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mercoledì 3 agosto 2011

FAKE SERVICES in Cina: I (falsi) negozi dei grandi brands


Vivendo in Cina se ne vedono di tutti i colori. Ma non finisce mai di stupire la "coraggiosa" fantasia che emerge giorno dopo giorno.

Si può dire che si è passati dalla fase dei FAKE PRODUCTS e dei FAKE BRANDS a quella FAKE SERVICES.

O meglio, la terza fase sembra essere la combinazione delle prime due, dove viene aggiunto il "dettaglio" che ad essere falso ora sia l'intero negozio e il suo format.

E la cosa appare appunto ben più coraggiosa, visto che i prodotti falsi possono essere difficilmente intercettabili, i brand falsi possono essere "nascosti", ma un falso negozio è qualcosa che è alla luce del sole (e delle autorizzazioni governative).

Per cui ora in Cina è l'epoca dei falsi Apple Store, Disney, Starbucks (da molto tempo) e le false Ikea.
Una guerra quotidiana dei grandi brands per tutelare i propri brands, valori (e know-how), irta di difficoltà in una legislazione sulla proprietà intellettuale che in Cina esiste ma che non riesce da sola a stoppare un fenomeno dei Copycats, che sembrano avere "sette vite" e per uno che viene stroncato, ne appaiono il doppio.

Un fenomeno che va però compreso a fondo. E' legato ad un processo connesso alla fase storica in cui è il paese che sta "imparando" e pensa che l'emulazione sia il mezzo più veloce per fare la cosa giusta.

Non va scordato come l'emulazione faccia parte del metodo formativo del cinese, che fin da piccolo ha imparato a scrivere, pensare, agire emulando, copiando qualcosa o qualcuno, senza porsi il problema che questo fosse o no un atto scorretto, ma al contrario  sempre convinto che questa fosse la strada giusta per fare la cosa giusta.

Ecco perchè il cinese copia ed appare sorpreso se gli viene detto che questa NON sia la cosa giusta.

Ma questo è un pò anche il problema del paese nell'attuale stadio di sviluppo, che per quanto sia riuscito a fare grandi incredibili cose, si sta accorgendo di aver spesso fatto le cose che altri paesi avevano già fatto da molto tempo, magari più grandi, ma sempre simili a qualcos'altro.

Attenzione che questo fu anche un fenomeno Italiano nel dopoguerra, anche se la grande differenza con la Cina è che l'Italia, popolo di inventori di "vecchia data", ha appreso tecnologie e metodi di impresa da altri, ma con il tempo ci ha messo molto del suo, fino a diventare l'inimitabile ed unico "Made in Italy".

Bene, questo è il sogno che la Cina si augura per il proprio futuro, un futuro che passa dall'imparare (copiando) per cercare di trovare la propria strada, stile e poter diventare un giorno l'invidiabile "Made in China" di cui essere orgogliosi.

Per il momento la "guerra ai copycats" continua!

Industry IPR: Copycat shops tap brand recognition

 

sabato 2 febbraio 2008

In Cina sarà l’anno di “Topolino”


Le contraddizioni della Cina contemporanea e la continua contaminazione tra passato e futuro, appaiono evidenti anche nel semplice fatto che il loro capodanno i cinesi non lo chiamano così.

Infatti dal 1912, anno della caduta dell’impero, ufficialmente la Cina decise di abbandonare il tradizionale calendario lunare per adottare quello gregoriano (solare), con una particolarità: nel conteggiare gli anni ripartirono da capo, chiamandoli così il 1°, 2° etc. anno della Repubblica.

Solo dal 1949, venne adottato nel conteggio degli anni il sistema internazionale, cosa che invece non fece Taiwan.

Per questa ragione, il Capodanno tradizionale cinese viene ufficialmente chiamato “Festa della Primavera” (Spring Festival).

Ma nonostante le decisioni ufficiali, nelle vita di tutti i giorni il calendario tradizionale, in particolare quello usato ai tempi della dinastia Xia, è rimasto d’uso comune fino ad oggi.

Nelle campagne rimane infatti il sistema preferito, visto che contiene le “informazioni” utili alla regolazione della vita contadina e i suoi cicli vitali, come le indicazioni di quando è giusto seminare o raccogliere.

Il calendario Xia definisce inoltre che: “il capodanno è il giorno della “prima luna nuova” dopo l’entrata del sole nell’11° segno dello zodiaco solare”, che tradotto, connettendo tra loro calendario solare e lunare, definisce che il capodanno cinese non può iniziare prima del 21 gennaio e dopo il 20 febbraio del calendario gregoriano.

Ma il calendario tradizionale cinese ha un'altra particolarità: lo scorrere degli anni viene identificato con i nomi di animali, ma solo i 12 che tradizionalmente sarebbero apparsi alla chiamata di Buddha quando, nel presentimento della propria morte, chiamò a se gli animali della terra.

In particolare, il topo (shu), furbo e veloce, arrivò per primo anticipando il bue (niu), con il “trucco” di saltargli sulla groppa, evitando così di percorrere il percorso, per poi saltargli davanti alla vista del maestro.

A seguire arrivarono la tigre (hu), il coniglio (tu), il drago (long) che anticipò il suo fratello minore, il serpente (she), il cavallo (ma), la pecora (yang), l’astuta scimmia (hou), il colorato gallo (ji) e il fedele cane (quan).

L’ultimo, da allora ritenuto animale fortunato, perché fortunatamente arrivò in tempo utile, fu il maiale (zhu).

Ma esiste un'altra leggenda sull’uso dei nomi di animali nel calendario cinese, che oltre tutto spiegherebbe la “inimicizia” tra cane e gatto.

L’imperatore di Giada, già sovrano del cielo, nel visitare la terra, rimase talmente colpito dagli animali incontrati che decise di portarsene con sè 12, da mostrare agli altri esseri divini.

Gli animali da lui selezionati furono un topo, un gatto, un toro, una tigre, un coniglio, un drago, un serpente, un cavallo, una capra, una scimmia, una gallina, e un cane.

Ma il gatto, considerato il più bello di tutti gli animali, chiese ingenuamente al topo di essere avvisato quando l’imperatore sarebbe passato a prenderli.

Solo che il topo, geloso della bellezza del gatto, non lo informò. All’assenza del gatto si rimediò sostituendolo con il Maiale (sempre fortunato!).

L’Imperatore di Giada, decise in seguito di assegnare a ciascuno di loro un anno del calendario. Fu così che il gatto, venutolo a sapere, si arrabbiò furiosamente con il topo; l’inizio della leggendaria competizione “gatto – topo”.

Quest’anno il capodanno cinese sarà il 7 febbraio 2008 e sembra essere l’emblema della globalizzazione della Cina, presente e futura: sarà infatti l’anno di “Topolino” (del topo).

Girando per le strade della città si comprende infatti come la Walt Disney beneficerà di questo eccezionale evento in maniera incredibile, avendo dato la “faccia” al prossimo anno cinese che potrà avere le sembianze di Topolino.

Essendo l’anno del topo(lino), che molti cinesi in inglese traducono nel meno rasserenante Rat (ratto), Topolino quale inaspettato testimonial, contribuirà al “maquillage” di questo simbolo annuale cinese.

L’anno precedente, l’anno del maiale, non ha avuto la stessa “fortuna”, anche per una ulteriore coincidenza che lo rendeva “quasi sacro”, essendo l’anno del maiale d’oro, quello che ogni 60 anni è tradizionalmente portatore di denaro e fortune.

Per cui l’iconografia si è limitata ad esaltarne la colorazione dorata, evitando ulteriori associazioni ad altri personaggi dei cartoons.

Ma da quest’anno sembra proprio che l’intuizione di Walt Disney, di dare vita ad un mondo popolato da animali, in Cina potrà trovare una “seconda giovinezza” e Topolino potrà diventare una icona cinese, collegandola così alla tradizione cinese.

Scorrendo poi la lista dei 12 animali, appare presumibile che la cosa possa ripetersi anche negli anni a venire.

Questo contribuirà nel proseguire nell’incontro e nella continua reciproca contaminazione delle diverse tradizioni occidentali e cinesi, specchio della attuale trasformazione della Cina.
Buon Capodanno a TUTTI e fortunato Mickey Mouse Year!!!

venerdì 13 luglio 2007

Shanghai International Film Festival: “Nero” Italiano

(Pubblicato su Affari Italiani il 27 Giugno 2007)

Domenica scorsa si è concluso il “10° Shanghai International Film Festival”. I Cinesi intendono trasformare questo appuntamento sempre più in una delle più importanti vetrine mondiali del cinema, alla pari di Cannes e Venezia, quale porta di ingresso al crescente mercato cinese ed Asiatico.

I cinesi in questo sono eccezionali, perché quando pensano e fanno una cosa, prendono come riferimento il meglio in circolazione. In questo caso però, viste anche le difficoltà fino ad ora incontrate dalla ben nota Bollywood indiana, costretta a fare la propria ultima cerimonia di premiazione in Inghilterra, risulta difficile immaginare che nel breve, questo obbiettivo possa realizzarsi.

La propensione internazionale non basta metterla nel titolo, occorre un “taglio” internazionale di quella vista l’altra sera, dove, in uno stile hollywoodiano, tutti gli ospiti erano però locali e l’inglese era solo di facciata.

Preme sottolineare che andare al cinema in Cina costa troppo caro, in particolare per i film stranieri, dove il prezzo del biglietto è pari a quello pagabile in Europa, cosa che solo in pochi realmente possono permettersi. Non stupisce quindi il proliferare del mercato delle copie.

Ma tornando al Festival di Shanghai, noi Italiani possiamo essere orgogliosi. Nei cinema cinesi, in queste settimane, sono stati proiettati i nostri “cavalli di battaglia”, uno su tutti: “I soliti ignoti”.

Quindi possiamo dire che questo evento sia stato un ulteriore momento, per proseguire nel percorso di avvicinamento tra le due culture, sul piano cinematografico, se non fossimo incappati nella “solita” Cucinotta.

Presente nella giuria del concorso, preferita a maestri “veri” del cinema, quali lo stesso Monicelli, pur di passaggio da Shanghai, la Cucinotta, che scopriamo essere anche produttrice, ha rappresentato l’emblema alla scarsa propensione del cinema italiano alla internazionalizzazione.

Se volete farvi una risata, andate a leggervi la sua presentazione sul sito della Festival di Shanghai.

Comunque, nella cerimonia dell’altra sera, gli oscar Cinesi per intenderci, al momento del suo ingresso, assieme a due attori cinesi, ha esordito con un “Buona sera, sono Maria Grazia Cucinotta ..” da fare tremare le vene ai polsi.

Sembrava fosse di passaggio sul palco e quindi presa alla sprovvista, un fatto inspiegabile per una attrice che dichiarava recentemente le sue ambizioni verso Hollywood e in cerca di registi cinesi per il suo futuro asiatico.

Incredibilmente non ha usato nemmeno un semplice Ni Hao (Ciao) fatto che avrebbe dato un grande significato al suo saluto, magari non come Kennedy ai Berlinesi, ma almeno la faceva sembrare meno una “turista per caso” in Cina, come l’altra sera.

In una parodia da “commedia all’italiana” in presa diretta, i due attori cinesi hanno poi continuato a seguire un canovaccio, tanto che periodicamente la cercavano con lo sguardo, nel tentativo di “girare la palla” ad una impietrita Cucinotta che oltre al sorriso non andava.

Ma il meglio doveva ancora venire. L’attrice cinese che forse aveva capito il “dramma umano” che stava vivendo la Cucinotta sul palco, al momento della lettura del vincitore di categoria, presa da un momento di umanità tutta cinese, ha “letteralmente lanciato” la scheda alla sempre più impietrita Cucinotta, affinché ne desse lettura in inglese.

Doppiamente sorpresa, l’attrice Made in Italy, ha iniziato una lettura stile “Lista della spesa a Hollywood”, perdendo di schianto il “leggiadro” sorriso, fino ad allora stampato in viso e riuscendo finalmente ad annunciare il vincitore.

Fossi il vincitore, la “denuncerei” per aver fatto “impallidire” la ben più celebre Sophia Loren agli Oscar di Benigni.

Per il futuro, su un mercato emergente ed enorme come quello cinese, forse sarà meglio introdurre attori o attrici italiane ben più “attrezzati” a rappresentare il cinema italiano nel mondo, altrimenti noi rischiamo una spirale qualitativa al ribasso che ahimè la Cucinotta rappresenta.

Qui non basta un candido sorriso e un fisico che tante Cinesi invidiano. Servono “numeri” e contenuti, almeno in inglese, in grado di essere di qualche interesse per gli spettatori cinesi.

Dopo questa bella “rappresentazione”, in diretta televisiva Cinese della nostra “memorabile 007”, più simile a quella che in gergo televisivo, si definisce “nero”, mi è venuta in mente la ben diversa recente performance a Londra di Luca Barbareschi nel Musical “Chicago”, che ha recitato, ballato totalmente in perfetto Inglese. Altra categoria.

Il cinema (e il teatro) Italiano non è per fortuna solo la Cucinotta! E in futuro i Cinesi potranno scoprirlo da soli, speriamo presto.

Invito quindi registi e produttori italiani a seguire rapidamente l’esempio di Tarantino che ha annunciato che i prossimi sequel di “Kid Bill” saranno girati proprio in Cina o la stessa Disney che ha realizzato il prossimo Film in Cina in coo-partnership con i cineasti Cinesi.

E’ il momento di esportare la nostra cultura “contaminando” quella cinese con coproduzioni sino – italiane che possono avere mercati enormi su cui contare.

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