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lunedì 1 febbraio 2010

Crisi Cina - Usa: primo passo indietro degli americani. E Putin vende armi alla Libia!!!

A Washington devono aver compreso che i giochi da "guerra fredda" non sono più attuali, dopo la dura reazione di Beijing con il Ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi che oggi ha sottolineato l'intollerabilià di un gesto del genere che "che interferisce con gli affari interni cinesi."

Alle parole sono seguiti i fatti, con l'interruzione da parte cinese,delle cooperazioni militari partite lo scorso anno. Un segnale che è servito a spiegare agli Americani la reale posizione Cinese.

E forse a Washington stanno incominciando a comprendere la stupidità di questa provocazione gratuita ,tanto che nelle forniture a Taiwan non ci saranno i previsti F-16 ma solo, come citato dal Pentagono: "114 Patriot (PAC-3) anti-missile systems, 60 UH-60M Black Hawk helicopters, 12 Harpoon Block II Telemetry missiles, 2 Osprey Class mine hunting ships and a command and control enhancement system".

Va sottolineato come gli americani, quasi fossero degli scolaretti presi con le mani nella nutella, continuiano in queste ore a giustificarsi, dicendo che stanno "solo" onorando accordi presi da tempo con Taiwan , dimenticandosi di dire che detti accordi, sono quelli sottoscritti in piena Guerra Fredda, quale deterrente e contrapposione armata alla Cina.

Una situazione non più attuale, viste l'ormai crescente normalizzazione dei rapporti tra Cina e Taiwan e l'inizio di un percorso che dovrebbe portare ad una unificazione sul modello di Hong Kong.

Visto l'evidente imbarazzo della Amministrazione Obama ( Clinton), comincia ora a girare un'altra giustificazione, secondo cui gli Americani hanno fatto tutto ciò non per offendere la Cina ma "invitarla" a partecipare più attivamente in altre crisi nelle quali sono coinvolti, Iran in testa.

L'impressione è però che gli Americani, con questa "geniale" sortita  Diplomatica, stanno ora rischiando di perdere quel supporto che comunque avrebbero ottenuto, visto che la Cina stessa non vede di buon occhio la nuclearizzazione dell'area Medio - Orientale e soprattutto il rischio che i fondamentalisti islamici possano dotarsi di strumenti bellici eccessivi.

Ma appare chiaro che ora i Cinesi chiederanno qualcosa di riparatorio che gli Americani non potranno rifiutare, un Boomerang per la "fine" strategia Americana, Clinton in testa.

Per cui nell'incredibile agire degli Americani di questi giorni, pare abbiano perso la mappa ma soprattutto il polso di una situazione che sembra, ora dopo ora, sfuggirgli di mano.

Un esempio? Nelle stesse ore Putin, la Russa, ha venduto 2 Miliardi di armamenti (Caccia, Carriarmati e sistemi antimissile) alla Libia di Geddafi, proprio alle porte dell'Europa e dello scacchiere Medio-Orientale.

domenica 31 gennaio 2010

17:30 Ora è chiara la stategia USA.: la Cina come l'URSS

Dopo qualche esitazione finalmente le carte del gioco americano si sono scoperte. 

Nelle dichiarazioni di oggi del Dipartimento di Stato americano è stato testualmente detto: "la nuova vendita di armi a Taiwan, contribuirà a "mantenere la sicurezza e la stabilità" tra l'isola e la Cina."

Bene, fin qua nessuna novità rispetto alle posizioni di qualche anno fa. Ma esiste un ma grosso come una casa.

Quando Obama è arrivato in Cina lo scorso novemnbre ha firmato un accordo che stabilisce esattamente il contrario e che dice testualmente "gli Usa riconoscono il diritto della Cina di arrivare ad una riunificazione pacifica con Taiwan”, così come “la questione faccia parte della sovranità e territorialita' cinese”. Nel contempo “la Cina ha espresso la speranza che la parte americana onorerà i suoi impegni ad apprezzare e sostenere la posizione della parte cinese su questo tema”.

In particolare Cina e Usa sono d’accordo che “in linea di principio, non supporteranno alcun tentativo per risolvere la questione con la forza.”

Un impegno sottoscritto dal Presidente Obama ed ora di fatto non rispettato dal suo Dipartimento di Stato e dal suo Segretario di Stato Clinton.

Da qua la dura reazione della Cina che ora "vede" un pericoloso doppio gioco del suo più grande debitore, che da una parte rassicura e dall'altra lede gli interessi della Cina.
Ma a preoccupare sono proprio le ultime dichiarazioni da "guerra fredda", di uno schema che vuole congelare la questione di Taiwan, cosa che invece nelle menti cinesi deve trovare, nei giusti tempi, una soluzione nella riunificazione.

Per cui l'atto della vendita delle armi a Taiwan è considerato un atto che minaccia il territorio cinese e quindi ha fatto automaticamente attivare una reazione difensiva da parte cinese.

Gli USA sembra evidentge che con Internet da una parte e Taiwan dall'altra, vogliano ripercorrere la strada che portà alla implosione della Russia. 

I cinesi la storia l'hanno studiata a fondo e quindi ora prenderanno le dovute contromosse, ma soprattutto gli Usa sembra stiano peccando di una incredibile miopia. 

Gli URSS di allora e la Cina di oggi non sono minimamente paragonabili e tentare di "sfasciarla" sarà un pericoloso Boomerang che potrebbe al contrario stavolta portare sulle "tavole degli americani" i costi di una scelta senza ritorno.

Perchè se il creditore chiude i rubinetti,gli americani si trovano all'istante poveri come mai nella propria storia, ed un sacco di nemici in giro per il mondo!.

In Cina invece ci sono ampi margini per accettare anche l'eventuale perdita delle esportazioni verso quello che sarà considerato solo "un ingrato ex amico".

Così come il mondo in via di sviluppo già ora non è schierato con gli USA che giorno dopo giorno stanno smettendo i panni del "padre della libertà" per quelli di un triste, invecchiato, risentito ed inascoltato Imperatore.

O forse queste sono anche le prime crepe del potere di Obama, che siorno dopo giorno sembra stia sfaldandosi come neve al sole (vedi anche le scuse pubbliche nel discorso sull'Unione), davanti alle "reali" priorità del paese??

La domanda anche dopo le ultime dichiarazioni sorge quindi spontanea: chi comanda realmente a Washington?? Obama o la Clinton??

sabato 30 gennaio 2010

A che gioco stanno giocando gli USA??

Prima Google, ora le armi a Taiwan.

Mah, azioni che sembrano più suggerite dalla voglia di mostrare i "muscoli", piuttosto che cercare un auspicato equilibrio mondiale.

Provocazioni che rischiano di fare ripiombare il mondo in una guerra tra "blocchi" di antica memoria.

L'impressione è che la politica Usa di Obama non cambierà da quella, disastrosa del suo predecessore, perchè al di là delle parole, sembra che stiano prevalendo i "falchi" e la voglia della Clinton di mettere i "pantaloni in famiglia".(o di essere il presidente giusto per le prossime elezioni nel 2012)

Facciamo due calcoli: gli americani chiedono ai Cinesi di acqustare bene del tesoro americano per non sprofondare nei propri debiti per circa 500 miliardi di dollari.

Poi, contemporaneamente passano 6,4 Miliardi di dollari di armi a Taiwan con la quale sta cercando faticosamente un equilibrio.

Beh, cosa potrebbero ora decidere i Cinesi? E allora perchè compriamo ancora debiti americani per trovarceli sotto forma di armi sotto casa??

Mah! A Washington forse a qualcuno si è inceppata la calcolatrice... O forse ha perso il senso della realtà (Afghanistan, Iraq, Iran etc...) ...ed ora anche la Cina.

China strongly protests US arms sales to Taiwan

venerdì 17 luglio 2009

Xinjiang: Morti diversi!!

(Pubblicato su Affari Italiani il 14 Luglio 2009)
In queste ore, nello Xinjiang è in corso una “cinica” guerra delle cifre: il conteggio dei morti nelle giornate di scontri.

Alle autorità cinesi, che hanno ufficialmente aggiornato il bollettino a 184 vittime, risponde da Washington Rebiya Kadeer, leader del World Uyghur Congress, affermando che le vittime “sono mille o forse di più”.

Fin qua tutto secondo “copione”, ma dietro questa “guerra delle cifre”, cominciano anche ad emergere delle “incongruenze” che meritano un’analisi.

Su 184 morti, ben 137 sono infatti di etnia Han, cioè l’etnia prevalente in Cina (di cui 111 uomini e 26 donne), mentre 46 (di cui solo una donna), sono quelli di etnia Uigura, cioè la minoranza etnica scesa in piazza per protestare.

Qualcosa quindi non torna nella storia raccontata su tutti i media occidentali, secondo cui “la polizia avrebbe massacrato inermi manifestanti della etnia Uigura”.

Oltretutto, se come in queste ora viene affermato dai leader secessionisti Uiguri, ci fossero stati migliaia di morti, carri armati o camionette che passavano sui cadaveri dei manifestanti, appare incredibile che non esista una sola foto, un’immagine di queste atrocità e di quello che il mondo intero ha immediatamente bollato, come un “massacro”.

O meglio, esistono moltissime immagini delle televisioni cinesi, immagini anche molto crude, violente, di gente che viene pestata a sangue da altri comuni cittadini, immagini che raccontano comunque una storia ben diversa.

Ovviamente, molti commentatori occidentali, pur di non dover dire di essersi “sbagliati”, hanno finito per mettere subito in dubbio queste immagini, definite addirittura “abili tagli governativi”, visto che invece di vedere Uiguri ammazzati dalla polizia, mostravano proprio gli Uiguri che pestavano uomini e donne della etnia Han.

Ora di fronte a queste cifre e dove ben il 75% dei morti sono cittadini cinesi della etnia Han, le stesse “penne” tacciono.

Per giorni però, il bombardamento mediatico di quelle ore, fece passare la notizia, mai smentita, che la polizia cinese stesse ammazzando, a sangue freddo, cittadini inermi della etnia Uigura, durante una manifestazioni pacifica.

Ma c’è dell’altro: nelle corrispondenze occidentali, i morti sono “diversi” e quindi si parla di cinesi quando si fa riferimento ai morti di etnia Han, mentre semplicemente di Uiguri, quando si fa riferimento ai morti della etnia mussulmana, turcofona.

Con ciò, si tende ad avvalorare l’idea che i morti appartengano a due nazioni diverse, dimenticandosi che per quanto di etnia diverse, i morti sono TUTTI e solo Cinesi.

Comunque sia, quanto accaduto nello Xinjiang, non convince del tutto le autorità cinesi, anche alla luce dei continui appelli dall’estero da parte dei movimenti secessionistici, che continuano a “sparare” numeri di morti a spanne, con il chiaro intento di “intercettare” il supporto dalla comunità internazionale sulle loro aspirazioni secessionistiche.

Ma chi sono veramente gli Uiguri?

Basta però fare un passo indietro nella storia della regione, per scoprire anche in questo caso, una verità un po’ diversa da quella apparsa sui media occidentali.

Sul piano territoriale, l’attuale Xinjiang fu conquistato dai cinesi nel 1755, diventando nel 1884 provincia regolare dell’impero cinese.

Ma è sulla “millenaria” identità uigura che rivendica ora la propria indipendenza che si hanno le maggiori sorprese.

Incredibilmente, infatti non esistono notizie di alcuna identità Uigura, fino agli anni ‘30, identità che trae invece ispirazione dai movimenti nazionalistici e socialisti della neonata Unione sovietica e della Terza Internazionale.

Il nome a cui si ispirarono, fu preso dall’impero uiguro dell’8°, 9° secolo che effettivamente occupava una parte dell’attuale Xinjiang, ma le due popolazioni non hanno nulla a che fare l’una con l’altra.

Infatti, mentre gli antichi uiguri erano mongoli e buddisti, gli attuali uiguri sono turcofoni e musulmani.

Quindi quanto sta accadendo in questi giorni nello Xinjiang, sembra effettivamente strettamente collegato ad un ritorno del “nazionalismo” uiguro degli inizi del ‘900, che portò ad una temporanea indipendenza tra il 1944 al 1949, in quello che fu allora chiamato Turkestan Orientale.

Lette sotto la lente della “storia”, appaiono quindi del tutto esagerate, le accuse di “genocidio” che da molte parti del mondo, si stanno alzando contro la Cina.

Contemporaneamente, appaiono decisamente esagerate, le pretese degli stessi Uiguri, che stanno cercando di farsi passare per i millenari abitanti di quelle terre, fatto che non appare dimostrabile su base storica.

Ma a parte una lettura storica della vicenda, esistono anche riscontri sul piano investigativo, che sembrano confermare l’esistenza di una regia esterna ai fatti accaduti la settimana scorsa.

Un ruolo determinante lo hanno le telefonate proprio della Rebiya Kadeer, al fratello che vive in Urumqi, telefonate antecedenti ai fatti e nelle quali avvisava il fratello di come fosse a conoscenza che ci sarebbero stati degli scontri nella città.

Detto questo, a far paura ai cinesi, non è di per sè il “ritorno di fiamma” del nazionalismo Uiguro, bensì il fatto che possa portarsi dietro una minaccia “islamica” che coinvolga la Cina nel terrorismo internazionale.

Nei mesi scorsi, sono stati catturati in Afghanistan guerriglieri Uiguri che combattevano nelle file talebane, la prova di una connessione esistente tra le diverse anime Islamiche che ora potrebbero volersi inserire nella questione Uigura, attraverso azioni violente.

Ma esiste un altro aspetto, legato alla tradizione, che rende i cinesi ancora più diffidenti.

L’importanza dei cicli nella storia Cinese

Il prossimo 1° ottobre, si festeggia il 60° della nascita della Repubblica Popolare Cinese.

Quest’anno avrà però un significato simbolico particolare che si perde nella notte dei tempi della millenaria storia cinese.

Infatti il numero 60, nella cultura cinese, rappresenta nel calendario Cinese il completamento di un ciclo completo, composto da 5 sottocicli di 12 anni ciascuno.

Quindi, scaramanticamente, per i cinesi è importante che non accada nulla fino al termine di questo ciclo, un grande valore simbolico anche sulla continuità dell’attuale equilibrio politico.

I “nemici” della Cina, per contro, cercheranno di “offuscare” questa data, proprio per cercare di lanciare un “segno” contro tale continuità.

La “provocazione” di Taiwan

Da queste parti queste cose hanno ancora un grande importanza, basti pensare alla ferita ancora aperta di Taiwan.

A parte la questione strettamente territoriale, esiste infatti un’altra ragione, per così dire di “legittimità”, che per lungo tempo ha realmente fatto rischiare la guerra nello stretto.

Infatti, quando Chiang Kai-shek decise di fuggire sull’Isola di Formosa, l’attuale Taiwan, si portò dietro anche qualcosa di molto, molto importante: i 25 sigilli imperiali dell’epoca dei Qing, che simboleggiano il potere imperiale, ora esposti al museo di Taipei.

Nella cultura cinese, quando un contendente viene sconfitto, viene anche eliminato tutto quello che possa fare riferimento al perdente, che viene quindi letteralmente “cancellato”.

E’ stato sempre così, nel susseguirsi delle diverse dinastie che hanno dominato l’Impero Cinese.

Questi sigilli sono quindi una sorta di “provocazione”, la prova di qualcosa di lasciato “incompiuto”, oltre che una rivincita degli sconfitti, che così possono ancora cercare di dimostrare al popolo cinese, la presunta illegittimità della nuova dirigenza.

L’unità della nazione come “valore supremo”

Ma tornando ai fatti nello Xinjiang, bisogna ricordarsi come esista un “valore supremo” che i cinesi contemporanei intendono preservare ad ogni costo: l’unità della nazione.

Valore attorno al quale tutti i cinesi si riconoscono e che li lega in maniera indissolubile al partito, garante di questa unità ritrovata, dopo un lungo periodo di rovinose guerre civili e fratricide.

Qualcosa che non è trattabile, fortificato dalle umiliazioni subite di fine ‘800 e inizi ‘900, da parte degli occidentali, eventi scolpiti nelle menti di tutti i cinesi, non più disposti a riviverle.

La violenza distruttiva degli Uiguri e il fatto che abbiano ammazzato così tanti cittadini, è stata quindi interpretata come un attacco all’unità del paese e ciò spiega perché tutti i cinesi, senza esitazioni, abbiano chiesto al governo il ripristino dell’ordine.

L’aver rotto il “sottile” legame che teneva in equilibrio le due etnie in questa regione, ha vanificato il tentativo di una qualche integrazione perseguita negli anni.

Per questo occorre stare attenti, sui media occidentali, ad “accreditare” storie “scritte a tavolino” da gruppi secessionisti, in questo caso di matrice islamica, che totalmente sconnessi dai fatti storici, possono però accendere pericolose micce che possono diventare una grande incognita per il futuro.

Ma ancora prima di qualsiasi considerazione politica, occorre smettere di continuare a distinguere tra loro i morti di questi giorni, tutti cinesi, a prescindere dalla loro etnia o credo religioso.

Sarebbe un primo concreto passo per aiutare a cercare di ricomporre le “distanze” di queste ore.

lunedì 20 aprile 2009

Team di Taiwan costruisce un rivelatore per terremoti

Nella corsa alla prevenzione sui terremoti, una notizia importante arriva da Taiwan e sembrerebbe dimostrare come i terremoti possano venire previsti.

Infatti in questi giorni, un gruppo di ricerca ha creato un dispositivo low-cost che può prevedere i terremoti 30 secondi prima che avvengono, tempo sufficiente per gli avvertimenti fondamentali in caso di calamità del genere. 

”Il dispositivo può rilevare un imminente terremoto, la sua velocità ed accelerazione ed elemento fondamentale, consente di valutarne la magnitudo in modo da potere mettere istantaneamente in guardia i treni, gli impianti di gas naturale ed elettrici, così da chiudere le forniture prima che il terremoto avvenga”, ha detto Wu Yih-min, ricercatore presso l'Università Taiwan, Dipartimento di Geoscienze. 

Lo strumento, costruito dopo 5 anni di ricerche, è più preciso rispetto ad analoghe tecnologie utilizzate all'estero e 
potrebbe costare il meno 10.000 dollari Taiwanesi,(US $ 302). 

"Siamo in grado, 30 secondi prima che avvenga, di stabilire se è un piccolo o grande terremoto, la sua scala e anche la quantità dei danni ipotizzabili". 

Il dispositivo si avvale di un chip che costa solo pochi dollari e può essere molto semplicemente posizionato dove non possa subire ulteriori scosse se non quelle da terremoto. 

”Le scuole, i sistemi ferroviari e le centrali nucleari potrebbero trarre vantaggio da questa tecnologia”, ha detto Kai Kuo-wen, il direttore del centro sismologico di Taiwan, che ha collaborato attivamente aiutando l'Università nelle fasi di test del dispositivo. 

I ricercatori Taiwanesi devono ora capire come collegarlo al sistema di allarme esistente sull’isola.

Insomma Taiwan, una delle aree più colpite dai fenomeni tellurici, sembra dimostrare che la ricerca e il lavoro di squadra tra le diverse istituzioni preposte, possa dare concreti ed incoraggianti risultati sul fronte del monitoraggio e previsione.

Ora occorre raccogliere il messaggio e cercare di creare una nostra seria ricerca in un settore che possiamo sicuramente definire strategico, per la salvaguardia e la incolumità della popolazione e così col tempo, lasciare sempre meno spazio al “fatalismo” e all’imponderabile. 

venerdì 4 luglio 2008

Taiwan – Cina Collegamenti diretti.Decolla l'economia

Oggi ufficialmente la Cina e Taiwan sono collegate da voli aerei diretti, in virtù degli accordi stipulati il mese scorso tra i rispettivi governi.

Era dal 1949 che un aereo di linea non collegava direttamente i due paesi, a causa della disputa che da allora continua a dividerli, a seguito della guerra civile di inizio ‘900.

L’evento è molto importante e significativo, perché conferma le intenzioni delle due parti per cercare in futuro di normalizzare i propri rapporti, ponendo fine all’odio e i risentimenti che si sono trascinati in questi decenni.

La Cina non fa mistero che non intenda accettare altra soluzione che il ritorno di Taiwan sotto la totale giurisdizione di quella che tutti, Cinesi e Taiwanesi, definiscono “Madre patria”.

Venute meno le ragioni politiche che portarono alla lacerazione e alla loro divisione, gli interessi economici e la sostanziale complementarietà tra loro, sta suggerendo ad entrambi, una direzione decisamente più moderata rispetto a prima.

Prima di tutto Taiwan, diventando meta turistica ufficiale, potrà ora vedere di incrementare sensibilmente il numero dei turisti cinesi che visiteranno le proprie città e bellezze naturali di cui è ricca.

Taiwan ha inoltre evidentemente beneficiato in questi decenni di un contatto più profondo con l’Occidente e ha maturato una maggiore esperienza soprattutto nelle alte tecnologie, creandosi un patrimonio di altissimo profilo ed avere sul proprio territorio, le maggiori fabbriche di produzione di Chips.

Nel nuovo corso cinese, questo aspetto Hi-Tech risulta fondamentale, per consentire un salto di qualità della crescita cinese a supporto della creazione di un nuovo miracolo economico, questa volta legato alle tecnologie avanzate.

Non solo, l’Isola di Taiwan oltre ad essere sul piano ambientale, un paradiso di immenso valore, anche un grande produttore di prodotti vegetali, tanto che nei mesi scorsi si erano già svolte tutte una serie di eventi e fiere proprio su questo tema, per incrementare il già sostenuto interscambio commerciale tra i due paesi.

In questo caso le Olimpiadi e lo spirito olimpico, centrano poco, nel senso che la virata di questi tempi nelle loro relazioni, è connessa al profondo cambiamento politico interno a Taiwan che ritiene ora possibile una esperienza politica che per certi versi potrebbe essere molto simile ai casi di successo di Hong Kong e Macao secondo il paradigma cinese “Due sistemi uno stato”.

Dopo i recenti successi nella denuclearizzazione della penisola coreana e la distruzione di parte dell’impianto di arricchimento dell’uranio Nord Coreano, questa notizia non può che essere benvenuta, visto che l’area di mare che separa la Cina da Taiwan, è una delle più trafficate sul piano militare e nella quale tutte le superpotenze, silenziosamente, si stanno pericolosamente “marcando” a vista.

mercoledì 28 maggio 2008

Giornata storica! Cina e Taiwan: incontro ufficiale

Oggi è una giornata storica nel processo di normalizzazione e di definizione di possibili azioni future tra Cina e Taiwan.

L'incontro è ufficiale tra i vertici dei due partiti politici al governo, rappresenta una decisa apertura dopo le ultime elezioni presidenziali che, nel codice cinese ( e Taiwanese) intende offrire pubblicamente un segnale di reciproca apertura sul quale lavorare in futuro.

Ne seguiremo gli sviluppi, ma c'è da star sicuri di una cosa: i cinesi, anche e soprattutto dopo le ultime disgrazie, si sentono, giorno dopo giorno, più uniti, anche a Taiwan.

mercoledì 12 marzo 2008

Era ora!

Ieri negli USA è stato pubblicato il rapporto del Dipartimento di Stato Americano , relativamente alla lista “nera” dei paesi che violano i diritti umani nel mondo.

La notizia è che la Cina non è più inserita in questa lista, mentre sono stati aggiunti Siria, Sudan ed Eritrea.

In questo rapporto la Cina è stata invece inserita nella lista di quelli che gli americani definiscono “Paesi autoritari in piena riforma economica che hanno vissuto cambiamenti sociali rapidi ma non hanno avviato ancora riforme politiche e continuano a negare ai propri cittadini i diritti dell’Uomo e le libertà fondamentali».

Il messaggio di Washington alla Cina arriva con un tempismo perfetto, visto che in questi giorni si sono aperti i lavori del NPC e CPPCC, il parlamento cinese, con all’ordine del giorno proprio le “riforme politiche” citate dagli americani.

Ma per capire cosa sia successo, occorre fare un passo indietro a qualche giorno fa.

Mai come in questo periodo esistono i rischi che una delle molte crisi locali (Iran, Kosovo, Nord Corea, Taiwan ..) si trasformi nella “scintilla” di un pericoloso effetto domino a livello mondiale, dalle conseguenze difficilmente prevedibili.

Il continuo dialogo tra le parti, risulta quindi essere l’unico modo per cercare di mantenere “sotto controllo” tali pericolose situazioni e cercare con ostinazione soluzioni solo diplomatiche.

Su questa lunghezza d’onda si erano quindi svolti gli incontri di fine febbraio tra il Segretario di Stato Americano, Condoleezza Rice, il presidente cinese Hu Jintao e il premier cinese Wen Jiabao.

Andando oltre le frasi di circostanza e quale esempio di “pratica” diplomazia costruttiva, le due potenze hanno potuto “verificare” faccia a faccia, il rispettivo punto vista sulle diverse emergenze in corso nel mondo.

Ma due questioni in particolare sono state al centro di questi incontri: Corea del Nord e referendum di Taiwan.

Il Segretario di Stato Americano, che nei giorni precedenti aveva chiesto ai cinesi di esercitare sulla Corea del Nord, la “propria capacità di persuasione” affinché il piano di smantellamento degli impianti di arricchimento per l’uranio seguisse date certe e rapide, è andata di persona a Beijing a portare il proprio messaggio.

Contemporaneamente i cinesi hanno anche “incassato” l’appoggio Usa sulla spinosa questione di Taiwan, visto che il suo Segretario di Stato ha dichiarato di essere “fortemente contraria” al referendum di ammissione di Taiwan all’ONU, in programma il 20 marzo prossimo, preferendo ad esso una pacifica soluzione diplomatica.

Coerentemente e naturale seguito di questa concreta reciproca apertura tra le due super potenze, il rapporto pubblicato ieri, mette “ordine” dal punto vista ufficiale, sulla posizione del Governo USA relativamente alle spinose questioni dei diritti umani, riducendo quella “ambiguità di fondo” sottolineata dai leaders cinesi alla Rice nei loro incontri di Beijing.

Questo passo contribuirà non poco ad una sempre crescente normalizzazione dei rapporti tra i due paesi.

Ma non solo. E’ un atto importante, utile anche a “stemperare” la crescente, strumentale tensione che sta aumentando in questi giorni e connessa alla vetrina offerta dalle Olimpiadi in programma per questa estate.

Non va infatti dimenticato che è di questi giorni la scoperta da parte dei cinesi, di un piano terroristico per sabotare i giochi, organizzato da alcuni gruppi separatisti del nord della Cina di estrazione islamica, con relazioni con i gruppi terroristici internazionali.

Continuare quindi a fornire l’“alibi” di colpire la Cina, in “nome dei diritti umani violati”, non rappresenta un atteggiamento saggio, in momenti critici come quelli odierni, soprattutto per un'altra ragione: in Cina il dibattito sul tema di una “democrazia cinese” ha già iniziato da tempo il suo corso.

Apertamente i leaders e i gruppi dirigenti stessi, si stanno mettendo in gioco ed agendo proprio nella direzione di un continuo, profondo cambiamento della società Cinese.

Forse noi non ci rendiamo conto di quanto profonde siano state le riforme già realizzate e quelle man mano verranno introdotte, atti che necessitano però di tempo e serenità per poter maturare in pace.

Gli americani sembra abbiano compreso questo punto fondamentale.

Spero ora che anche i “ben pensanti” occidentali, dopo questo rapporto del Governo Americano, comprendano che la Cina va “aiutata” e sostenuta nella costruzione del proprio futuro.

In gioco non ci sono i soli diritti fondamentali dei cittadini cinesi, che il governo cinese sta già cercando realmente di salvaguardare, ma gli equilibri e la pace stessa dell’intero pianeta.

venerdì 27 luglio 2007

Vaticano: Le ragioni della CINA


(From China Daily) 2007-07-26 06:49


The Vatican must sever "diplomatic relations" with Taiwan and stop interfering in China's internal affairs if it wants to normalize ties with Beijing, a leading Chinese Catholic leader said yesterday.

The Vatican is the only government in Europe to recognize Taiwan and wants Beijing to grant the Pope supreme authority to appoint bishops on the mainland.

China sees the Vatican's stance as interference in the country's internal affairs, Liu Bainian, vice-president of the Chinese Catholic Patriotic Association (CCPA), said.

His remarks were in response to a report in the Italian daily, La Repubblica, on Tuesday that quoted him as saying he "strongly hopes to be able to see the Pope one day in Beijing to celebrate Mass for us Chinese".
The report has been widely cited by international news agencies, but Liu said it had ignored the preconditions he had set.

"What I meant was I hoped the Pope could visit China and celebrate Mass but only after normalization of diplomatic ties," Liu told China Daily.
"If the two issues can be resolved properly, the two sides will have favorable conditions to improve ties."

Liu's remarks came on the sidelines of a Catholic assembly in Beijing yesterday that was held to celebrate the 50th anniversary of CCPA.

The Chinese Catholic society has vowed to adhere to independent selection and ordination of bishops and management of its churches.

Liu Bainian"Without independence, the Chinese Catholic society would not have been reborn," he said.
The Chinese Catholic society is independent from the Vatican only in politics and economic policies. But in religious belief, Chinese Catholicism is the same as Catholicism elsewhere in the world, he said.

China today has about 5 million Catholics compared to 2.7 million in 1958, according to official figures.
More than 200 Catholic representatives, heads of other religions and government officials attended yesterday's meeting.

Ji Jianhong, chairman of the Three-Self Patriotic Movement Committee of the Protestant Churches of China, said: "Patriotism and religious belief are consistent in the Bible. Independence in religious operation has been a part of national sovereignty and the core of patriotism and religious belief."

giovedì 19 luglio 2007

1 Luglio 1997:Nasce la “Montecarlo”CINESE

(Pubblicato su Affari Italiani il 2 Luglio 2007)


Nel suo sviluppo, la Cina continua ad aggiungere alla proprie tradizionali ricorrenze, sempre nuove date “storiche”, nuovi momenti fondamentali nella continua frenetica evoluzione.

Una data, nella storia della Cina, rimarrà scolpita negli anni a venire: 1 Luglio 1997.

Quel giorno Hong Kong è tornata sotto la sovranità della Repubblica Popolare Cinese.

Al di là delle tappe che hanno reso possibile tutto ciò e delle grandi celebrazione che ormai da più di due settimane i Cinesi stanno sviluppando tutti i giorni, il ritorno di Hong Kong alla Cina, sicuramente è stato un potente accelerante alla modernizzazione di tutto il paese.

Infatti la Cina da sola, probabilmente non avrebbe avuto la forza di svilupparsi come ha fatto se non avesse potuto accedere al Know-how che indubbiamente ha potuto ereditare da Hong Kong, i cui cittadini, più di qualsiasi altro in tutta la Cina, erano in stretto contatto con l’occidente, su un piano di alta finanza e di commercio internazionale.

C’è da dire che gli inglesi, di cui Hong Kong era colonia dal 1842,dopo la prima guerra dell’oppio, prima di restituirla ai cinesi, hanno realizzato una frenetica attività di ammodernamento, spesso di opere faraoniche, una su tutte, il nuovo aeroporto, progetti che hanno fatto la fortuna di molte compagnie inglesi operanti nell’area.

E’ indubbio che i cinesi di Hong Kong avessero all’epoca una marcia in più dei propri connazionali e fatti nell’arte (filmografia, musica …), finanza e commercio alcuni dei “campioni” cinesi provengono non a caso da Hong Kong.

Ma per i Cinesi Hong Kong è stato anche il modo di mostrare al mondo, il nuovo stile ed approccio cinese. Infatti è noto come, al momento del passaggio, spaventati dall’idea dell’annullamento stesso di questo “paradiso” del Capitalismo, chi ha potuto se ne è andato.
I Cinesi hanno però sorpreso tutti e non solo non l’hanno “cancellata”, ma l’hanno copiata, esportando in tutto il paese il modello di Hong Kong, in particolare a Shenzhen e Shanghai, città che devono a ciò la propria vorticosa crescita dell’ultimo decennio.

Hong Kong con i cinesi ha quindi potuto continuare a svilupparsi, diventando la porta di ingresso verso la madre patria.
Da qui le celebrazioni che i cinesi stanno facendo da giorni e i programmi dedicati su tutti i canali cinesi che spiegano cosa sia Hong Kong. E’ una sorta di momento di Riconciliazione Nazionale, nel senso che tutti i messaggi dei programmi e degli spot, intendono dimostrare che tra Hong Kong e Cina ci sia stato un “gioco di squadra”, in quello che poteva essere un evento traumatico.

Sulle Tv Cinesi è trasmesso da tempo un lungo spot nel quale, parafrasando la metafora olimpica, si vede che la Cina “aiuta” gli abitanti di Hong Kong, disorientati, confusi, arrabbiati a ritrovare il “sorriso”, proprio attraverso questa loro nuova condizione, questa nuova “amicizia”, questo nuovo orgoglio nazionale condiviso.
Sul piano psicologico, il filmato centra in pieno quanto accaduto dopo il passaggio alla Cina ma ora per Hong Kong il futuro ruolo è tutto da valutare, anche perché proprio Shanghai sta prendendo, passo dopo passo, le stesse funzioni che Hong Kong aveva in esclusiva.

Di sicuro ha già ottenuto di diventare una sorta di Montecarlo per la Cina, con l’aggiunta, tutta cinese, del parco dei divertimenti di Disney. Ma cosa accadrà nel 2047, quando in ottemperanza dell’accordo Sino-inglese firmato il 19 Dicembre 1984, terminerà l’attuale “alta” autonomia di cui beneficia oggi?

L’accordo sottoscritto è molto interessante e stabilisce il principio di “un paese e due sistemi”.

Infatti la Cina su Hong Kong ha la responsabilità territoriale e quella degli affari esteri, mentre Hong Kong mantiene il proprio sistema legale, la forza di polizia, la propria moneta, una autonomia politica e di immigrazione e la propria presenza internazionale.

Non si fa fatica ad immaginare che quanto accaduto con Hong Kong potrebbe essere quindi, con buona approssimazione, quello che i Cinesi si augurano per Taiwan. L’esperienza decennale di Hong Kong è un chiaro messaggio lanciato anche per tranquillizzare i propri connazionali che potrebbe essere proprio così anche per loro

Una curiosità; il dipinto “dell’istantanea” della firma degli accordi sino-inglesi, dove si vedono assieme la Margaret Thatcher e Deng Xiaoping a Beijing, verrà venduta all’asta da Sotheby da una base d’asta di 6,8 Milioni di HK$. La prova che è stato un momento storico di indubbio valore economico.

sabato 28 aprile 2007

Taiwan, solo una questione interna Cinese.

(Pubblicato su Affari Italiani il 30 Aprile 2007)
Oggi a Beijing si sono aperti i lavori del 1° Forum per la cooperazione economica tra Cina e Taiwan, denominato in maniera alquanto metaforica “Forum Attraverso lo stretto”.

Punti chiave in discussione saranno: la richiesta di Taiwan per l’attivazione dei collegamenti aerei diretti (ora si passa da Hong Kong) e un ulteriore incremento degli scambi commerciali, per ora limitati solo ad alcuni prodotti agricoli di Taiwan.

Ma proprio mentre si discute e ci si incontra per cercare future intese, paradossalmente dall’altro proprio ieri Taiwan ha annunciato che non intende far passare il percorso della torcia olimpica da Taipei, come era stato annunciato dal comitato olimpico per Beijing 2008, nella cerimonia ufficiale di presentazione della torcia olimpica, con tanto di evento in mondovisione.

Quindi se la storia economica cinese è sotto gli occhi di tutti, quella politica appare spesso più oscura ed indecifrabile.

Su una questione politica però i cinesi sono chiari e finiscono talvolta addirittura per abbandonare il proverbiale autocontrollo, fino ad ora dimostrato sulle principali questioni internazionali: la riunificazione di Taiwan.

Su questo punto non ci sono dubbi o ambiguità da parte cinese. Non è una questione di se ma solo di quando.

La Cina ritiene Taiwan, a tutti gli effetti, GIA’ parte integrante della Repubblica Popolare Cinese e senza esitazioni intende procedere alla sua riunificazione con la madre patria.

La questione è così strategica, da condizionare le relazioni internazionali cinesi, tanto che nei resoconti di agenzia di tutti i meetings internazionali, viene sempre evidenziato come il leader incontrato di turno, abbia affermato il proprio “supporto alla Repubblica Popolare Cinese, affinché la riunificazione con Taiwan si realizzi”.

Per contro, i leaders e le nazioni che non riconoscono o peggio sono contrarie alla lecità della posizione cinese sulla questione di Taiwan, tendono a non venire incontrati o se è impossibile proprio evitarlo, il tutto avviene in una evidente formale freddezza.

Va inoltre sottolineato come recentemente, negli ultimi incontri bilaterali con gli USA, uno dei punti fondamentali della agenda cinese è stato proprio quello di far ribadire pubblicamente da parte degli Stati Uniti, una sorta di “neutralità” rispetto al problema Taiwan, in cambio di sempre più stretti accordi economico / politici tra i due paesi.

Che la questione della riunificazione di Taiwan sia importante, lo si nota anche per strada e tra la gente.

Il crescente e sempre più diffuso nazionalismo cinese, intende chiudere la ferita apertasi con la separazione da Taiwan di metà ‘900, visto che nella quotidianità le tensioni tra le due comunità, quella cinese e taiwanese, sono palpabili, in una competizione continua, al limite del conflittuale e del reciproco sopruso quotidiano.

Va premesso che ad oggi per i cinesi andare a Taiwan, in semplice visita turistica, è una questione di stato ed è sostanzialmente vietato.

Per contro, i cinesi che lavorano nelle aziende Taiwanesi presenti in Cina, denunciano una generale arroganza nei loro confronti da parte dei proprietari e in alcune situazioni parlano di veri e propri casi di “mobbing” che nel caso delle donne, finiscono per essere anche di carattere sessuale.

Questo atteggiamento dei Taiwanese rispetto ai cinesi, è comprensibile solo se viene osservato alla luce di quello che possiamo definire “Superiorità relativa”, atteggiamento molto diffuso nella cultura della società cinese, dove per strada, sugli autobus o nei ristoranti, le persone considerate di più basso lignaggio, vengono trattate con arroganza e disprezzo.

Non è quindi un fatto insolito, vedere come il cliente di turno di un ristorante, nemmeno guardi il cameriere che lo sta servendo o lo tratti con un disprezzo che lascia, noi occidentali, spesso sconcertati.

E’ quindi evidente che i Taiwanesi si considerino superiori ai cinesi della madre patria e quando possono, non perdono occasione per ribadirlo.

Per contro, i cinesi delle nuove generazioni, intendono vincere questo senso di “inferiorità” che sostanzialmente pervade le relazioni con Taiwan, basti pensare all’attuale divario tecnologico tra le due comunità.

Con la riunificazione di Taiwan, il governo cinese intende quindi chiudere i conti con il proprio passato storico ed interrompere la strisciante competizione tra le due comunità, indirizzandola nella più onorevole competizione cinese con il resto del mondo.

Per raggiungere questo scopo, la Cina sta adottando una quotidiana strategia del “bastone e della carota”, con l’obbiettivo evidente di “annientare” il concetto stesso dell’esistenza di Taiwan come nazione.

Vari gli esempi di questo agire che vanno dall’impedire a Taiwan l’ingresso in qualsiasi organizzazione internazionale (es. diritto di veto nel caso di Taiwan nell’ONU) o citarla sempre come “Chinese Taipei” in tutti i dispacci giornalistici o televisivi”.

Taiwan viene gestita quasi fosse una semplice provincia, tanto che recentemente sul China Daily, si affermava come il PIL della provincia del Guandong, a Sud della Cina, supererà quello di Taiwan entro un paio di anni. Nemmeno si confronta più il PIL di Taiwan con quello della Cina!!.

Quest’ultima notizia esprime chiaramente il punto di vista del governo cinese, in linea con le migliori tradizione sul tema delle relazioni tra simili. In Cina infatti gli appuntamenti avvengono tra omologhi e tra pari grado, in termini di cariche e potere all’interno delle rispettive organizzazioni. Un Presidente incontra un Presidente, un Vice Presidente incontra un Vicepresidente e così via. Praticamente impossibile soprassedere a questo approccio cinese negli incontri a tutti i livelli, siano essi tra nazioni che tra imprese.

Per cui che il PIL della Provincia del Guandong sia confrontato con quello di Taiwan afferma, senza mezzi termini e giri di parole, che Taiwan è SOLO una provincia della Cina!! Taiwan non ha il lignaggio di potersi confrontare con la Cina in quanto nazione. Semplicemente perché Taiwan NON è una nazione.

Contemporaneamente, per convincere i Taiwanesi che non hanno nulla da temere nel tornare cinesi a tutti gli effetti, vengono organizzati periodici eventi musicali e culturali con la presenza dei migliori talenti cinesi, attivati programmi di scambio culturale tra le diverse scuole o università, oppure sempre più strette cooperazioni commerciali, quale quella di una sempre maggiore importazione dei prodotti agricoli da Taiwan.

Ultima significativa iniziativa, in ordine temporale, è stata l’apertura dello spazio aereo al traffico commerciale passeggeri diretto tra il Midland cinese e Taiwan, in occasione delle festività nazionali cinesi. Da un lato, ha consentito un più agile rientro dei Taiwanesi presenti in Cina, ma dall’altro intende favorire una normalizzazione dei rapporti, comunque ancora tesi, al limite del sempre sotterraneo possibile conflitto militare.

Ma che il processo di riunificazione con Taiwan sarà comunque portato a termine, la gente comune ne è fermamente convinta, al punto che per strada, nel profilo della mappa che descrive la Cina, ti capita di vedere già spesso, anche la sagoma di Taiwan!!.

Ovviamente la questione di Taiwan si inserisce in un quadro più vasto che consentirebbe alla Cina, in corsa per il vertice del podio economico mondiale, di poter contare sull’evidente vantaggio che Taiwan ha beneficiato negli ultimi decenni e che le ha consentito di assimilare e possedere molte delle chiavi del successo occidentale (Micro-Chips, Hi-tech ….).

Queste chiavi ora sono necessarie alla madre patria cinese per continuare a competere nei prossimi decenni con sempre maggiore incisività, nei rapporti di forza con le altre superpotenze economiche quali USA e Giappone.

La storia cinese è ricca di eventi riunificanti a partire dal 221 a.c., quando la Cina come la conosciamo ora, non esisteva ma era suddivisa in tanti stati, tra loro in continuo conflitto.

La questione di Taiwan può essere quindi ricondotta a questo retaggio storico, dove sempre a seguito delle precedenti riunificazioni, sono seguiti lunghi periodi di splendore e prosperità Cinesi.

L’ultima riunificazione in tempi recenti, quella di Hong Kong, alla base dell’attuale boom economico cinese, sta li a dimostrare come, pezzo dopo pezzo, il successo della Cina passa anche da strategie politiche legate alla creazione di una sempre più chiara e forte identità cinese.

Molti osservatori temono che, questo crescente nazionalismo cinese, possa portare oltre le pretese su Taiwan, rinfocolando le antiche tensioni con il Pakistan e India, relativamente alla definizione dei confini nazionali, questioni ancora aperte e mai definitivamente risolte.

Ma chi conosce la storia cinese, sa come per Taiwan, questo non possa essere considerato a tutti gli effetti un caso di espansionismo cinese o una questione internazionale ma più semplicemente una questione interna, totalmente cinese.

Quindi difficilmente la Cina, dopo Taiwan, intenderà espandersi oltre, sul piano strettamente territoriale.

La questione su Taiwan è infatti connessa alla necessita di ripristinare l’unicità della identità cinese, frammentatasi nel secolo scorso, identità che ora assomiglia sempre più ad un potente Trademark di immenso valore commerciale ed economico, brevettato e da tutelare a tutti i costi.