venerdì 11 novembre 2011

WE Italy: Innovatori d'Italia ... assieme si può cambiare!

La parola "magica" invocata da tutti per portare fuori dalle secche il paese è una sola: Innovazione. Innovare e cambiare sembrano diventati tra loro sinonimi e simboli della speranza di poter dare nuovo lustro al paese.

Da questa condivisa intuizione sono così nate associazioni, premi, eventi e persino corsi di formazione su come fare innovazione, affinché il verbo si potesse diffondere a tutti i livelli ed in tutti i luoghi. Ottimo lavoro di molti, grande dispiego di mezzi di tanti, tutti con un solo modello comune in testa: Silicon Valley.  

Da questa esplosione di eventi ed iniziative, forse però si sta rischiando di perdere di vista l'obbiettivo principale: l'innovazione. Infatti l'innovazione sembra diventata qualcosa di ben diverso: uno strumento di business per tutta una serie di soggetti e di promozione per altri, quasi una moda da mostrare, esporre o il gesto per evidenziare, sottolineare il proprio agire o cambiamento.

Da ciò qualche diffidenza sull'approccio fino ad ora seguito appare inevitabile se il tutto poi viene comparato al modello di riferimento della Silicon Valley, dove per contro ha poco senso cercare classifiche, contests, azioni promozionali dietro la nascita delle aziende che di fatto hanno da decenni cambiato la storia del mondo digitale (e non).

Probabilmente il termine che meglio definisce questo luogo, ormai ritenuto leggendario, sembra essere uno solo: giungla.

Nessuna traccia di classifiche, premi, tornei tra innovatori o altre amenità simili o meglio, gli incontri ci sono e continui, ma a finanziare tutto e sostenere il massimo sforzo sono gli stessi che il successo lo hanno già creato nei decenni, che si sono trasformati in mentori dei nuovi, in un continuo frenetico ciclo tra nuovo ed antico.

E sui mercati internazionali? Beh le aziende americane agiscono direttamente senza supporti governativi, temperate dai propri successi in madre patria e dalla giungla che caratterizza l'ambiente selettivo in cui sono nate.

Sono sempre propositive, trascinanti, forti grazie ad una visione da subito proiettata al mondo e per quanto sicuramente aiutate dall'essere nate (e selezionate) nella prima economia mondiale, sono comunque strutturate per competere e battere l'avversario. La domanda a questo punto appare inevitabile: innovatori si nasce o lo si diventa?

La Silicon Valley sembra dimostrare che lo si può diventare, basta nascere nell'ambiente giusto che possa stimolare, potenziare, supportare l'estro innovativo che è dentro ognuno di noi.  

Ma allora, per quanto riguarda il modello italiano fatto di premi e camps degli innovatori in costante movimento per la penisola, questo è veramente il modello giusto?  

Sul piano teorico si, anche perché è indubbio che sta sicuramente contribuendo a "muovere" le coscienze, qualcosa di importante che ha già contribuito a mettere sotto i riflettori migliaia di imprese e consentito di mostrare le proprie idee in contest pubblici e stimolanti.

Ma per quanto riguarda il problema paese ahimè non saranno queste aziende da sole a poterlo risolvere, perchè i veri problemi sono strutturali, in un paese dove le idee si scontrano con la convinzione che non c'è spazio per le intuizioni che non si prestino al sistema esistente e che ama poco chi lo vuole cambiare con nuovi (pericolosi) approcci.  

Da sole. Ma se invece tutte queste aziende diventassero una entità interconnessa, attiva, viva in grado di scambiarsi le competenze, capacità, le empatie, le logistiche, le infrastrutture, le energie, le forze, i prodotti e i servizi?

Beh allora si che possono veramente cambiare il destino di un paese e non importerebbe più scoprire la nuova Facebook o la nuova Google, una caccia un pò retrò dei cacciatori di ricchi ritorni finanziari.  

Così interconnesse, potrebbero addirittura condizionare la finanza e decidere autonomamente di attivare una economia non più solamente legata all'attuale modello connesse alle valute, dando vita ai modelli fino ad ora ridotti a casi sporadici ed esemplificativi di moneta digitale e WEmoney, per iniziare a creare una finanza realmente innovante per il paese.

Assieme quindi non più secondo l'assioma dell'IO partecipo, propongo e vinco.

Ma del noi ideiamo, proponiamo, cresciamo e vinciamo tutti assieme, sull'onda di quella WEconomy che sta dando le basi teoriche e le linee guida per un cambiamento vero che il paese può far proprie.

Per cui da queste considerazioni una proposta pratica: tutti gli innovatori o le aziende che sentono che questa sia la strada corretta, si mettano in contatto e inizino a coordinarsi in uno strumento comune operativo che possa accogliere nuove idee alle quali loro stessi possano offrire i propri servizi / prodotti in cambio di quote, in modo che gli investimenti finanziari delle nuove idee ed imprese possano essere drasticamente abbattuti, concentrando i pochi fondi esistenti solo su ciò che non è già stato sviluppato.  

Una logica di Cloud Enterprise Paese che possa fare da volano per amplificare la potenza delle idee, realizzarle, diffonderle e farle "penetrare" nelle diverse realtà coinvolte.  

Una massa critica che potrebbe essere in grado di attivare ricadute locali e globali, anche a livello internazionale e produrre una leva finanziaria importante in termini economici sui diversi progetti, così come attrarre anche nuove fonti in grado di alimentare un circolo virtuoso di ampie proporzioni e cosa importante, riproducibile.

Questa potrebbe essere la nostra Italia del futuro, la WE Italy che può contribuire ad un cambiamento reale, concreto, duraturo. Un piano di sviluppo serio e credibile che possa contagiare il paese dalle fondamenta.

Quindi Innovatori d'Italia uniamoci, diamo vita a WEItaly rispondendo all'unitario "l'Italia chiamò"!"..... Smettiamo di prendercela, arrabbiarci, incazzarci consumando energie importanti che invece si possono concentrare nel cambiamento, nella operatività.

Per poi non perdere tempo: e se nel prossimo Working Capital tutti i finalisti risultassero VINCITORI? Sarebbe un bel punto di partenza!

martedì 8 novembre 2011

Discontinuità responsabile per tornare a crescere!

Lo sport nazionale di questi mesi, giorni ed ore sembra essere lo scarica barile.

Sulle televisioni, i potenti passati e presenti stanno cercando di far passare l'idea di essere dei semplici "indifesi" cittadini da sempre contro questo marcio potere politico e così come nella migliore tradizione "dello scarica barile", i problemi attuali sembrano essere stati causati solo da chi è ora al governo.

Sappiamo tutti che l'elaborazione di un lutto, come può essere paragonata la situazione attuale italiana, spesso è operazione difficile, ardua che può però anche creare distorsioni, distacchi dalla realtà da parte dei protagonisti e comprimari.

Appare evidente che in questo momento di crisi, qualcosa non stia andando nella giusta direzione, visto che l'amnesia dei molti decisori e loro subalterni di questi decenni, sta creando un vuoto di responsabilità sulla disastrosa situazione sotto gli occhi di tutti.

E così ora il cerino è in mano a colui che viene considerato l'unico colpevole di questa catastrofe: Berlusconi.

Ma 1900 Miliardi di Euro non sono frutto delle nefandezze di un uomo solo al comando. Un debito di queste proporzioni non è stato utilizzato da parte di un solo partito per foraggiare il proprio potere e consenso.

Una situazione come quella attuale è frutto di un insieme di intese tra chi ha gestito, senza ritegno, la cosa pubblica per interessi di bottega (politici e personali).

Ecco perchè ora è difficile scindere i problemi dai colpevoli, dove tutti sembrano colpevoli ma nello stesso tempo tutti possono anche dichiararsi innocenti.

L'unica soluzione per evitare il ripetersi di discussioni surreali come quelle che sui media sono all'ordine del giorno, è quindi che si possa dare al paese una vera discontinuità sotto tutti i punti di vista.

A questo punto ammetto che entriamo nel libro dei sogni, ma solo decretando che chi non ha avuto alcun potere negli ultimi 30 anni possa essere ammesso a concorrere per le cariche politiche nazionali, consentirebbe realmente di girare pagina o almeno di provarci veramente, perchè avrebbe il grande vantaggio di far smettere di discutere di colpe (e scarica barile) tra coloro che sono stati i politici e i decisori in tutti questi decenni e che a turno hanno gestito (male) il paese.

Discontinuità non legata alla età, estrazione politica o altro, ma semplicemente l'aria fresca di poltrone vuote che possano diventare spazi di discussione costruttive a partire dai temi attuali di economia, finanza e sociale e che possano rappresentare una discontinuità sui metodi che andrebbero adottati per proiettare il paese nel futuro.

E qua una metafora sportiva può chiarire la proposta. Il governo e parlamento italiano sono i due team che giocano il ruolo di decisori per il paese. In una sorta di "fuori tutti" andrebbero azzerati e attraverso nuove democratiche elezioni si dovrebbe procedere a rifare le squadre e lasciare che si ridisegnino i nuovi equilibri del paese.

Una regola però dovrebbe essere applicata senza indugio, magari in deroga agli stessi principi democratici in vigore: si potranno presentare a concorrere per questi posti solo chi non ha alcun ruolo o non ne ha avuti negli ultimi 30 anni!

Solo questo potrebbe cercare di dare la discontinuità di cui il paese necessita. Qualcosa che consenta di ripartire da zero senza alibi per nessuno e piena responsabilità per tutti nel fornire al paese un nuovo scenario da costruire basato su idee e principi attuali e non ancora continuando ad agire ancorati ad interessi, valori e schemi spesso datati o che stanno da tempo "congelando il paese".

Non è un problema di età, ma semplicemente di equità democratica, dove appare evidente che le ricette seguite in questi 30 anni non sono state in grado di dare risposte al paese che ora si trova nelle sabbie mobile ( e nel fango) a causa di una classe dirigente incompetente nel suo complesso e non a causa di questo o quello.

Discontinuità responsabile, un atto che farebbe onore al paese anche agli occhi del mondo, una lezione di democrazia da libri di storia. Una vittoria per il paese per dire basta alla sconfitta amara ed ingiusta che sta ammazzando lo spirito dei cittadini e che possa bloccare questa lenta ma inesorabile involuzione economica e sociale nel paese.

Una vittoria di tutti, anche di chi al potere decidesse di promuovere la propria discontinuità!

Una vittoria e basta!

Yao Ming is back! (all'università!)

Yao is back! Da ieri dove è possibile incontrare il Campione di Basket cinese Yao Ming e NBA All-Star dopo il suo ritiro? La risposta è semplice: alla Shanghai Jiao Tong University!

Come professore? No. Come diligente studente!

La decisione ha sorpreso non poco tutti, sicuramente i suoi compagni di corso quando lo hanno visto vacare i cancelli dell'Università e sedersi serenamente in aula come uno studente qualsiasi. Terminato il suo percorso di campione del parquet, Yao Ming ha infatti deciso di tornare sui banchi universitari per conseguire la laurea in Economics and Management.

Ed è così che da ieri ha iniziato a seguire i tre corsi che gli serviranno per conseguire i 150 crediti che gli consentiranno di ottenere la laurea, un "supporto" per le nuove avventure nel Business che Yao ha intrapreso dal momento del suo ritiro sportivo.

Dimostrando uno spessore umano poco comune nel jet set dei campioni sportivi, candidamente ha già affermato che parteciperà attivamente alla vita del campus come un normale studente, perché " non lo faccio solo per raggiungere l'obbiettivo della laurea, ma perché intendo sperimentare la vita del college e le soddisfazioni che questo tipo di esperienza sono in grado di offrire".

Una ricerca di normalità testimoniata anche dalle prime dichiarazioni di Yao studente: "Ci sono molte persone che lavorano mentre studiano per la laurea. Io possa fare altrettanto!".

"Comunque sono cosciente che dovrò lavorare molto, anche perché le mie basi teoriche sono scarse, visto che è da oltre un decennio che non mettevo piede in una classe universitaria".
 "Spero comunque di non disturbare con la mia presenza il normale svolgimento delle attività didattiche e del campus!".

Poi, inevitabile, la battuta sul basket: "Si, sicuramente mi farà piacere giocare a basket con i miei compagni di corso per divertimento, ma non farò parte del team del college".
"Sono interessato a cercare di conciliare la mia nuova attività da studente con quella di proprietario e maggiore investitore degli Shanghai Sharks".

Queste sono quindi le due priorità del nuovo ciclo di Yao Ming che da domani sarà completamente assorto nello svolgimento dei suoi "compiti a casa".

Una attività ed uno stile di vita ben diverso dal frenetico viaggiare che per oltre un decennio ha caratterizzato la sua vita negli States, un ritorno alla normalità che segue la recente nascita della figlia, che in tanti già pronosticano sarà una delle stelle nel firmamento del basket cinese e mondiale.

Ma per il momento preferisce Yao Ming lasciare da parte i clamori ed investire il proprio tempo a "faticare duramente sui libri". In futuro si vedrà.

lunedì 7 novembre 2011

Inventori Italiani: Federico Faggin - Inventore della CPU

Di seguito l'intervista all'inventore del CPU, l'invenzione che ha contribuito a cambiare la vita a tutti noi.

domenica 6 novembre 2011

G20: Cina aspetta (seri) chiarimenti dal"Condominio Europa"


Il G20 di Cannes non sembra aver raggiunto obbietti concreti e soprattutto non sembra aver contribuito a dipanare i dubbi cinesi relativamente ad una convinta partecipazione nel salvataggio della zona EURO. 

Al di là delle dichiarazioni ufficiali da parte Europea che cercano di minimizzare l'evidente staticità sostanziale di questo vertice, la partenza "anticipata" della delegazione Cinese, sembra testimoniare l'idea che i cinesi a Cannes si siano limitati a rispettare il cerimoniale degli incontri bilaterali fissati senza alcun trasporto ed entusiasmo, quasi si fossero resi conto di essere stati spettatori di un ben altro (spiacevole) spettacolo del "Condominio Europa". 

La decisione di aderire concretamente al progetto di salvataggio della EU è stato quindi ufficialmente rimandato ad altra data, sicuramente a quando gli europei chiariranno le reali intenzioni (ed interessi) dietro questo gioco delle parti che nei due giorni francesi alcune volte ha raggiunto livelli tragicomici. 

Prima di tutto la Grecia: che lancia un referendum, poi lo annulla, poi lo rilancia e lo riannulla, in un balletto con tanto di fiducia parlamentare, di un Reality che non contribuisce a far comprendere se vorrà (o riuscirà) a rispettare gli impegni presi il 26 ottobre scorso in ambito EU. 

Poi l'Italia: tutti concordano che il vero problema per l'area EURO sia l'Italia, paese che però non sembra riuscire a rassicurare nessuno, tanto che al G20 si è di fatto accettato (stabilito) il principio di commissariamento dell'operato di Governo nei prossimi mesi. 

Vista l'instabilità e le nebbie che coprono gli sviluppi delle diverse iniziative degli stati membri, i Cinesi al momento hanno quindi deciso di stare alla finestra, sperando di ricevere chiarimenti veri nelle prossime settimane. 

Ma il G20 non ha centrato anche un secondo obbiettivo caro alla delegazione cinese: l'aumento dei "diritti speciali di prelievo" (Sdr) che di fatto alimentano il Fondo Monetario Internazionale (FMI), istituzione ago della bilancia per mettere una pezza alla situazione europea e su cui si sta giocando il braccio di ferro tra Brics - paesi sviluppati nella definizione di nuovi pesi nella sua gestione. 

Di contorno ma che conferma una situazione complessiva molto delicata, è anche il fallimento degli accordi sulla Tobin Tax che doveva attivare il principio di una maggiore pressione fiscale sulle transazioni finanziarie. Il non essere andati oltre le intenzioni, dopo le iniziali disponibilità pesanti come quella Americana, conferma che le intese su questo tema sono ancora in alto mare. 

Per ora quindi solo una cosa è certa: i Cinesi stanno alla finestra sulle questioni del fondo salva stati Europei, riprendendosi l'autonomia di decidere in tempi migliori sul quando contribuirvi in maniera significativa. 

Quanto questo G20 abbia quindi realmente contribuito a migliorare la situazione globale non appare chiaro, sicuramente ha contribuito ad evitare il baratro che l'eventuale conferma del referendum greco avrebbe potuto provocare, ma ha di fatto lasciato aperte tutte le questioni principali. 

Una indecisione che può costare cara in termini finanziari, visto l'incalzare della speculazione che potrebbe trovare nuova linfa proprio da queste debolezze e poca chiarezza. 

Qualcosa che in qualsiasi momento rischia di trasformarsi in paura o contagiosi attacchi di panico. Il tutto ben lontano dagli auspici che i Cinesi si attendevano con questo G20 di ratificare accordi che favorissero la crescita e la stabilità finanziaria a livello globale. 

Ma evidentemente "Condominio Europa" non è ancora pronto per tutto ciò!

venerdì 28 ottobre 2011

iCIAO arriva da ... lontano! 

Negli anni, la "sfida" quotidiana è sempre stata quella di aiutare le aziende a migliorare i propri risultati di business, di mercato, di brand, attraverso l'uso attivo delle tecnologie digitali

Che fosse allora web 1.0 o oggi web 2.0 e social, il problema di innovare il modo di fare / creare business con il digitale continua troppo spesso a "fare a cazzotti" con la ancora diffusa convinzione nell'imprenditoria italiana che il digitale sia scarsamente impattante sulle bottom lines aziendali (risultati). 

Ma il tempo è spesso il migliore alleato (e la pazienza). E così come nella metà degli anni '90, molti di quelli che ci "sbattevano le porte in faccia" poi sono diventati fedeli clienti, ora, forse anche complice la crisi che sta obbligando tutti a tutti i livelli a ripensarsi senza indugio, appare possibile finalmente "toccare" uno dei tabu dell'asset economico nazionale: l'internazionalizzazione d'impresa. 

Internazionalizzare fino ad ora è stato sinonimo di "missione" e di strutture tutte pensate in questa direzione, tanto che i principali metodi di finanziamento a livello nazionale e EU, tendono a favorire azioni di tipo fieristico e incontri tra imprese (i famosi b2b) quale metodo per supportare la internazionalizzazione d'impresa. 

In questi miei anni in Cina, forse il mercato più difficile ma anche quello con maggiori potenziali per il Made in Italy, ho avuto modo di sperimentare molto, così come anche poter entrare nel merito di quello che gli stessi operatori definiscono senza esitazione: "il non modello"! 

Infatti solo chi non si occupa sul campo di transazioni commerciali sui mercati internazionali, può pensare che per una azienda l'incontro sia il momento unico e fondamentale con il quale potrà creare il proprio successo su un mercato internazionale. 

E' come per il matrimonio. Relativamente facile è fare incontrare qualcuno. Ben altra cosa è pensare di mettere su famiglia. 

E "metter su famiglia" per gli imprenditori rappresenta il vero problema fondamentale, visto che non basta firmare l'accordo "matrimoniale" ma occorre gestire le implicazioni e i doveri (costi) che esso comporta. 

Ecco la ragione per cui delle oltre 4 milioni di PMI italiane, in Cina ce ne siano attive poco meno di 3 mila. Infatti utilizzando i metodi tradizionali, questi tendono ad escludere ben il 99% delle aziende che non hanno modo di avere competenze e personale adeguato per diventare le "multinazionali tascabili" che la letteratura in materia cita spesso. 

Il problema è che le aziende da sole non possono fare nulla. Necessitano sul territorio dove intendono sviluppare la propria presenza di strumenti, infrastrutture, piattaforme e di supporti diretti su cui poter contare. 

Spesso la differenza tra Made in Italy e Made in Usa, France, Germany, Australia, New Zeland ... sta proprio su questo punto abilitante. Sui mercati internazionali a supportare le imprese italiane esistono solo consulenti, non infrastrutture! 

Perciò non stupisce che dopo un entusiastico approccio, attraverso una delle innumerevoli missioni, poi il tutto cada spesso nel vuoto. 

Ed ecco il perché di iCIAO

Premesso che è impossibile che strutture quali ICE (o future sue evoluzioni), Camere, Consolati etc.. possano diventare bracci operativi delle aziende sui diversi mercati, l'unico modo percorribile è quello dove le aziende stesse, unite, si creino questa infrastruttura, fatta di conoscenza, supporti, tecnologie ed operatività, usando il digitale quale leva per innovare profondamente il loro approccio business e di presenza sui diversi mercati internazionali.  

iCIAO intende rappresentare questo: lo spazio dove le aziende agiscano direttamente sui mercati con strutture, piattaforme e non attraverso qualcosa che è sempre pensato e gestito dall'Italia o da chi normalmente è solo un consulente specializzato nel creare "incontri". 

Perché fare business è qualcosa che si fa tutti i giorni, quotidianamente. Non può ridursi ai soli momenti di comunicazione e di incontro, ma deve portare a transazioni che generino concreto valore, senza il quale qualsiasi tipo di azione commerciale è priva di senso. 

Andando nel dettaglio, di cosa necessitano le aziende italiane per crescere sui mercati internazionali? 
  1. Strumenti per vendere: non momenti di incontro (spesso costosi) che per oltre il 95% non avranno poi alcun seguito, viste le difficoltà intrinseche in ogni negoziazione che le aziende non sono in grado di gestire da sole. 
  2. Partner per agire come "bracci operativi" dell'ufficio vendite ( acquisti), non consulenti che dicono cosa dovrebbero fare con suggerimenti che per quanto corretti, il 90% delle aziende poi non sarà in grado di implementare (per costi, competenze ...). 
  3. Accedere al REAL Wholesale market attraverso una azione di gruppo (Group Buying), per accedere ai migliori prezzi di acquisto ( e vendita) sui diversi mercati, con i quali poter gestire una seria politica di fornitura ( vendita) sullo schema di quello che fanno le multinazionali. 
  4. Poter qualificare / certificare i propri prodotti e quelli dei propri fornitori per evitare di incappare nelle fin troppo note problematiche (e truffe) che caratterizzano l'esperienza sui marketplace internazionali (es.Alibaba) e potersi difendere dalle contraffazioni. 
  5. Promuovere e transare i propri prodotti direttamente sui canali distributivi locali, "saltando" la intermediazione di trader o altre strutture intermedie (ed intermediari) che finiscono solo per incrementare il prezzo finale e non aiutare la penetrazione commerciale dei prodotti italiani. (piattaforme distributive a Km zero) 
  6. Gestire e garantire i pagamenti e la logistica in maniera semplice ed efficace sui diversi mercati, limitando i rischi connessi su queste tematiche ostiche ed incomprensibili per il 90% delle imprese. 
  7. Registrare e gestire i propri brand e brevetti sui diversi mercati in maniera di creare valore e difendersi dalle contraffazioni. 
Da questi spunti operativi nei mesi scorsi abbiamo dato vita a Taste of Italy per l'Agroalimentare italiano per il mercato cinese (http://tasteitaly.biz) che ora vede coinvolte oltre 120 aziende del F&B Made in Italy. 

Da questi spunti operativi iCIAO, a partire dalla esperienza fatta proprio con Taste of Italy, ora intende allargare questo approccio anche ad altre tipologie di prodotti del Made in Italy e mercati internazionali, con però un elemento aggiuntivo importante: unire le esperienze sul terreno delle diverse business community italiane già presenti sui diversi mercati. 

Un aspetto importante dal quale e con il quale favorire una sempre maggiore penetrazione del Made in Italy sui mercati internazionali. 

Un aspetto importante dal quale lanciare la prossima sfida con un semplice e condiviso iCIAO: You're invited!

视频: 幸福料理- PASTA

Video per i cinesi che "promuove" il gusto della pasta realmente all'italiana con riferimenti alla tradizione italiana fatta di mamme e nonne. Non a caso il video si intitola Happy Food!

mercoledì 26 ottobre 2011

Ripartire da un iCIAO: cambiare l'Italia ....dal mondo!

 L'Italia se la passa male. Il suo futuro è molto incerto, i francesi e i tedeschi se la ridono?

Da dove ripartire? Come contribuire nel concreto a cambiare le piccole / grandi cose che non funzionano?

Una scelta politica? Una scelta industriale? Un scelta... questa si, magari semplice ma attorno alla quale costruire, ripensare, agire tutti assieme.

La scelta di ripartire da un semplice iCIAO con il quale aiutare alla collaborazione tra italiani, creare le basi perché le persone delle aziende che ancora abbiamo l'onore di chiamare "Made in Italy", possono fare, creare valore per il paese.

Un semplice iCIAO che trovi tutti d'accordo a prescindere dalle appartenenze, idee, convinzioni.

Un iCIAO con il quale farci conoscere e con il quale farci riconoscere.

Da qui il mio iCIAO a chi legge e l'invito ad entrare a far parte del Charter Team che porterà l'iCIAO nel mondo.

A presto.
Alberto

iCIAO: Il prodotto perfetto non esiste!

Cosa serve oggi alle imprese italiane per crearsi un futuro domani?

Tutti sembrano d'accordo nell'affermare: il prodotto perfetto!. "La killer application!". Qualcosa che sappia "battere la concorrenza".

Non stupisce quindi che oggi fare innovazione sembra essersi trasformato nella gara alla ricerca "dell'originale" ... del perfetto.

Come non ricordare le affermazioni dello stesso Steve Jobs relativamente ai suoi prodotti: "sono frutto della continua ricerca della perfezione".

La perfezione quindi come marchio di fabbrica che tra l'altro istintivamente richiama il concetto stesso di "Made in Italy".

Bene. Allora cosa serve realmente alle aziende e alla società italiana per tornare a competere nel futuro?

Incredibilmente smettere di cercare la "perfezione"!.

Si perché perfezione e tecnologia spesso fanno a pugni. Se il paese vuole veramente fare un salto nel futuro non è infatti più pensabile competere nella arena digitale cercando sempre di proporsi con un prodotto "perfetto".

La perfezione è stato il mito che ha alimentato i markettari delle statistiche, analisi, focus groups, che cercano sempre di definire: questo piace, questo no....

Il prodotto perfetto è qualcosa che deve piacere a tutti. Ma è evidente che è impossibile che un prodotto possa piacere a tutti! Così come i target groups non sono popoli "stabili" come la letteratura marketing tende a ancora oggi ad accreditare. La trasformazione è un fenomeno sociale sempre presente ma che ora, accelerato dal digitale, è in grado di rendere obsoleto ciò che era perfetto solo pochi mesi prima!

Per cui solo un prodotto imperfetto (aperto) è destinato al successo. Vale per la politica, per l'industria, la tecnologia ma vale anche per il singolo.

Perfezione, certezze sono i due parametri del passato da mettere nei libri di storia, del fu ma non del sarà!

L'Italia in questo "nuovo mondo" che avanza parte avvantaggiata, ma non lo sa: infatti l'anarchia (inside) dell'italiano rende decisamente più agevole che ad un Tedesco, Francese e persino Cinese, vedere, creare questo spazio "imperfetto".

L'apparente assenza di regole è visibile solo da chi le regole non le vuole seguire.
Fili invisibili, variabili ... spesso geniali.

Come allora dare corpo alla "imperfezione" che crei successo?

Creando piattaforme, spazi operativi dove ciascuno possa trovare i supporti che necessita e scegliere sulla base delle proprie sensazioni, aspirazioni, valori... liberamente.

Occorre quindi concentrarsi a creare piattaforme per vendere vino, agroalimentare, prodotti industriali, design, così come per "vendere" idee politiche e sociali.

Una strada italiana che dalla "imperfezione" possa riportare gli "stranieri" ad esclamare: "è perfetto".

Tutto questo a Shanghai noi lo abbiamo definito iCIAO. Un segno distintivo, un saluto, un auspicio. Che appare interattivo, ma che è anche imperfetto. La miscela che crediamo possa essere alla base della nuova Italia (nel mondo).

Da qui iCIAO come piattaforma che possa interconnettere, non quale raccolta di applicazioni, ma open-toolbox di strumenti aperti, desks di conoscenze e persone, per dare alle imprese italiane le basi su cui creare nuovi successi per il futuro nel mondo.

Un lavoro di squadra che parte dalla idea di un saluto che il mondo ci riconosce ( e ci unisce).

Per cui: avete una applicazione / soluzione che possa aiutare le imprese italiane nella loro internazionalizzazione, avete idee che vorreste sviluppare per aiutare le imprese italiane?

Beh vediamoci su iCIAO!

domenica 11 settembre 2011

Hu Jintao Presidente Cinese versione Cantante! (Canzone d'Amore Russa)

Anche Hu Jintao Presidente della Repubblica Popolare Cinese, alle prese con una famosa canzone d'amore russa! Berlusconi è avvisato!!

HuJintao Cantante

Link: Hu Jintao versione cantante!

mercoledì 24 agosto 2011

World Money - World Leaders!!


martedì 16 agosto 2011

Tutti al mare!!!

Anche ai cinesi piace andare al ..... mare!!! (la Costa Adriatica è avvisata!)


mercoledì 3 agosto 2011

FAKE SERVICES in Cina: I (falsi) negozi dei grandi brands


Vivendo in Cina se ne vedono di tutti i colori. Ma non finisce mai di stupire la "coraggiosa" fantasia che emerge giorno dopo giorno.

Si può dire che si è passati dalla fase dei FAKE PRODUCTS e dei FAKE BRANDS a quella FAKE SERVICES.

O meglio, la terza fase sembra essere la combinazione delle prime due, dove viene aggiunto il "dettaglio" che ad essere falso ora sia l'intero negozio e il suo format.

E la cosa appare appunto ben più coraggiosa, visto che i prodotti falsi possono essere difficilmente intercettabili, i brand falsi possono essere "nascosti", ma un falso negozio è qualcosa che è alla luce del sole (e delle autorizzazioni governative).

Per cui ora in Cina è l'epoca dei falsi Apple Store, Disney, Starbucks (da molto tempo) e le false Ikea.
Una guerra quotidiana dei grandi brands per tutelare i propri brands, valori (e know-how), irta di difficoltà in una legislazione sulla proprietà intellettuale che in Cina esiste ma che non riesce da sola a stoppare un fenomeno dei Copycats, che sembrano avere "sette vite" e per uno che viene stroncato, ne appaiono il doppio.

Un fenomeno che va però compreso a fondo. E' legato ad un processo connesso alla fase storica in cui è il paese che sta "imparando" e pensa che l'emulazione sia il mezzo più veloce per fare la cosa giusta.

Non va scordato come l'emulazione faccia parte del metodo formativo del cinese, che fin da piccolo ha imparato a scrivere, pensare, agire emulando, copiando qualcosa o qualcuno, senza porsi il problema che questo fosse o no un atto scorretto, ma al contrario  sempre convinto che questa fosse la strada giusta per fare la cosa giusta.

Ecco perchè il cinese copia ed appare sorpreso se gli viene detto che questa NON sia la cosa giusta.

Ma questo è un pò anche il problema del paese nell'attuale stadio di sviluppo, che per quanto sia riuscito a fare grandi incredibili cose, si sta accorgendo di aver spesso fatto le cose che altri paesi avevano già fatto da molto tempo, magari più grandi, ma sempre simili a qualcos'altro.

Attenzione che questo fu anche un fenomeno Italiano nel dopoguerra, anche se la grande differenza con la Cina è che l'Italia, popolo di inventori di "vecchia data", ha appreso tecnologie e metodi di impresa da altri, ma con il tempo ci ha messo molto del suo, fino a diventare l'inimitabile ed unico "Made in Italy".

Bene, questo è il sogno che la Cina si augura per il proprio futuro, un futuro che passa dall'imparare (copiando) per cercare di trovare la propria strada, stile e poter diventare un giorno l'invidiabile "Made in China" di cui essere orgogliosi.

Per il momento la "guerra ai copycats" continua!

Industry IPR: Copycat shops tap brand recognition

 

mercoledì 20 luglio 2011

Yao Ming si è ritirato!!


Era nell'aria nei giorni scorsi, ora è ufficiale: Yao Ming ha deciso di appendere le "scarpe al chiodo"!

Un vero peccato per tutto il movimento del Basket mondiale e sicuramente per i cinesi la perdita di un punto di riferimento che ha avvicinato Usa e Cina non più con il Ping Pong ma con il Basket.

L'NBA ora trema: oltre il 70% dei cinesi ha dichiarato che senza Yao Ming non seguirà più l'NBA!

Comunque sia: in "bocca al lupo" campione! E grazie di tutto.

http://qiaotag.net/members/xiaoqiaohu/

Crisi/ Ecco perché la Cina salverà l'Italia

(Pubblicato su Affari Italiani
Indiscutibilmente l’Italia sta rischiando veramente grosso e la situazione economica si è fatta talmente delicata che se solo qualcosa non dovesse andare per il verso giusto nei prossimi mesi, il debito che pesa sul “belpaese” potrebbe schiacciare anche chi viene definito dagli stessi più accaniti speculatori "troppo grande per fallire!".

E' per questa ragione che grande rilievo va dato alla recente visita del vice presidente cinese, Xi Jinping, in occasione della Festa della Repubblica, colui che il prossimo anno dovrebbe diventare il nuovo presidente cinese e alle dichiarazioni di queste ore dei vertici economico-finanziari cinesi. Sono "segnali forti" su cui vale la pena fare qualche riflessione.

Va evidenziato che allo stato attuale, guardando i dati sugli investimenti cinesi all'estero e soprattutto in Europa, questi non vedono al primo posto l'Italia, ben altri sono i paesi dove le aziende cinesi investono copiosamente. Per contro, la Cina nell’ultimo periodo ha comprato copiosamente titoli di stato italiani, tanto da essere stimato ne possieda già il 13% e sia diventato il nostro primo investitore straniero.

Ma allora, perchè tanto interesse da parte cinese sulle sorti dell’Italia, tanto da farle comprare negli ultimi tempi così tanti “pericolosi” titoli Italiani? La riposta è semplice: la Cina ha deciso di salvare l'Italia!

Infatti, così come negli ultimi mesi ha già agito attivamente per contribuire alla riduzione dell'impatto della crisi Greca sull'Euro, così ora la Cina è preoccupata che i paesi dell'Europa non falliscano o peggio, non contribuiscano a mettere in crisi il loro asset comune: l'Euro.

La Cina ha infatti nell'Europa il primo partner commerciale a livello mondiale, un partner con una moneta molto forte che consente ai prodotti cinesi di avere sbocchi importanti in un mercato molto vasto, questo anche alla luce della crescente rivalutazione che il dollaro sta avendo su pressione americana, fatto che renderà sempre meno vantaggiosi i prodotti cinesi agli occhi delle aziende USA. Ecco perchè la Cina pone grande interesse al futuro della vecchia capitale della grande Roma, perchè una sua "caduta", decreterebbe ancora una volta la caduta “dell’Impero d'Occidente".

La storia i cinesi l'hanno letta e riletta con attenzione, così come i dati finanziari, fatto che ha consentito loro di comprendere che non sono ne il Portogallo o la Spagna né tantomeno l'Irlanda o la Grecia i potenziali creatori del Big Bang che potrebbe decretare le fine dell’euro e riportare il mondo occidentale molti anni indietro (e creare non pochi problemi ai cinesi), ma bensì il “belpaese”.

Tra l'altro il nuovo ruolo assunto da Draghi a livello di Banca centrale Europea, non può che essere visto positivamente, visto che quale ex governatore della Banca d'Italia, contribuirà a "controllare" la situazione, dato che conosce le debolezze italiche forse come nessun altro.

Ed ecco perchè la Cina salverà l'Italia: per creare le basi per continuare a crescere, da un lato con la esportazione delle produzioni per così dire tradizionali e dall'altro, per cercare di ricevere ed instillare il know-how che l'Italia ha nel sangue negli sviluppi futuri delle proprie imprese, per fare il tanto auspicato "salto di qualità" che serve per passare ad una nuova fase della propria crescita industriale.

Infatti in questi mesi, per quanto siano continui gli incontri ai massimi livelli tra Cina ed Usa, crescenti sono le difese che gli Stati Uniti stanno alzando per evitare di subire la stessa sorte che subirono con i Giapponesi nella seconda metà del secolo scorso, dove lo stradominio giapponese arrivò a conquistare tutto quello che c'era da conquistare.

Ora però gli Usa, che troppo spesso sembrano animati da rigurgiti da "guerra fredda", non sembrano "fidarsi" troppo dei propri partner cinesi in questa loro vorticosa fase di crescita, tanto che di recente hanno stoppato le ultime operazioni finanziarie cinesi negli Usa sull’high-tech e telecomunicazioni per "ragioni di sicurezza nazionale".

E' per questo che la Cina, compreso che la sfida con il gigante Usa non si è ancora capito quale direzione realmente prenderà, ha deciso di guardare altrove e se per le materie prime ha lavorato in un win-win con i maggiori paesi africani, per quanto riguarda tutto il resto, il nuovo terreno di sviluppo è rappresentato dall'Europa.

L'Italia è quindi il paese che può dare ai cinesi le "chiavi" per guidare le sorti dell'intero continente, "troppo grande per fallire", così come appare sempre più chiaro che l'Europa (e l’EURO) senza i Cinesi non sarebbe in grado di sopravvivere a se stessa. A questo punto nasce la domanda: ma l'Italia vuole essere salvata dalla Cina? 
Questo sembra essere un punto non secondario e dolente per un paese, che con "orgoglio" intende cercare di preservare la propria "presunta" indipendenza, senza voler comprende a fondo come questo potrebbe contribuire non poco a riscrivere un proprio migliore futuro, visto che per esempio, a seguito dei prevedibili sviluppi in nord africa, rischia a breve di perdere la centralità che aveva in tale area, qualcosa che invece potrebbe recuperare attraverso un convinta co-azione con i cinesi. Il mondo (e i suoi equilibri) è cambiato da tanto tempo. Si tratta di accorgersene prima che sia troppo tardi!!

Ed ecco anche perchè da Bruxelles, Berlino e ora anche Pechino arriva un solo chiaro messaggio: "non mollate sul debito!". Comunque sia i Cinesi hanno scommesso che l’Italia si salverà. Sta ora a noi non deluderli.

lunedì 20 giugno 2011

La Lega alla “resa dei conti”

(Pubblicato su Affari Italiani)

BOSSI MARONI 420

Grazie alle “nuove tecnologie” ho potuto seguire dal vivo l’intero raduno della Lega di Pontida.

Un evento molto atteso, quale primo momento di confronto tra i vertici del partito e la propria base, dopo le recenti sconfitte elettorali.

Ed è così che preceduto dalle note della colonna sonora di Avatar e  lo spezzone centrale del film “Braveheart”, è arrivato l’atteso momento del discorso di Bossi.

Quello del “Capo”, come tutti i suoi lo chiamano, è apparso senza troppi giri di parole, un educato “ben servito” al Cavaliere, una chiara intenzione di “staccare la spina” se non saranno seguite alla lettera le indicazioni della Lega.

Una resa dei conti che passerà da una agenda politica leghista che verosimilmente diventerà per il Cavaliere e il Governo in carica, una sorta di “Boot Camp” quotidiano, con un unico obbiettivo: portare a casa il massimo possibile nell’unità di tempo che il governo saprà resistere alla “cura da cavallo” leghista.

Ma a Pontida è stato anche il giorno di una seconda resa dei conti, questa volta della stessa Lega con il proprio passato, un giro di boa che lo stesso Bossi ha considerato essere fisiologico, uno dei “cicli dei 15 anni” che da sempre hanno caratterizzato la storia politica Italiana.

Una nota che nella sua citazione non solo appariva proiettata all’esterno per descrivere la situazione politica nazionale attuale, ma è apparsa essere attuale anche alla stessa lega che sembra essere giunta a sua volta ad una bivio: o portare a casa le promesse fondanti o dover fare i conti con questo ciclico cambiamento di cui la stessa Lega potrebbe non esserne immune.

Lo scenario dopo le ultime tornate amministrative sembra poi essersi oltretutto complicato non poco.

Infatti appare evidente che alla “cavalcata” della Lega ad Est nel Veneto, si è assistito quanto meno ad un rallentamento, per non dire frenata, nella roccaforte Lombarda, qualcosa che rischia ora di creare una frattura che potrebbe rendere irrealizzabile il sogno secessionistico in cui si riconosce buon parte della base del movimento.

Un problema non da poco, al quale Bossi ha evidentemente cercato di mettere rapidamente una “pezza”, attraverso l’ufficializzazione a Pontida dello spostamento del proprio Ministero e di quello di Calderoli nel cuore della Brianza, nella Villa Reale di Monza.

Qualcosa che Bossi si è spinto a definire essere solo il preludio, a cui seguiranno gli spostamenti di altri ministeri pesanti, una richiesta reiterata allo stesso Maroni durante il suo discorso.

Un atto forte, che molti commentatori tendono da tempo a sottovalutare ma che però sembra essere il segno di come la Lega storica stia realmente facendo i conti con un’altra Lega per così dire moderna, quella che vede il movimento agire in maniera sempre più integrata negli interessi della Nazione e non più solo di quello che viene definito il “popolo padano”, un nuovo corso rappresento da nuovi leader decisamente più moderati.

Ed è così che per richiamare tutti alle proprie origini, l’attacco a Berlusconi, l’alleato con “il quale sono state possibili tante cose”, si è fatto “sarcastico” fin irrispettoso nel racconto di come il decreto che spostava i ministeri al nord fosse stato firmato anche da lui ma che poi si sia “ca..to addosso!”.

Sarcasmo a cui ha fatto seguito il “consiglio” dato a Giulio (Tremonti) di rivedere il Patto di Stabilità e comunque “di non toccare i nostri” (comuni, artigiani), così come il duro attacco allo stesso Napolitano, accusato di aver fatto venire meno il promesso supporto a “battere il centralismo romano” o l’accusa di come gli allevatori sulle quote latte “siano stati truffati dai delinquenti del Parlamento”, tutte affermazioni che danno l’idea del livello della partita in corso all’interno della Lega e della sfida che Bossi ha inteso lanciare, tornando alle origini stesse del movimento.

Un atto di forza del Capo che oggi sembra aver attinto a tutta la sua credibilità per riallineare tutto il movimento verso una azione comune, che questa volta in caso di fallimento, non esclude più anche l’atto supremo attorno a cui la Lega stessa è nata: la secessione!

E il momento in cui dal “sacro prato” si è levato l’urlo alla Braveheart, è stato paradossalmente l’unico momento in cui lo stesso Bossi è sembrato imbarazzato, quasi avesse compreso che senza risultati concreti, questa sarà l’unica possibile “svolta” che il prato potrà accettare in futuro dal proprio leader, ma che sa non essere il futuro auspicato dalla “lega moderata” che giorno dopo giorno sta crescendo a livello nazionale.

Questa sembra essere la “cattiva notizia” arrivata da Pontida.

Con la crisi economica sempre alle porte e il rischio di un default del paese quale ipotesi non più assurda, unito al crescente dissenso alla via dettata dalla Lega da parte dei leader della maggioranza delle regioni centro – meridionali, quanto accaduto oggi sembra preludere ad una “resa dei conti” ben più allargata, l’anticamera di un pericoloso “tutti contro tutti” che nelle prossime settimane potrebbe non essere la migliore medicina per traghettare il paese fuori dalle secche in cui si è impantanato.

Tutto questo in nome della parola d’ordine che la Lega aveva dato all’intera manifestazione di Pontida: “per la Libertà”.

La stessa parola attorno la quale a Roma la stessa Lega al Governo si è impegnata a tutelare gli interessi Nazionali di tutti noi italici, qualcosa che non potrà in futuro che portare ad una resa dei conti finale che ieri è sembrata essere stata solo rimandata.

mercoledì 15 giugno 2011

Ecco perchè non ci sarebbe nulla di male se Berlusconi si dimettesse!

(Pubblicato su Affari Italiani


Partiamo dal titolo apparso oggi sui media cinesi a commento dei risultati del Referendum italiani: "Gli elettori rigettano la politica del governo"

Andiamo poi in Giappone dove è già stato deciso che subito dopo che la situazione post terremoto - tsunami si sarà stabilizzata, si dimetterà l'attuale primo ministro, oltretutto appena eletto e che ha appena passato una fiducia parlamentare. Una decisione connesse proprio per come ha gestito la crisi e il malumore profondo della popolazione sulle scelte fatte dal governo durante questa incredibile emergenza.

Torniamo in Italia: sull'onda della richiesta di dimissioni di queste ore, un ministro del governo in carica ha affermato "dopo la sconfitta del divorzio, la DC ha continuato a governare per altri 20 anni!". Un altro ministro ha poi rimarcato il punto con un inequivocabile "se dovessimo dimetterci ogni volta che ci votano contro...", a cui altri esponenti della maggioranza hanno aggiunto  "erano solo dei referendum!".

Bene, premesso che è giusto non strumentalizzare i referendum per fini meramente politici, a questo punto appare evidente che il problema vero in Italia sia un altro e riguarda l’"etica politica".

In una situazione "normale" e in una democrazia evoluta, apparirebbe evidente che ad essere bocciate dai referendum non sono state le persone, ma la linea politica scelta dal Governo, oltretutto su due delle maggiori emergenze mondiali: energia ed acqua.

Non un dettaglio da poco, come dire le basi stesse della infrastruttura del paese nel futuro (solo per il nucleare erano 30 Mld di investimenti), le scelte che condizioneranno intere generazioni a venire (così come la stessa scelta NON nucleare fatta ieri).

Poco importa a questo punto questionare sulle "dietrologie" connesse, come per esempio che la legge abrogata sull’acqua è stata presentata dagli stessi che ora ne stanno chiedendo l’abrogazione o se il nucleare potrà in futuro essere più o meno sicuro o se il voto di ieri sia solo l'effetto del dramma Giapponese.

Se la politica ha veramente come primo punto della propria agenda il bene del paese, sentirebbe il dovere prima di tutto etico, di proporre le proprie dimissioni, quale gesto di rispetto al paese.

Tra l'altro, visto che lo stesso parlamento non sembra essere più a sua volta "in linea" con il volere popolare, avendo avvallate le leggi ora abrogate, nulla di male ci sarebbe in un paese normale a "rifare la conta", attraverso nuove elezioni, che avrebbero il grande pregio di mettere a tacere le "male lingue" su una gestione non democratica della cosa pubblica o peggio, di presunta dittatura di questo o quello.

Questo in un paese normale.

Per cui che Berlusconi si dimetta, non dovrebbe apparire come un gesto straordinario, ma qualcosa di normale nel continuo dialogo democratico tra popolo e governo che normale altrove, dovrebbe esserlo anche da noi.

E' la democrazia, per cui se chi è al governo “sente” di non godere della fiducia della maggioranza del paese (e attenzione non solo quella parlamentare), soprattutto su tematiche delicate come quelle affrontate nei referendum, dovrebbe sentire la necessità di aprire la strada ad un cambiamento che ripolarizzi gli interessi del paese attorno nuovi obbiettivi realmente condivisi.

Il voto di ieri è un gesto concreto di democrazia, così come appare evidente che Berlusconi con il suo sconsigliare di votare sia stata una inutile caduta di stile: quale capo di governo in carica avrebbe dovuto avere il senso etico di presentarsi al seggio dichiarando il suo voto, perchè come le elezioni, anche i referendum si possono vincere, sempre che si prenda la briga di spiegare alla gente le proprie ragioni.

Per cui definire i risultati di ieri "una sfiducia alla politica del governo" appare tutt'altro che azzardato. Esattamente la lettura che il mondo sta dando in queste ore.

Ma i referendum possono essere anche ben altro: l'occasione per l'Italia (e Berlusconi) di mostrare ora al mondo che è un paese normale, in cui lo scontro politico per quanto sia appassionato, particolare, unico, forse alcune volte troppo complesso, rimane però sempre dentro le regole base di una democrazia di stampo occidentale.

Perché le elezioni si possono sempre rivincere, mentre per qualsiasi governo, arduo è riconquistare la fiducia profonda e il supporto di un popolo verso le scelte da fare se questo non ascolta le sue urla di "disperazione", soprattutto di fronte alle scelte dolorose che dovranno essere fatte per superare la crisi attuale.

E i referendum sono questo messaggio "forte e chiaro" lanciato dal popolo. Ora spetta alla politica fare la sua parte, senza giustificarsi o peggio facendo "orecchie da mercarnte" o continuare a rifugiarsi dietro il poco onorevole “scarica barile”.

L'Italia s'è destata!

giovedì 9 giugno 2011

Buon giorno Italia! La Cina sotto l'acqua, che vuole mangiare meglio, unirsi a Taiwan, e sostenere le PMI in crisi!!

(Pubblicato su Affari Italiani)

Buon giorno Italia,

per prima cosa il tempo: oggi la Cina si appresta ad entrare nella "stagione delle pioggie" (una buona notizia) ma precocemente al normale (una brutta notizia? altro effetto dei cambiamenti climatici?).

Comunque si spera sia qualcosa di salutare, visto che 1/3 del paese ed alcuni dei più grandi laghi e fiumi, non sanno più cosa sia un goccio d'acqua. I terribili effetti di una siccità che non si vedeva da decenni!

Oltre a questo, a tenere banco in queste ore sono ancora le questioni economiche globali, World bank annuncia una crescita del 9,3% del PIL Cinese ed alimentari.

Il problema della sicurezza alimentare ormai è il tormentone che dimostra come il paese sia entrato in una nuova fase di sviluppo, quella del benessere e di chi è sempre più attento alla propria salute.

A questo va aggiunto come l'impatto dell'inflazione sui prezzi, contribuisca ad alimentare la crescita del già grande mercato del "sotto costo e di scarsa qualità, ma che ora rischia di diventare una emergenza sanitaria, visti i rischi sulla salute pubblica che può provocare.

Nel paese manca completamente una cultare in grado di distinguere il salubre dall'insalubre, visto che fino ad ora nella scelta di cosa mangiare, l'unico criterio tradizionalamente utilizzato è il prezzo. Questo atteggiamento è  connesso al fatto che il cinese medio considera aprioristicamnete tutti i prodotti sul mercato di pari livello, buoni e controllati.

Da qua la vera e propria battaglia che è stata ingaggiata agli additivi non a norma, ai criteri di conservazione e date di scadenza non rispettati e così via, di una lista lunghissima di irregolarità quotidiane, fatto di abitudini spesso ormai consolidate, tipiche del passato di povertà che la Cina si sta laciando alle spalle.

Altra notizia del giorno è nel campo turistico e la prossima liberalizzazione dei viaggi a Taiwan per turisti singoli in partenza da certe città (Beiing, Shanghai, Xiamen). Comunque un ulteriore passo verso una sempre più stretta relazione tra i due paesi e che nei prossimi decenni potrebbe portare alla tanto auspicata "soluzione", come è stato per esempio per Hong Kong e Macao.

Sul piano invece economico, crescente è l'attenzione alle PMI cinesi che a corto di capitali ( e spesso di clienti) ed ora anche sotto la spada di Damocle della crescente inflazione interna, fanno sempre più fatica a finanziare le proprie attività.

Da questa situazione di "crescente tensione", l'azione governativa a supporto, con alcuni interventi legislativi che intendono favorire una crescente disponibilità di liquidità per le PMI, interventi che passano attraverso una sostanziale ristrutturazione del settore del credito, con tanto di creazione di banche o branch specializzate sulle PM in tutto il paese.

"Ma i soldi non bastano" è il messaggio del Governo alle imprese : "occorre che vi innovate e concentrate i vostri capitali soprattutto per creare nuovi prodotti sempre più di alto profilo, altrimenti queste misure non basteranno!!"

Alla prossima da Shanghai!!

lunedì 6 giugno 2011

Il fascino della “Prima volta” al Roland Garros. Li Na ha fatto la storia del tennis cinese ed asiatico!

(Pubblicato su Affari Italiani il 6 Giugno 2011)  


Erano anni che non seguivo in diretta una finale di un torneo di tennis con il trasporto con cui ho seguito la finale femminile del Roland Garros di questa sera (qua in Cina).
Una finale oltretutto per noi in famiglia unica: un’italiana (la Schiavone) opposta per la prima volta nella storia ad una Cinese (Li).

Inevitabile la domanda: per chi tifare??

Una questione tutt’altro che banale, visto che a parte le nazionalità a noi “vicine”, entrambe le giocatrici giocavano il loro match con la storia. La Schiavone per fare lo storico Bis e la Li per dare alla Cina e al continente asiatico, la prima vittoria in un torneo del grande Slam.

Comunque fosse andata, per noi era difficile rimanere delusi, anche se devo dire onestamente che tra i due “record”, quello della Cinese era decisamente più carico di emozioni, per quanto da Italiano fosse importante il bis della Schiavone.

La ragione è presto detta: si è fatta la storia, quella con la S maiuscola del tennis cinese ( e dell’intero continente asiatico) e che da questa vittoria avrà sicuramente un’impennata di appassionati e giocatori che vorranno seguire le gesta della Li.

Una finale quindi per noi unica e “diversa”, nella quale non siamo rimasti insensibili alla sincera emozione della Li, che per una volta è apparsa meno “cinese” del solito, non appena raggiunto l’agognato obbiettivo.

schiavone modificato 1


Infatti per tutto il match si sono contrapposte la “istrioneria” della Schiavone e la impeccabilità e freddezza agonistica della Li, quest’ultima quasi una “macchina” in grado di dare bordate incredibili per tutto il match, senza mai dare segni di nervosismo o tensione.

Poi è arrivato il Tie-break che ha fatto la storia e tutto è sembrato cambiare: venute meno le “strategie” per entrambe le giocatrici, si è visto un tennis totalmente diverso, con la Li che ha tirato fuori dal cilindro una sequenza di giocate fantasiose, di un cambio di passo di chi voleva fare l’impresa.

Contemporaneamente ad ogni punto della Li, sulle tribune si è assistito allo spettacolo nello spettacolo, che ha visto protagoniste le fino ad allora composte signore cinesi presenti, immortalate nei loro salti di gioia che ti saresti aspettato più dal seguito italiano della Schiavone.

E poi l’ultimo punto, l’urlo liberatorio della Li sdraiata a terra, a cui ha fatto seguito un sorriso senza uguali che non l’ha più abbandonata durante tutta la premiazione ed interviste, un sorriso di chi sa di aver scritto la storia di un paese (ed un continente) e di uno sport che ora potrà ricevere maggiore rispetto da Badmington e Ping Pong, gli sport nazionali della racchetta, dove la Cina (e l’Asia) è abituata a dominare da sempre a livello planetario.

Tra l’altro la stessa Li al tennis vi è arrivata per caso, dopo che aveva infatti iniziato a giocare a Badmington, sulla scia del padre che era un giocatore amatoriale, ma poi il suo allenatore, come racconta la leggenda, nel vederla giocare come se giocasse a tennis, le ha chiesto di “tradire” lo sport nazionale per passare al tennis, sport che però da queste parti non gode delle stessa fama dei sui “fratelli di racchetta”.

Infatti qua i “campioni” e gli eroi da copertina e tv sono i giocatori di Badmington e Ping Pong, così come nelle strade cinesi non è raro vedere le famiglie e i ragazzi giocare a Badmington, mentre i campi da tennis sono desolatamente vuoti rispetto i parametri europei, sia perché più destinati agli ospiti stranieri, ma anche perché non è uno sport ancora nel “sangue” e nel cuore della gente, come invece lo è in occidente.

li na


Per cui dopo l’impresa, la Li sarà ricordata come la pioniera di uno sport ma soprattutto con la sua vittoria, contribuirà a modificare profondamente le regole vigenti, andando oltre le aperture della federazione degli anni scorsi che consentirono per esempio alla stessa Li di poter abbandonare la nazionale e seguire la propria scelta professionistica, così come contribuirà ad una sempre maggiore presenza e peso del tennis nelle Università dello Sport cinesi, quelle che contribuiscono a sfornare i campioni del futuro.

Di fatto contribuirà ad una sorta di “liberalizzazione” e creazione di nuove regole, rispetto a quelle attuali che di fatto limitano non poco i giocatori cinesi, visto il ruolo fondamentale che la federazione riserva alla nazionale e l’idea prevalente di un dilettantismo di fondo per gli atleti cinesi che probabilmente la stessa storia della Li sembra indicare, nel tennis limita le enormi potenzialità dei giocatori cinesi sui campi internazionali che contano.

Infatti l’impossibilità per i giocatori della nazionale di poter percepire sponsor o supporti economici privati, così come non consente loro di scegliersi l’allenatore o il team con il quale sviluppare la propria carriere, sembrano essere limitazioni che la vittoria della Li sicuramente contribuirà a rivedere.

Ma non solo: sicuramente porterà sui campi da tennis molti dei giocatori di Badmington che vorranno emulare la lieta storia della ragazza venuta da Wuhan e diventata per una sera la “Principessa di Parigi”.

Un’emozione unica, che nessun mondiale di Badmington o di Ping Pong sono in grado di offrire!

Ecco perché oggi non mi vergogno nel dire che, per quanto sarei stato comunque contento per il bis della Schiavone, sotto sotto ho tifato per la Li e quel fascino spontaneo e naturale della “vera” prima volta in assoluto che rappresentava.

Se d’ora in poi sempre più cinesi conquisteranno i maggiori tornei sulla terra rossa o addirittura il “sacro graal” del il mitico Wimbledon, tutto ciò sarà connesso a quello che oggi la Li è stata in grado di fare.

“E ora tutti a Londra!”. Questo è il tam tam che si stanno passando gli appassionati di tennis cinesi che sperano nell’incredibile ripetersi delle gesta di quella è che diventata ormai la nuova eroina nazionale!

martedì 31 maggio 2011

Dal “Palazzo dei luoghi” al “Consorzio delle reti”

Dopo che negli ultimi 5 anni con le nostra attività (e faccia) abbiamo sostenuto quotidianamente la causa dell’ex Palazzo Lombardia di Shanghai, con il preciso obbiettivo di favorirne una sua significativa innovazione ed integrazione con il sistema italiano a supporto delle aziende italiane in Cina, terminato l’EXPO, abbiamo deciso che fosse giunto il momento di “girare pagina” e poterci liberamente creare un nuovo contesto più attuale ed innovativo a supporto del “Made in Italy”, una scelta riassumibile con la battuta “dal Palazzo dei luoghi al  Consorzio delle reti”.

Andando così oltre le motivazioni che ci avevano convinto per tutti questi anni a “mettere la faccia” (e i  progetti) sulle attività del Palazzo Lombardia ed abbandonata la “staticità” di un luogo che  troppo spesso si è dimostrato essere più un ostacolo che un valido supporto alla nostra azione, ci siamo potuti riconcentrare sugli obbiettivi originari definiti fin dal mio arrivo in Cina: l’idea che si potesse amplificare il business tradizionale delle aziende attraverso l’uso delle tecnologie della comunicazione digitale.

Detto, fatto, quale primo passo operativo, abbiamo quindi dato vita ad un nuovo e più attuale spazio d’azione che questa volta partisse dalle logiche di progetto ed attività e che non rappresentasse un luogo prima di tutto di interessi.
E’ così nato nei mesi scorsi il Consorzio Italian Center, progetto concentrato attorno ad una semplice ma chiara missione: essere “spazio” agile ed indipendente che interconnetta tra loro le reti delle professionalità, aziende ed associazioni, con l’unico focus di ideare, creare, innovare e realizzare piattaforme di business a concreto supporto delle aziende nella loro azione commerciale e di business internazionale.

Tre gli aspetti qualificanti del nuovo Consorzio: il primo riguarda l’utilizzo sistematico delle tecnologie e delle piattaforme digitali in tutti i progetti consortili. Il secondo l’utilizzo della“leva” del digitale per creare un’infrastruttura “distribuita” agile e leggera, attraverso la connessione tra loro dei diversi spazi fisici dei partner. Terzo, sfruttando questo diverso approccio e metodo organizzativo, agire non solo sul mercato Cinese ma anche in altri mercati internazionali, a partire dai “complementari a quello Cinese” quali India e Brasile.

Ed è così che in pochi mesi, siamo riusciti a dare forma ad un primo progetto fortemente innovativo nel Food & Beverage “Made in Italy”, denominato“Taste of Italy” che ha confermato la validità delle scelte fatte e del nuovo metodo utilizzato.
Infatti, attraverso la cooperazione attiva tra i partner coinvolti ma soprattutto attraverso l’uso di un innovativo approccio Cloud B2B, applicato per la prima volta in un settore abituato ad agire in maniera decisamente tradizionale,  “Taste of Italyconsente ora ai produttori del “Made in Italy” di vendere direttamente sul mercato  cinese  ed asiatico con un semplice Click!

Un approccio tipicamente utilizzato dalle multinazionali del Food & Beverage delle altre nazioni, ora a disposizione delle imprese italiane dell’agroalimentare nostrano, spesso troppo piccole per poter competere sui mercati internazionali.

Ma “Taste of Italy” non è solo tecnologia digitale, essendo a tutti gli effetti una piattaforma logistica / distributiva completa e dove si è posta grande attenzione nella gestione delle tecnologie della catena del freddo che rappresenta uno degli elementi fondamentali se non determinante, per il successo del prodotto di qualità Made in Italy sui mercati orientali che ancora non possiedono le competenze necessarie per una corretta conservazione e distribuzione.

La scelta di partire da questo mercato non è casuale, visto che oltre a consentirci di fare tesoro delle esperienze degli anni precedenti, è caratterizzato da una grande complessità ed un alto tasso tecnologico, una scelta che ci ha consentito di sviluppare una piattaforma logistico / distributiva ora declinabile su qualsiasi altro mercato ed Industry.

Progetti, innovazione e cooperazione sono quindi le basi fondanti del Consorzio Italian Center, lo spazio di cooperazione tra i diversi luoghi ( aziende, associazioni, organizzazioni …) totalmente proiettato al futuro, l’inizio di una sfida che sarà portata avanti con nuovi e sempre più innovativi strumenti, così da poter contribuire ad una sempre maggiore affermazione del “Made in Italy” sui mercati cinese ed asiatici.

Un progetto comunque aperto ai contributi ed ai supporti di chiunque crederà che questa possa essere la strada giusta per dare nuovo lustro al “Made in Italy” in Cina in Asia (e nel resto del mondo).

L’inizio di un percorso in discontinuità con il passato ma di continuità con quanto di buono è stato comunque da noi pensato e sviluppato  in questi anni e che possa contribuire a valorizzare le diverse componenti ed organizzazioni pubbliche e/o private che vorranno essere coinvolte ed alle quali offriamo fin d’ora il nostro totale supporto.

Una sfida italiana che parte dalla Cina, a partire dai contenuti e valori che il mondo ci riconosce ma che troppo spesso non sembrano essere stati in grado di ripagare a sufficienza in termini economici le competenze di cui dispongono molte delle nostre imprese italiane.

Un modo concreto per rispondere alla domanda: “cosa possiamo fare per contribuire attivamente ad un maggiore benessere e competitività delle imprese italiane nel mondo?

L’entusiastica adesione di queste settimane delle aziende italiane al progetto Taste of Italy”, appare un primo chiaro segnale che ci incoraggia a continuare con rinnovato entusiasmo ed aumentare il nostro impegno per un sempre più concreto supporto del “Made in italy” in Cina e nel mondo.

Detto questo, aderire al Consorzio Italian Center con la tua azienda / professionalità e così poter proporre / sviluppare assieme nuovi ed innovativi progetti sul “Made in Italy” è molto semplice: basta un click!
A presto a tutti voi…

lunedì 21 marzo 2011

La solita ipocrita “miopia” occidentale

Mi spiace che forse per un eccesso d’interventismo di alcuni paesi, Francia in primis, ora si sia dato il via ad una operazione militare che, pur comprendendone le ragioni ufficiali, rischia di rivelarsi un terribile errore strategico se non un boomerang per l’occidente.

Le ragioni di questi dubbi nascono dal fatto che queste azioni militari ora giustificano lo spostamento delle "attenzioni" non più su una questione interna prettamente libica ma su uno scontro tra nazioni e non ultima, rischia anche di portarsi dietro uno scontro tra religioni, fino ad ora ben fuori dal contendere.

Tutto questo in tempi di "guerre sporche" che non necessitano di armate ed armamenti sofisticati ma dove pochi fanatici facinorosi, possono in ogni momento portare in ogni dove le tensioni che fino all’altra sera, volenti o nolenti, sarebbero comunque rimaste relegate alla Libia.

A questo si somma anche il dubbio che dietro le pur comprensibili motivazioni umanitarie ufficiali, ci siano in realtà ben altre ambizioni di geopolitica e di ridefinizione degli equilibri internazionali dell’area se non di carattere prettamente economico, vista anche la grande disponibilità energetica della Libia, qualcosa che le attribuisce un peso altrimenti non così strategico sullo scacchiere internazionale.

E’ opinione diffusa che le guerra del futuro sarebbero state causate da tre emergenze planetarie che incombono: Energia, Acqua e Cibo. Le tensioni di queste settimane in più parti del mondo sembrano tutte avere almeno una di queste motivazioni quale causa scatenante.

Iraq ed Afghanistan poi sono li a monito di come gli interventi “sulla carta” di pace, anche se richiesti dalla stessa popolazione di quel paese, come è stato proprio in Afghanistan, rischiano poi trasformarsi in guerre di occupazione di lunga durata con l’effetto a sorpresa che ora il “popolo oppresso” Afgano che aveva richiesto l’intervento occidentale, sta chiedendo agli occidentali di “levare le tende” e nel contempo ha aperto un tavolo di negoziazione con i vecchi nemici che non si fatica a pensare, nel futuro possano diventare buoni amici.

Un parallelismo tutt'altro che azzardato, visto che è cosa nota come la Libia sia tutto tranne che uno stato unitario, dove da decenni sono rimaste congelate le conflittualità che hanno da sempre caratterizzato i diversi gruppi tribali che ora, come una eruzione di un vulcano, rischiano di riemergere e vanificare l'idea stessa che possa esistere una unica Libia, l'idea occidentale che ha scatenato l'attacco militare.

Perchè è evidente che dopo le armi, bisognerà che si decida chi possa diventare la nuova guida del paese. E su questo punto credo gli occidentali avrebbero probabilmente fatto meglio a riflettere più a lungo se non lasciare che rimanesse realmente una cosa interna alla Libia, perchè statistiche alla mano, ci sono stati più morti civili post guerra dell'Iraq che in tutto il periodo bellico della sua “liberazione”.

I pazzi sono tali. E contro la pazzia non è mai corretto scendere sullo stesso piano.

La pazzia dei Gheddafi e di altri dittatori come lui, di fronte al cambiamento del mindset che sta emergendo nell'area, avevano comunque le ore contate.
E' altresì noto che dietro i ribelli in Libia ci fossero gli aiuti dell'Egitto. Così come in Siria in queste ore le piazze stanno contestando Assad e le dietrologie anche in questo caso si sprecano.

Forse l'ONU, invece di decidere di scendere in campo come parte in causa, avrebbe fatto meglio a mantenere il proprio ruolo di "super partes", perso dall’altra sera.

A chi saranno infatti imputabili in futuro gli attentati che è fin troppo prevedibile, rischiano di costellare il futuro di molti paesi occidentali?

Così come appare incredibile che una forza negativa come quella di Al Qaida rischi ora, con il suo essere stata alla finestra, di divenire addirittura possibile sponda futura del malcontento arabo, quando le decisione occidentali di queste ore, riveleranno la propria inefficacia e non esisteranno altri “luoghi” a cui appellarsi.

Stesso discorso vale per l'Iran, che così' incassa l'idea che i guerrafondai sono i soliti Usa e gli altri paesi della coalizione che oltretutto, a più di un osservatore orientale, sembrano oltretutto essersi prestati a “coprire” le debolezze degli Usa, già impegnati su due fronti militari.

Oltre tutto le armi non rappresentano mai una soluzione.
Peccato che ancora una volta il Premio Nobel Obama se ne sia scordato,finendo per agire come un Bush qualsiasi.

Non ultimo un commento sulla posizione italiana.

Viste le strette relazioni trascorse con tanto di "scuse" pagate a peso d'oro, cosa che non mi risulta essere stato fatto da nessun altro paese colonialista occidentale, forse sarebbe stato più onorevole mantenere una posizione di astensione.

L'interventismo che sta caratterizzando la posizione italiana, rischia di far emergere ancora una volta l'idea molto diffusa all'estero, della "banderuola" italiana, nazione che non sembra mai avere una posizione chiara e il coraggio delle proprie azioni, ma cerchi sempre il modo di uscirne vincente, con un atteggiamento sempre poco edificante: il voltafaccia.

Scordarsi gli incontri amichevoli con Gheddafi nell'era della rete non servirà. Infatti quando sui canali internazionali parlano in queste ore della storia politica di Gheddafi, senza ritegno vengono mostrate le immagini della tenda in Roma, il bacia mano del Primo Ministro  Italiano (e perchè poi un bacio?) e tutto ciò che da ieri si pensa di voler far credere non sia mai esistito.

L'astensione sarebbe stato un gran gesto di "forza", non per dimostrare che si intenda perdurare in questa relazione, ma di una posizione realmente concentrata in maniera prioritaria sulla questione sociale / umanitaria, visto che appare evidente che dopo le bombe seguiranno i profughi che sia che vinca o perda Gheddafi, avranno tutti una direzione: l’Italia!

Ora occorre vedere cosa questa guerra porterà veramente. Se ad una pace diffusa, come ci augura tutti o ad una lunga ed estenuante lotta di posizione o peggio l'inizio di un periodo bellico di “guerra sporca” permanente, dove l'atto terroristico rappresenterà il nuovo quotidiano per molti paesi del mediterraneo ed occidente, oggi in prima linea contro l'ignoto che questa azione potrebbe aver spalancato.

Non ci resta che incrociare le dita.

giovedì 17 marzo 2011

La Cina sospende il proprio piano di sviluppo nucleare.

Dopo l’evidenza di una situazione in Giappone definita da fonti cinesi “fuori controllo”, la Cina ha deciso di agire nella direzione della sospensione del proprio piano di sviluppo nucleare. In questa decisione saranno coinvolti anche gli impianti già in costruzione così come quelli già approvati e nella loro prima fase di sviluppo.

L’obbiettivo è quello di “una approfondita analisi della situazione degli impianti esistenti ed una revisione ed emanazione di nuove regole e norme di sicurezza nell’ambito di “più avanzati standard di sicurezza”.

L’annuncio arriva attraverso una nota ufficiale diffusa dopo una riunione del Consiglio di Stato presieduta dal Primo Ministro Web Jiabao.

Una decisione importante che intende rivedere dalle “fondamenta” le basi stesse secondo cui si sono costruite e si intendevano costruire centrali nucleari in Cina, visto l’evidente fallimento di quelle in essere, di fronte alla furia degli eventi naturali scatenatasi in Giappone.

Una scelta coraggiosa, che arriva subito dopo il rilascio del piano di costruzione di un nuovo sistema di 25 centrali sulle coste orientali che andavano ad aggiungersi alle 13 esistenti, piano che intendeva così rispondere alla crescente richiesta di energia e alla necessità di rispettare gli accordi internazionali per ridurre il potere inquinante degli impianti a carbone attuali.

Per fare un esempio, ancora oggi il 70% della energia di una città come Shanghai arriva da impianti a carbone. Da ciò si comprende, come la strada nucleare avrebbe sicuramente influito nella riduzione del potere inquinante di queste metropoli. Ma alla luce dei rischi ancora più gravi che la tragedia in Giappone ha fatto emergere, in Cina il Governo non ha esitato nel decidere di bloccare tutto ed iniziare un processo di revisione complessiva che potrà bloccare lo sviluppo del piano nucleare cinese per parecchi anni.

Ora ovviamente siamo tutti in apprensione per vedere gli sviluppi in Giappone, di quello che sembra essere un continuo crescendo di una situazione che appare “fuori controllo”, nella speranza che non si assista ad una pericolosa escalation che renda ancora più terribile il già incredibile accaduto venerdi scorso.

Al momento, le analisi sembrerebbero in ogni modo confermare che le fuoriuscite radioattive della centrale di Fukushima non si siano diffuse oltre le aree circostanti la centrale stessa, anche perché le condizioni meteorologiche di questi giorni le hanno spostate ad est nell’oceano pacifico, finendo per diluirle nell’aria e nell’acqua del mare.

Una situazione che appare però in continua evoluzione, anche perché in molti cominciano a dubitare sulla consistenza e veridicità delle informazioni fornite dai Giapponesi, tanto che molti esperti cinesi pensano che il disastro di Fukushima non sia da considerarsi, come dichiarato fino ad ora, di livello 5, ma bensì sia almeno di livello 6, quindi ben più grave di quanto accaduto a Three Mile Island nel 1979.

Il livello d’incertezza sulle informazioni fino ad ora disponibili è tale che va segnalato come sia iniziata la corsa all’acquisto e all’accaparramento di sale che da queste parti contiene piccole quantità di iodio, con il quale si pensa di potersi proteggere dagli effetti delle radiazioni che evidentemente in non pochi, pensano non siano confinabili solo all’area della centrale.

lunedì 14 marzo 2011

Post Terremoto: a rischio l’economia del Giappone (e dell’Asia)

  “Questo terremoto proprio non ci voleva!”. Sembra essere questo il pensiero ricorrente in Giappone ma anche in molti paesi dell’area Asiatica.

Infatti quest’ultimo evento rischia di aggravare il momento di difficoltà che il Giappone sta attraversando, prima di tutto sul piano politico ma anche sul piano economico.

Politicamente dopo l’ultimo scandalo che ha finito per coinvolgere lo stesso primo ministro Naoto Kan che proprio ieri aveva confermato di avere ricevuto “donazioni illegali”, un caso molto simile a quello che aveva portato nei giorni scorsi, alle “famose” dimissioni del suo Ministro degli Esteri.

Ma lo scandalo politico è solo l’ultima delle vicissitudini di una stasi politica complessiva che hanno portato il Giappone a vedere eleggere (e dimettersi), ben 3 primi ministri negli ultimi 3 anni.

Il terremoto di ieri rischia di accelerare il logoramento in atto e mettere a durissima prova anche quest’ultimo governo, questione molto delicata, visto che ci dovesse essere un ulteriore cambio, questo potrebbe avere effetti devastanti sulla stessa tenuta della economia nipponica, già traballante a causa di un debito eccessivo che più volte ha rischiato di coinvolgere il paese nella spirale dei “Default” dei titoli di stato della crisi finanziaria del 2008 - 2009.

Rimasto a “stento” a galla fino ad ora, nel momento che sembrava ci potesse essere una ripresa in grado di rilanciarlo per il futuro, ora questo terremoto, che rischia d’essere il “colpo di grazia” alle speranze nipponiche, di potercela fare da soli.

Le ragioni di tanto timore sono connesse al fatto che, oltre ad avere intaccato la rete di produzione elettrica, basata su una rete capillare di centrali nucleari che si è dimostrata meno “indistruttibile” di quello che si pensava, intere aree produttive sono state spazzate via dalla furia dello tsunami. Aree che richiederanno ora massicci investimenti e tempi di ripristino tutti da definire.

Una situazione d’emergenza che mal si concilia con le priorità di riduzione ed ottimizzazione dei costi che il governo giapponese si stava apprestando a realizzare, proprio per cercare di allontanare il paese dal baratro.

Basti pensare che già ora, sulla base delle poche informazioni disponibili sui danni che sono stati inferti ieri dal terremoto, gli analisti stimano che questi contribuiranno a ridurre dell’1% la crescita del PIL del paese. Ma tutti dicono ciò a “denti stretti”, convinti che questa stima sia per difetto rispetto alla realtà che il Giappone sarà costretto a vivere nei prossimi anni.

A questo va aggiunto un dato, per così dire culturale che potrebbe giocare un ruolo decisivo: lo scatenarsi degli elementi naturali in Asia assume un valore sovrannaturale molto rilevante, tanto che sono spesso considerati segni e giudizi divini sull’operato di chi governa. Un evento naturale di queste proporzioni, con i danni collaterali che sembrano emergere dalle condizioni di rischio di alcune delle centrali nucleari nel paese, rischiano di minare prima di tutto il “morale” del paese, una qualità che ha caratterizzato il Giappone del dopoguerra e che lo ha portato, sconfitto sul piano bellico dagli USA nella seconda guerra mondiale, ad iniziare una rincorsa sul piano economico e finire per primeggiare 40 anni dopo.

In tutta l’Asia, si guarda quindi con grande preoccupazione a come il Giappone reagirà al terribile colpo inferto ieri. La ragione è semplice: è il primo partner commerciale di quasi tutti i paesi dell’area. Un’eventuale recessione potrebbe provocare uno tsunami commerciale che potrebbe coinvolgere molti paesi, minando seriamente il processo di crescita economico / sociale di questi anni. Un pericoloso effetto domino che inevitabilmente si diffonderebbe nel mondo, occidente compreso e potrebbe finire per intaccare anche molti dei fragili equilibri sociali esistenti.

Il mondo, dopo ieri non sarà comunque più lo stesso.