri

La Cina sta vivendo con grande apprensione le vicende legate alla salute del proprio atleta più rappresentativo: Yao Ming.

Il giocatore di Basket cinese ed NBA, che in una recente ricerca era risultato essere il personaggio che più di chiunque altro, Confucio compreso, rappresentasse il valore stesso della Cina moderna nel mondo, quasi sicuramente alle SUE Olimpiadi non ci sarà.

Molti cinesi sono rimasti schoccati, in quanto“l’immedesimazione” in questo incredibile atleta di 2.26 è un fatto molto diffuso in Cina.

Come fu per i giocatori di colore in America, che con il Basket potevano finalmente “scalare” la scala sociale e uscire dal “ghetto razziale” della società USA, così Yao Ming è il simbolo pulito di come poter arrivare al successo personale, oltretutto in America.

Nel contempo ha ridato alla Cina e ai suoi cittadini, onore e rispetto di livello mondiale, diventando “bandiera” ed icona stessa della Nazione.

L’orgoglio nazionale a qualsiasi livello sociale e generazione, ha infatti trovato in Yao Ming la sua sintesi.

Ma all’iniziale profondo sconforto, ora incredibilmente si sta però facendo strada la speranza.

I cinesi sperano che Yao Ming ce la possa fare e che in “tempi incredibili” possa essere comunque presente alle SUE Olimpiadi.

Questa reazione è molto interessante.

Infatti in Cina non esistono figure di super eroi come da noi stile Superman o simili.

Se lo chiedi ad un cinese, la risposta più gettonata è Bruce Lee. Ma di un Superman nella letteratura o filmografia tradizionale cinese, nemmeno traccia.

Nella tradizione cinese, la forza è prerogativa attribuita solo alla natura. Infatti il più famoso personaggio della letteratura, fin dalla dinastia Ming (1500 – 1582), dotato di incredibili poteri è una scimmia: il “Monkey King”.

I racconti sul Monkey King che combatte contro i fantasmi, per impedire loro di conquistare il mondo, aiutato da Tripitaka and Sandy, un monaco e un maiale, contengono soprattutto una morale: agli ostacoli, ai demoni, solo la grande capacità della mente e l’unità del Gruppo, possono avere possibilità di successo.

Messaggio molto diverso dai Super Eroi occidentali, dove un solo uomo è in grado di sconfiggere i cattivi o le avversità, solo supportato dai propri Super Poteri.

Interessante poi notare l’influsso che ebbero negli anni ottanta i cartoni animati giapponesi, dove ad avere dei super poteri erano le macchine e i robot, quali i famosi Goldrake e Mazinga.

In Cina si affermò invece Astroboy, che nelle sembianze di un Bambino-robot era perennemente impegnato a salvare il mondo.

Tutto ciò è importante per capire come sostanzialmente in Cina, il culto della persona sia una sorta di Tabù storico. Infatti anche oggi conta solo il ruolo, non la persona che lo ricopre.

Ma il miracolo economico ha però creato in Cina qualcosa che preoccupa molto: l’egoismo.

Per il cinese medio, la vera novità di questi decenni non è infatti il poter comprare qualcosa, ma il poter pensare a se stesso.

Il problema è che tante volte tutto ciò può degenerare in egoismo, anche a causa dei “presunti superpoteri” che i soldi sembrano offrire. Questo “effetto collaterale” è temuto più di ogni altra cosa, anche perché è alla base di uno dei grandi problemi della società cinese: la corruzione.

Ecco perché Yao Ming è importante: data la mole, l’altezza e nell’immaginario collettivo (sportivo), abbia sconfitto gli americani, lo trasforma in una sorta di Super-Eroe moderno, per la prima volta in carne ed ossa, al quale ora il cinese medio chiede il “miracolo”: guarire.

Se questo fosse un film, ora si assisterebbe al suo incredibile ritorno da “guerriero” per trascinare la propria squadra alla vittoria alle Olimpiadi.

Peccato che nella realtà questo spesso non sia possibile. Ecco perché subito i canali ufficiali cinesi hanno lanciato il messaggio “ce la possiamo fare anche senza Yao Ming”, per “disincantare” i molti (troppi) cinesi che sempre più credono che la vita sia un film o un video gioco.

E’ un richiamo alla tradizione: “l’importante è saper distinguere la realtà dalla finzione. Altrimenti si rischia di perdere “l’equilibrio mentale”, l’unico vero (super) potere umano”.

Lo dice il saggio!

mercoledì 27 febbraio 2008

Caro Veltroni, non mi convinci!

Ho letto con attenzione il tuo programma diffuso ieri.

Molte cose possono essere condivise ma pur apprezzando lo sforzo di sintesi e l’uso di un nuovo coinciso linguaggio, non mi convinci.

Le ragioni sono da ricercarsi a “monte” del programma stesso.

La FALSA novità: in questi giorni si sta cercando di far passare la tua candidatura come un reale rinnovamento dello scenario della Politica Italiana. Così non è, in quanto tu rappresenti e fai parte da decenni del “sistema di relazioni” che hanno contribuito non poco a portare l’Italia all’attuale situazione.

Sei stato al Governo sia in forma diretta (come ministro) che indirettamente attraverso il partito di cui sei uno dei maggiori leaders.

Fa “specie” che chi fino ad oggi è stato al governo, ora indichi i “mali del paese” e pensi di averne individuato i rimedi .

Ma negli anni precedenti, mentre l’Italia affondava, cosa facevi?

Esperienze di governo: Non sei un novizio. Potrebbe essere un punto a tuo favore, vista la precedente esperienza nel governo nazionale ma soprattutto per la lunga esperienza quale sindaco di Roma.

Ma proprio riguardo a quest’ultima tua diretta gestione della “cosa pubblica”, non posso scordarmi del recente “richiamo” del Papa sul livello di degrado che proprio Roma ha raggiunto, denunciando "l'aumento della povertà" nelle grandi periferie urbanee e la "drammatica situazione" delle strutture sanitarie” a Roma, la città che hai governato e gestito.

Visione del Mondo: a parte la piacevole recente tua scoperta delle nuove tecnologie e dei linguaggi moderni, rimango invece un “pelo sconcertato” nella “visione del mondo” che la prima pagina del tuo programma evidenzia. Qui il linguaggio, permettimi, appare non sintetico, ma criptico e rimanda ad una visione da Guerra Fredda e al confronto tra Blocchi.

Da un leader che dovrebbe guidare le scelte del paese verso il futuro, mi sarei aspettato una più “realistica crescita” delle relazioni ed influenza italiana ad est, visto che il mondo è qua che sta andando, tanto che il leader europeo a cui chiaramente ti ispiri, Sarkozy, nelle sue prime visite di stato è andato proprio in Cina ed India. (altro che USA!)

Citi tra l’altro l’esperienza di concertazione del ’93, ma sembri non considerare che i tempi (e gli scenari) nel frattempo sono cambiati e che per reagire alla crisi che ci attanaglia, bisogna soprattutto facilitare gli investimenti esteri in Italia.

Di questo fatto nel tuo programma nessun accenno.

Senza questo fondamentale aspetto, tutte le tue “promesse elettorali” rischiano di essere “irrealizzabili” per “assenza di risorse”, visto che quelle interne sono over da tempo

Il NON partito: questo aspetto sembra essere una caratteristica della “nuova” politica italiana, dove i maggiori “partiti”, possono essere di fatto definiti dei NON Partiti. Il PD non sfugge a questa definizione, in quanto non nasce da una idea e una serie di valori condivisi che accomunano i suoi simpatizzanti.

Sono invece i NUMERI a legare queste persone, così diverse tra loro e disposte a stare sotto lo “stesso tetto” per una ragione ben diversa: “il potere” connesso a questi numeri.

E’ stata infatti una “caduta di tono”, alla faccia di tutti i tuoi sani proclami quali “il PD correrà da solo”, l’accordo con i radicali e lo “scambio” di poltrone connesso per ottenere il loro futuro supporto.

Una domanda è quindi d’obbligo: cosa è stato promesso a Di Pietro al momento dell’accordo elettorale?

Un Programma “pubblicitario” (altrui): nei manifesti elettorali e il programma, oltre alla tua faccia, campeggia anche lo slogan “Si può fare!”. Bel motto. Peccato che non sia tuo ma di un (vero) giovane candidato alle Primarie di ottobre.

Questo fatto lascia perplessi e conferma che tutto sia “costruito” a tavolino, così come le “visioni” che si attribuiscono a te, in quanto leader riconosciuto.

Se lo slogan non è tuo, si può pensare che TUTTO il programma non sia “farina” del tuo sacco.

Infatti non ti devi dimenticare che sugli stessi manifesti, a caratteri cubitali è scritto: “Veltroni Presidente”. Quindi sei TU che chiedi di essere eletto, offrendoti agli elettori con le tue idee e i tuoi contenuti.

Farlo con lo slogan di un altro, permettimi è quanto meno “indelicato”.

Insomma caro Veltroni, altro potrei aggiungere, ma penso sia sufficiente per affermare che nonostante l’apprezzabile sforzo, la sostanza non appare altrettanto convincente.

L’impressione è che la tua leadership sia di “facciata”. Fa infatti effetto il “silenzio” di questi giorni di altri leaders, quali ad esempio D’Alema e Fassino che pur facendo parte del tuo partito, sembrano aver perso la parola.

Come mai? Quale sarà il potere che avranno di condizionare le tue decisioni una volta eletto?
Quale sarà la reale capacità di cambiamento dei “giovani” che stai cercando di fare eleggere, nell’impegno di un ricambio generazionale della classe politica?

Detto questo, anche questo tuo impegno non mi convince.

Sembra più un “lifting” e la strumentalizzazione di una generazione che poi non potrà avere alcuna reale capacità di cambiare lo stato delle cose, visto che il potere reale, sembra rimanere stabilmente nelle mani dei molti “muti” di questi giorni.

Un cordiale saluto e in “bocca al lupo” per le elezioni.

giovedì 21 febbraio 2008

Oggi è il giorno delle Lanterne “Rosse”


In Cina oggi è una giornata di festa: il giorno delle Lanterne “Rosse” (“Lantern Festival” o Yuanxiao day).

Festeggiato il 15° giorno del nuovo anno lunare, è il momento nel quale terminano i festeggiamenti iniziati con il Capodanno cinese.

Ma la caratteristica di questa festa è questa esplosione di “Luce” simboleggiata dalle lanterne.

Le origini di questa festa, come spesso accade, si perdono nella millenaria storia cinese.

La più gettonata è che sia stata introdotta come festeggiamento per l’ascesa al trono, nel 180 a.C,.dell’imperatore Han Wendi ed inserita in via permanente a partire dal 104 a.C., diventando così una delle festività cinesi più importanti.

Legata a questo festival, esiste nella storia cinese anche uno stravagante riferimento alla dinastia Tang, la cui capitale del regno era l’attuale Xian e che nel 713 a.C., in occasione di questa festività, fece realizzare “il monte delle lanterne”, alto 7 metri e con più di 50.000 lanterne!. Da Guinness dei primati.

L’origine per quanto controversa, non lascia però dubbi sul fatto che sia in ogni caso un modo molto “elegante” di festeggiare, stare assieme e visto l’utilizzo delle lanterne, anche molto romantico.

Nel passato, quando le giovani donne non potevano uscire liberamente come oggi, era infatti in questo giorno che le ragazze potevano cercare di scegliere il proprio fidanzato, proprio con la complicità delle luci suffuse delle lanterne.

Ma l’uso delle lanterne in Cina non è stato sempre così romantico.

Infatti con la loro struttura leggera e di carta, come delle piccole mongolfiere, possono anche volare.

Questa caratteristica fu utilizzata a lungo come “strumento di comunicazione” tra le truppe cinesi, potendo oltretutto essere utilizzato anche di notte.

Ma tornando ad oggi oltre alle lanterne, come spesso accade nei festival cinesi, esiste anche un cibo collegato, chiamato appunto Yuanxiao.

Sono delle “palline” di riso glutinoso, con varie tipologie di interni (pasta di giuggiole, pasta zuccherata di soia rossa, sesamo, cioccolato.etc) e con diversi nomi, a seconda delle zone della Cina.

Sempre legate alla festività odierna, sono i famosi percorsi sui trampoli o le danze Yangge così come la famosa “Danza del Leone”, da non confondersi con l’altrettanto nota “Danza del Dragone”.

La danza del Leone ha una tradizione millenaria che la leggenda narra parta da Canton, dove l’ultimo giorno dell’anno compariva un mostro che attaccava uomini ed animali.

Credendo fosse una divinità, gli abitanti costruirono allora una maschera simile alla testa del mostro e danzarono per tributargli gli onori.

La danza ebbe però l’effetto, imprevisto, di spaventare il mostro e non vederlo più tornare.

Ecco il perché di questa danza oggi: un auspicio affinché il nuovo anno appena iniziato sia buono, sereno e ricco di soddisfazioni e i “mostri” (le paure) stiano lontane.

Ricordatevi di questo, quando arrivando in Cina, vedrete in ogni dove le lanterne messe in occasione della festività odierna, lanterne di colore rosso, perchè nella tradizione cinese questo è il colore segno di buon auspicio e fortuna.

Non sono quindi semplici addobbi, ma un “segnale di pace”, quella che tutti i cinesi oggi si auspicano per loro e per il mondo intero, un po’ parafrasando il nostro motto: “tenere accesa” la speranza.

Viste alcune delle “crisi politiche” in corso nel mondo, sembra proprio ce ne sia bisogno!

lunedì 18 febbraio 2008

Indipendenza Kosovo: Cina “Molto preoccupata”


La dichiarazione di Indipendenza del Kosovo annunciata ieri, in Cina è stata accolta con grande preoccupazione, “per le possibile conseguenze negative che potrebbe avere nella stabilità dei Balcani”.

Così si è espresso Liu Jianchao, il portavoce del Ministero per gli Affari Esteri cinese, in quella che viene definita senza esitazione, “una dichiarazione unilaterale che non rispetta le norme Internazionali e il ruolo stesso del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.

Liu ha affermato come questa, secondo il governo cinese, non sia la via migliore per costruire una società multietnica nell’area.

La Cina pertanto si augura che Serbia e Kosovo, possano raggiungere nel futuro, attraverso ulteriori negoziati, un piano accettabile per entrambe le parti e si auspica che la Comunità Internazionale crei le condizioni favorevoli affinché ciò succeda.

Tradotto: i riconoscimenti “troppo” rapidi di queste ore di molti paesi occidentali, a partire dagli USA e Italia compresa, non sono il modo migliore per risolvere la questione del Kosovo e soprattutto rischiano di mettere a rischio l’equilibrio stesso dell’area.

La posizione della Cina non appare isolata in seno alla UN, decisamente moderata se confrontata con quella molto negativa della Russia, che in queste ore ha addirittura annunciato il proprio supporto a Belgrado.

Dalla reazione della Russia e dalle “preoccupazioni” della Cina, appare chiaro che la questione Kosovo è tutt’altro che risolta con la dichiarazione di indipendenza di ieri, anzi rischia di alimentare uno scontro tra “blocchi” di antica memoria, di un passato che speravamo fosse solo un lontano ricordo.

domenica 17 febbraio 2008

Comprare / vendere casa con il pin

Il mercato immobiliare cinese è in incredibile espansione, il vero volano della “nuova” ricchezza di cui i molti cinesi godono, giorno dopo giorno.

Per capire cosa sia successo, bisogna ricordarsi che in Cina, la proprietà privata è cosa recente.

Infatti nel 1949, la Rivoluzione Maoista aveva azzerato il concetto stesso di proprietà, portando tutto a proprietà collettiva.

Ma con le aperture economiche introdotte da Deng Xiaoping nel 1979, l’architetto dell’attuale boom cinese, fondamentale fu il riconoscimento della proprietà privata a livello costituzionale, una vera “nuova rivoluzione” che ne sanciva il diritto “legittimo e protetto dallo stato”.

Va sottolineata l’importanza di questo passaggio che non è semplicisticamente una questione economica ma una faccenda prima di tutto politica.

Sulla carta infatti, la Cina è un paese “social-comunista” ma con l’introduzione della proprietà privata se ne abbattono le fondamenta teoriche.

Garantire appieno il diritto di proprietà significa infatti garantire ad una classe di cittadini, tendenzialmente indipendenti dal potere politico, di poter aprire la società al dibattito pubblico oltre ad essere un primo passo fondamentale per la introduzione delle riforme politiche di quella che Hu Jintao ha definita“Società Armonica”.

Superati i tempi dello stato collettivista e delle comuni, nonostante quindi i leaders cinesi continuino a sottolineare il fatto che si sta sviluppando un mercato di “stampo socialista”, nella realtà, come risultato della mediazione tra passato e futuro, con la ratifica del diritto alla proprietà privata, si sono iniettati i “geni” del sistema capitalistico.

Tale diritto, che dopo 4 anni di discussioni è stata ratificato anche sotto forma di leggi applicative lo scorso marzo proprio per coprire un “buco legislativo” fino ad allora esistente, sancisce inoltre altri diritti fondamentali, per noi normali, ma non per i cinesi: l’ereditarietà del diritto di proprietà, il diritto della proprietà sui redditi sulle case, sulla terra, sulle cose d’uso e di lavoro e anche sulle materie prime.

Inoltre si stabilisce che in Cina siano vigenti tre tipologie di proprietà: la proprietà statale, la proprietà collettiva collegata ai villaggi e alle contee e gestite localmente da appositi comitati, la proprietà privata individuale.

Il diritto alla proprietà privata introdotto in Cina a partire dal 1979, è stato probabilmente il passo fondamentale alla base dell’attuale crescita del paese, che nelle città ha creato benessere diffuso.

Ora però nella forma attuale, sta scontando qualche problema e malcontento nelle campagne, fatto che sicuramente richiederà qualche ulteriore intervento da parte del governo centrale, per continuare nella direzione della crescita “armonica” nel paese.

Comunque sia, è grazie a tutto ciò che fu così possibile al governo, unico proprietario fino ad allora, di iniziare a “vendere”, per pochi Yuan, le case a molti cinesi delle grandi città, che così ricevettero il proprio diritto di proprietà (Real Estate Ownership).

Il valore di queste proprietà, negli anni hanno subito rivalutazioni incredibili. In questo modo si è andata creando una “nuova ricchezza” per molti cinesi.

Ma nella pratica come si “manifesta” il diritto di proprietà della casa in Cina?

I proprietari di casa ricevono una sorta di quadernetto (la Ownership) sul quale, oltre al loro nominativo, è presente anche la planimetria della casa oggetto del diritto di proprietà.

Ma interessante è osservare come a Shanghai, nelle nuove procedure, vi sia la curiosa peculiarità di assegnare al proprietario, oltre del nuovo certificato di proprietà, anche un codice PIN segreto, stile carta di credito.

Questo codice, esattamente come nel caso delle carte di credito, servirà quando si intendesse vendere il diritto di proprietà a qualcun altro, certificando così l’identità della persona venditrice con il codice da inserire nelle procedure necessarie alla vendita.

Insomma, per i nuovi proprietari di immobili in Cina, d’ora in poi, occhio al PIN!

venerdì 15 febbraio 2008

Spielberg, “una scelta” del tutto fuori luogo


Ieri Spielberg ha annunciato la sua rinuncia a collaborare con l’ente organizzatore cinese per gli eventi di apertura e chiusura delle prossime Olimpiadi.

Onestamente questo gesto, fatto così a ridosso dell’evento stesso, appare alquanto fuori luogo, in particolare perché collegato alla questione del Darfur, questione che non vede SOLO la Cina impegnata, ma soprattutto dopo l’invio del contingente militare e degli aiuti umanitari cinesi, vista l’incapacità a livello di ONU di trovare una formula in grado di bloccare quanto sta accadendo in questa area Africana.

Sicuramente la presenza di interessi cinesi economici nell’area è alta, come in altri paesi africani, ma da qua ad associare la Cina al genocidio in corso, ce ne passa.

Strumentalizzare poi le Olimpiadi nel modo fatto da Spielberg, rendendosi prima disponibile e ora avere presunte “crisi di coscienza”, appare più una parte “recita” che una credibile umana e comprensibile decisione.

Non convincono nè i modi nè i tempi e forse i cinesi con il regista americano, in buona fede, sono cascati in questa specie di “trappola”, pensata fin dall’inizio, da persone “avvezze” ai media e alla forza della comunicazione associata.

Quanto accaduto, tipico dell’attivismo politico degli attori americani, “portatori” delle cause del mondo e testimonial spesso più per il ritorno di immagine che può offrire che per la causa stessa, sicuramente non è un buon inizio per i giochi Olimpici.

Rischia di scatenare una sorta di “reazione a catena” e di emulatori, che avrà come bersaglio la Cina nel suo complesso.

Infatti non bisogna scordare che è in corso da tempo una guerra mediatica, dove tutti i principali media soprattutto americani ed europei, quando si parla di Cina, ne parlano se possono, male o in termini troppo spessi dispregiativi.

L’esempio di tale “disparità” di giudizio lo si nota quando di parla di India e di Cina. Della prima i media occidentali ne parlano quasi sempre bene, nonostante disuguaglianze interne e un livello di povertà e di problematiche alcune volte superiori a quella della Cina.

Il problema è che sui media occidentali si fanno passare SOLO notizie sensazionalistiche con lo scopo di caricare l’opinione pubblica contro la Cina, affinché cambi l’assetto politico interno.

Il sospetto è quindi che la questione “sacrosanta” dei diritti umani, tema sicuramente sul quale la stessa Cina è conscia debba fare ancora molti passi, sia più una “scusa” per cercare di contrastare la crescente espansione commerciale che sta dando molto fastidio a molte “potenze” occidentali.

E Spielberg, attore e regista consumato, queste dinamiche le conosce molto bene e/o forse a sua volta è stato strumentalizzato da altre menti più fini della sua.

Peccato, si è persa l’ennesima occasione di non apparire, noi occidentali, solo degli ipocriti idealisti e alzare invece un'altra barriera che allontana.

La Cina è una polveriera socialmente pericolosa se si cerca di risolvere i problemi di cui è storicamente affetta, scatenando la pubblica opinione.

Appare quindi molto irresponsabile l’atteggiamento in tal senso da parte di chi crede che le cose a Beijing possano essere risolte come possano esserlo in America o in Europa.

I cinesi, gli asiatici NON sono e NON ragionano come gli occidentali. Hanno decenni, centinaia di anni di storia e modi di risolvere le problematiche totalmente diversi dai nostri.

Quindi per favore lasciamo stare i Giochi, strumentalizzandoli come si fece in piena guerra fredda con i diversi boicottaggi e cerchiamo di essere realisti.

La Cina è un paese in via di sviluppo e come tale è alla ricerca del proprio futuro.

Solo che troppo spesso deve fare ancora i conti con il proprio passato di decenni di contrasti e guerre intestine, fatti che hanno lasciato segni profondi, che necessitano di decenni per essere rimarginati, basti pensare solo alla questione di Taiwan.

La corruzione nel paese è una di queste piaghe e noi Italiani dovremmo sapere quanto difficile sia fare i conti con la propria storia su queste tematiche, nonostante la diffusa volontà affinché le cose cambino.

Quindi cerchiamo di non trasformarle in un “teatrino” per poi scordarsi di tutto a luci della ribalta spente, come fatto in altri casi.

I cinesi non potranno poi essere abbandonati a se stessi!

martedì 5 febbraio 2008

lunedì 4 febbraio 2008

Microsoft – Yahoo: il “grande rifiuto”?

A dimostrazione di quanto detto nel precedente post, sembra che nella saga Microsoft - Yahoo ci possa essere, nelle prossime ore, un autentico colpo di scena: il grande rifiuto di Yahoo, attraverso una alleanza / fusione con Google!

Le ragioni di questa possibile presa di posizione di Yahoo sono da collegarsi, in prima battuta, al fatto che si è ritenuta troppo sottostimata l’offerta di Microsoft (31$) e quindi potrebbe essere anche solo un espediente per cercare di alzarla.

Ma forse non solo.

Google in queste ore non sembrerebbe stare alla finestra: starebbero infatti continuando i contatti con Yahoo iniziati da tempo.
Questa potrebbe essere quindi la vera ragione dell’aggressività e della “fretta” di Microsoft evidenziatasi in queste ore, quasi una “risentita reazione” al fallimento dei propri colloqui con Yahoo, che durati circa un anno, hanno portato al nulla di fatto.

Ma non solo. E’ anche iniziata una pesante battaglia mediatica Google-Microsoft, nella quale entrambi, attribuiscono al concorrente l’onta del “monopolista”.

Google, attraverso David Drummond, uno dei Senior Vice President di Google, in un suo post sul Blog ufficiale (http://googleblog.blogspot.com/ ), senza mezzi termini, accusa Microsoft di cercare di estendere il proprio predominio anche nella rete.

Secondo Drummond infatti, la combinazione di Microsoft e Yahoo, rischia di minare la concorrenza sul Web, tanto che nel suo post, richiama la “politica” ad impedire che ciò avvenga.

Ovviamente a stretto giro, attraverso Brad Smith, Vice Presidente di Microsoft, è arrivata la secca risposta di Microsoft, che continua a sottolineare come al contrario, la fusione con Yahoo servirebbe a “stoppare” lo strapotere di Google nel settore dell’advertising on line.

Ma Drummond non ci stà e sottolinea come Microsoft goda GIA’, da decenni, di un potere “monopolistico” attraverso il proprio software e in particolare punta il dito su “Internet Explorer”, il Web Browser di Microsoft che ha “annichilito” la concorrenza, portandola alla chiusura, come nel caso di Nescape.

Oggettivamente le argomentazioni di Drummond non fanno una piega e non sono così “campate” per aria: sono le stesse che recentemente portarono la Commissione Europea a multare pesantemente la Microsoft.

Sempre secondo Drummond, fondendosi, le due società unirebbero il 1° e il 2° fornitori di E-mail Web based, il punto di partenza per chiunque debba cercare informazioni in Internet.

Inoltre Google attraverso il proprio VP, mette “nero su bianco” sul proprio blog, che è convinta che Microsoft non lascerà libertà di scelta ai propri iscritti e che anzi, potrebbe porre dei “vincoli” nell’utilizzo di strumenti alternativi ai propri.

Drummond sembra così rispondere alle considerazioni fatte da Microsoft nella conferenza stampa che presentava il “Take – Over” su Yahoo, nella quale si sottolineava l’approccio monopolista di Google, che già ora “intercetta” il 75% dei ricavi dal Web Searching, mentre assieme, Microsoft e Yahoo arriverebbero a malapena al 20%.

Ma la storia della New Economy, i fondatori di Google la conoscono molto bene: furono infatti le stesse parole usate alla fine degli anni ‘90, quando Microsoft si buttò sul mercato dei Browser introducendo sul mercato il suo Internet Explorer.

Da allora, tutti i competitori e leaders dell’epoca, hanno chiuso le “trasmissioni”.

Appare quindi plausibile che Google farà tutto il possibile, anche rischiando gli antitrust del caso, affinché l’operazione di Microsoft fallisca.

In gioco c’è la sopravvivenza futura della stessa Google ( e di Microsoft)

domenica 3 febbraio 2008

Microsoft – Yahoo: segni dello “slowdown” della economia Americana

L’economia americana, prossima alla peggiore recessione delle propria storia e comunque in una fase di deciso Slow-Down, come ammesso dallo stesso Bush nel proprio discorso all’Unione, sta offrendo molti interessanti spunti.

Microsoft, leader incontrastato della Digital Economy mondiale, “fiutato” il cambio di aria in corso, ha deciso di buttare “il cuore” oltre la staccionata, lanciandosi alla conquista di Yahoo.

Molti commentatori si sono subito affrettati a vedere questa come una mossa contro Google. In realtà è una mossa che sta cercando di salvare la stessa Microsoft, oltre che Yahoo, “prima” dell’inizio della recessione, la ricerca di un riposizionamento del colosso di Redmond nella competizione mondiale.

I veri “avversari”di Microsoft infatti si chiamano Open – Source e Web 2.0: proprio il contrario di come è nata e si è sviluppata la storia vincente della società di Bill Gates.

L’uscita di scena del suo fondatore, dedicatosi alla propria “Fondazione no Profit”, obbligava inevitabilmente i vertici di Microsoft nel doversi riposizionare il prima possibile e prepararsi allo Tsunami che l’economia mondiale si appresta a ricevere.

Per cui la “virata” fatta in questi giorni da parte di Microsoft, oltretutto realizzata con sospetta e curiosa frenesia, sta cercando di sfruttare (aiutare) la profonda debolezza di Yahoo, tale da obbligarla ad annunciare tagli considerevoli di personale a livello mondiale.

In Cina ad esempio, in poco meno di un anno, si è assistito al “triste” riassorbimento da parte di Alibaba, socio di Yahoo in tale mercato, di buona parte delle eccedenze di personale che Yahoo dichiarava su tale mercato: una Caporetto in piena regola.

Questa notizia e la crisi di Yahoo, vanno quindi lette con maggiore attenzione. Segnano infatti la fine del predominio e della fase di espansione dei colossi Americani della Società dell’Informazione.

Google stesso, nonostante la incredibile crescita attuale, fatica infatti a conquistare realmente nuovi mercati al di fuori del “perimetro occidentale”.
Diciamo che sta cannibalizzando le aziende occidentali del settore, ma ha parecchie difficoltà con le altre “nuove nate” dell’area asiatica.

Non convincono nemmeno le prospettive relative alla Pubblicità Digitale, visto che in termini assoluti, gli investimenti delle imprese stanno precipitando.

Quello che sta succedendo è solo la crescente cannibalizzazione della parte digitale a svantaggio della pubblicità tradizionale, ma in termini assoluti non si è creato un nuovo mercato che si è SOLO spostato a livelli assoluti inferiori a quelli precedenti.

Quindi i dati sulla pubblicità digitale, letti recentemente con grande enfasi da IAB come la prova della crescita futura, sono invece da leggere come i dati che dimostrano la crisi di sistema in corso che sta colpendo anche il mercato della pubblicità, strettamente legato alla implosione delle imprese.

La nuova economia digitale occidentale NON sta creando valore aggiunto, ma semplicemente facendo da “paracadute” per quella tradizionale allo sbando.

Le ragioni di tutto ciò sono le diverse “basi economiche” che i due blocchi, quello occidentale ed asiatico, esprimono in senso assoluto.

Gli operatori occidentali, bisognosi di nuovi mercati per non crollare, sommersi spesso da montagne di debiti, nell’espandersi sui mercati asiatici, a parità d’investimento in valuta occidentale, finiscono per ottenere rendimenti bassissimi, perché realizzati in valuta locale.

Questo aspetto economico ha quindi rappresentato un falso vantaggio a favore delle “ricche” (in valuta) imprese occidentali, che hanno così iniziato ad investire massicciamente nelle economie Asiatiche, credendo di poter investire proporzionalmente alle economie in cui stavano entrando.

Invece si stanno accorgendo che tutto ciò sta paradossalmente facendo la fortuna dei “soggetti locali”, che nascendo in tali economie e partendo dal basso, possono permettersi il lusso di scalzare i “giganti di argilla” stranieri, anche con tutta una serie di “colpi bassi”, molto ben assestati, spesso mortali, vedi il caso di Yahoo in Cina.

L’insuccesso in Cina del nuovo Vista di Microsoft, venduto in poche “centinaia” di esemplari, ha quindi sicuramente fatto da spia di allarme per i vertici di Redmond, che hanno capito come fosse “finita la propria epoca” e che dovevano trovare un business nuovo su cui investire il proprio futuro.

Se a questo aggiungiamo la richiesta dei “codici sorgente” da parte dei Governi Europei e la multa inflitta, sempre a livello Europeo, per la posizione dominante sul mercato assunta da Microsoft negli anni, appare chiaro che l’attuale azione non sia altro che una razionale azione di uscita dal mercato del software di sistema e l’ingresso in quello futuro dell’Open Source Informations o meglio conosciuta Web 2.0.

Molte le incognite che ciò riesca. Sicuramente una azione di grande respiro per gli anni a venire.

Comunque vada, questa operazione è la prova che il prossimo futuro possa essere un momento particolarmente interessante, nonostante la crisi.

Si aprono infatti gli spazi per poter sviluppare nuove idee, trasversali e globali, cercando però nella loro definizione, di non continuare a investire nella ormai “antica” supremazia occidentale nella Società dell’Informazione futura.