lunedì 9 settembre 2013
venerdì 28 ottobre 2011
视频: 幸福料理- PASTA
Video per i cinesi che "promuove" il gusto della pasta realmente all'italiana con riferimenti alla tradizione italiana fatta di mamme e nonne. Non a caso il video si intitola Happy Food!
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Alberto Fattori
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18:52
Contesti: Food, Made in Italy, pasta, shanghai
sabato 12 febbraio 2011
Parte "Taste of Italy", la piattaforma distributiva per il mercato Cinese ed Asiatico del "Made in Italy" a tavola.
"Taste of Italy" è una innovativa piattaforma Logistica / Distributiva e Promozionale, che permette al "Made in Italy" a tavola di poter contare su un concreto supporto, unito alle competenze necessarie che permettano di ottenere sempre maggiori spazi sulle tavole cinesi ed asiatiche.
Attraverso l'uso combinato delle nuove tecnologie di comunicazione digitale, applicate al trading tradizionale ed internazionalizzazione d'impresa, le aziende produttrici Italiane potranno ora gestire direttamente la propria presenza sul mercato cinese e seguire passo per passo le proprie attività distributive, promozionali e di marketing relativamente ai propri prodotti.
Una piattaforma distributiva originale che se da un lato consente alle aziende di essere promosse collegialmente attraverso il catalogo "Taste of Italy" e poter così competere sui canali della GDO e Ho.Re.Ca. Cinese ed Asiatica, dall'altro offre loro l'uso di nuove infrastrutture e canali, vere e proprie estensione alle attuali infrastrutture e competenze aziendali per la internazionalizzazione.
Infatti se "Taste of Italy" è pensata principalmente per il mercato Cinese ed Asiatico, i buyers che possono accedere al catologo potranno essere non solo Cinesi ma operatori anche di altri mercati internazionali, consentendo a "Taste of Italy" di diventare per le aziende italiane una completa piattaforma per la propria internazionalizzazione a 360°.
Attraverso poi l'uso delle etichette intelligenti QIAO TAG, i singoli prodotti possono venire monitorizzati non solo nel loro viaggio logistico / distributivo ma permettono di aprire un rapporto diretto con il consumatore nei punti diversi punti vendita.
Un canale ed interazione diretta tra produttore e consumatore, in grado prima di tutto di garantire la qualità dei prodotti e la loro tracciabilità, tema caro al consumatore Cinese e valore aggiunto delle produzioni italiane, ma nel contempo, consente anche di veicolare la cultura del "mangiare sano" che caratterizza la cucina mediterranea ed in particolare quella Italiana considerata la "regina" ed in qualsiasi momento permette l'attivazione di campagne promozionali e di marketing.
Aspetto non secondario, "Taste of Italy", gestisce anche attraverso un'azione garantista la questione dei pagamenti, elemento molto sentito e che spesso "spaventa" gli operatori italiani che intendono agire sui mercati del Far East. In questo caso la spedizione dei prodotti ordinati avviene solo dopo che My China B2B ha ottenuto l'effettivo pagamento dal parte del compratore.
Contemporaneamente, però anche il buyer potrà sentirsi garantito nel proprio acquisto dal fatto che il produttore sarà effettivamente pagato da My China B2B solo dopo l'effettiva ricezione dei prodotti e l'avvenuto controllo della qualità degli stessi.
Un modo concreto per cercare di elevare il livello di reciproca fiducia tra venditore e compratore, un aspetto che può sicuramente velocizzare il ciclo delle transazioni commerciali nel medio / lungo periodo.
Ma quanto costa "Taste of Italy" al produttore italiano che intendesse aderire? Nulla!!!
Infatti un altra caratteristica peculiare è che l'accesso quale Provider alla piattaforma e quindi la possibilità di aggiungere i propri prodotti al Catologo principale di "Taste of Italy", è gratuito per tutte le imprese che saranno selezionate.
"Taste of Italy" infatti condivide il successo che le aziende partner attraverso una "Success Fee" connessa alle vendite effettive.
Di seguito un video che illustra "Taste of Italy".
Per diventare Provider di "Taste of Italy" (Click here)
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Alberto Fattori
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13:48
Contesti: Cina, Food, Italian Center, Made in Italy
sabato 30 ottobre 2010
Micropost di Versace da Shanghai (sui falsi d'autore)
"E' come un suk: il mercato del falso va fermato ad ogni costo.... A Milano!!" (durante il Forum Global Summit di Shanghai alla presenza di Formingoni e davanti agli imprenditori cinesi che se la .... ridevano)
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Alberto Fattori
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22:29
Contesti: Expo 2015, Made in Italy, shanghai, versace
venerdì 26 marzo 2010
“IL MADE In ITALY che vota guardando al futuro”
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Alberto Fattori
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12:53
Contesti: Camera di Commercio, Cina, Made in Italy, PMI, shanghai, Suzhou
martedì 9 febbraio 2010
Italia ... gambero d'esportazione...
Questa volta su Repubblica una statistica interessante, la crescita delle esportazione nell'area BIC ..
Ma il dato "rinquorante" + con la Cina (17.5), + con il Brasile (23,3), + con l'India (21,6) è preceduto da un un - che è riferito alle esportazioni sull'intero gruppo di paesi Extra EU ( comprese ovviamente Cina, India e Brasile).
In sostanza il paese ha perso in esportazione e se ha tenuto e non è crollato lo deve a qualche performance dei tre citati paesi.
E il futuro? Beh se non si cambia registro e l'approccio fin qua tenuto, potrebbero non ripetersi nel futuro.
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Alberto Fattori
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22:24
Contesti: Brasile, Cina, India, Made in Italy
Previsioni per il futuro? In queste tabelle!!
Se si vuole sapere come il mondo, la società e l'economia evolverà veramente, al di là delle speranze e parole, contano i numeri, in particolare i "freddi numeri" della capacità di innovare e di innovarsi dei diversi paesi.
Innovazione e brevetti sono una costante dietro il successo o insuccesso di una nazione.
Bene allora guardate questi e vedrete che le dinamiche in prospettiva futura le ritroveremo anche a livello macroeconomico.
Da notare, quale anticipazione degli scenari macro economici sul futuri che vedono una "retrocessione" di molti paesi oggi ai vertici. L'Italia qua è già al 11° posto, così come tra le prime 11 aziende al mondo non esiste una azienda italiana in grado di "creare innovazione". (fonte Ompi)
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Alberto Fattori
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22:08
Contesti: Innovazione, Made in China, Made in Italy
sabato 6 febbraio 2010
Italiani: Cornuti e razziati
Che la FIAT non abbia MAI e come sottolineato da lui stesso, MAI ricevuto supporti o soldi governativi, appare una incredibile, quanto irriverente battuta di cattivo gusto.
Per cercare di giustificare l’agire imprenditoriale che oggi li obbliga a licenziare, chiudere in Italia in nome della globalizzazione e delle nuove priorità americane che stanno guidando la futura crescita della società, Montezemolo sta di fatto cercando di cancellare tutta la storia di quella che fu per lungo tempo “l’azienda degli Italiani”.
Difficile ruolo quello dello “smemorato di Torino” che vuole far passare un’idea, che cerchi di salvargli la faccia in una situazione che anch’egli ha contribuito a creare. Dove era nei decenni passati??
Dispiace poi che una persona degnissima con Marchionne, per cercare di dimostrare l’indimostrabile e non sentirsi “sulle spalle degli Italiani”, continui a dire che la FIAT di oggi sia un successo manageriale e non invece sia anche il frutto di aiuti ben più vasti che l’anno ripetutamente salvata dal baratro.
Che Marchionne veda poi le cose SOLO nello spazio temporale di quando è diventato Amministratore Delegato appare del tutto scorretto, perché ora, forte di questa sua convinzione, ritiene che la FIAT debba avere un futuro altrove, mentre molti lavoratori che ne fanno parte no.
Che la FIAT abbia sicuramente ricevuto nei decenni corposi aiuti, supporti e garanzie finanziarie, economie ed ambientali dai diversi governi che si sono succeduti, è qualcosa che è stato sotto gli occhi di tutti e fa parte della storia di questo paese.
Non va infatti dimenticato che la ricchezza della FIAT passa prima dalla fornitura d’armi allo Stato, così come nelle molte fasi di difficoltà che ha attraversato ha sempre trovato nello Stato la sponda per salvare a più riprese il salvabile, o raggiungere risultati altrimenti impossibili.
Emblematico il caso ALFA, un esempio da manuale di come la concorrenza di allora, la FORD, si trovò sbarrata la strada dal muro Fiat - Governo che rese possibile una fusione che fece di fatto sparire o quanto meno, ridimensionò pesantemente una delle marche storiche di questo paese.
Qualcuno si ricorda che fine ha fatto Arese e la sua area industriale? Una cittadina che come Torino nacque dove esisteva una delle migliori case automobilistiche del mondo, ma che, come accadde anche a molte Repubbliche marinare del passato, ebbe poi la sfortuna di passare sotto il controllo del “concorrente” Italiano!
Che recentemente la FIAT stia percorrendo o stia cercando di percorrere una strada diversa rispetto il passato, si può solo vedere positivamente, ma prima di affermare che la libera impresa e FIAT siano la stessa cosa, ce ne corre.
I vertici della società torinese dovrebbero infatti avere in queste ore meno disprezzo delle speranze e fiducia che milioni di italiani riposero allora e anche oggi, affinché la FIAT potesse fare da traino all’Italia tutta.
Produrre ricchezza per il proprio paese dovrebbe essere infatti l’ABC degli imprenditori nostrani, troppo spesso invece campioni nel gioco del “Cornuto e razziato”, nel quale gli utili e i benefici sono della proprietà, mentre gli oneri e i debiti troppo spesso sono finiti a carico della collettività.
Fregarsene ora con questo “colpo di spugna” sulla storia, appare di cattivo gusto e molto offensivo per la stessa Italianità che Montezemolo, Ambasciatore del Made in Italy nel mondo per incarico di Berlusconi, dovrebbe rappresentare.
Ci auguriamo che si ammetta l’evidente e si cerchi di tornare a parlare sul come si riesca a creare una reale alternativa alla nostra industria che pezzo dopo pezzo sta sparendo per ragioni “finanziarie” o pessime gestioni passate.
Il paese senza Industrie non potrà vivere di solo terziario avanzato. Montezemolo e Marchionne facciano quindi bene i propri calcoli prima di ergersi a paladini ed esempio di Italiani nel mondo.
Forse saranno dei bravi amministratori, ma se la ricchezza che sono in grado di produrre rimarrà nelle mani dei soliti noti, non rappresenterà un modo corretto di impostare l’uscita da una crisi che sta mietendo vittime soprattutto nella classe media e quella più povera.
Proprio quella che ha bisogno di fabbriche per sopravvivere ed avere e dare un futuro ai propri figli.
E visto che l’Italia sta attraversando la difficile fase dei Dossier che spesso intendono riscrivere la storia passata della politica e della economia, sarebbe ora auspicabile che il Governo ne pubblicasse uno che faccia il punto sul come e quanto la FIAT e la famiglia Agnelli abbiano ricevuto dagli Italiani in tutti questi anni.
Questo affinché la famiglia e Montezemolo possano riflettere su quanta arroganza ora stiano manifestando, sputando nel “piatto” che ha contribuito, in maniera determinante, alle loro fortune.
Anche perché Montezemolo dovrebbe ricordarsi che molti italiani stanno ancora cercando di capire perché negli anni, sia sempre stato giusto aiutare il settore auto e non quello per esempio delle telecomunicazioni o del turismo che oltretutto è più importante anche del settore “auto motive”.
Così come è un fatto che ancora oggi solo 1 macchina su 33 a livello mondiale sia a marchio FIAT, con una presenza Asiatica ed Americana ancora ad oggi ridicola, il frutto di un approccio “lungimirante” di una managerialità negli anni, forse ben più capace nella gestione degli interessi e vantaggi nazionali, ma assolutamente incapace di competere dove veramente era necessario saperlo fare.
Per cui le lezioni di “Moralismo Imprenditoriale” di queste ore, lasciamole per favore da parte.
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Alberto Fattori
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22:45
Contesti: FIAT, Italia, Made in Italy, Marchionne, Montezemolo
domenica 31 gennaio 2010
Welcome to Shanghai Italian Center: Visita Delegazione Ministero Italiano Politiche della Agricole ed Alimentari
La gradita visita è stata l’occasione per un contatto diretto con le diverse aree e servizi che compongono l’Italian Center, così da comprenderne la modularità e la flessibilità operativa, in grado di adattarsi alle più varie esigenze e di poter supportare le aziende, su tutto il territorio cinese a seconda delle loro esigenze: dal semplice ufficio virtuale, fino all’ufficio corporate, dalla gestione degli eventi istituzionali, alla organizzazione di vere e proprie fiere B2B.
La delegazione del Ministero delle Politiche Agricole ha potuto così apprezzare la validità di una struttura, tutta di proprietà Italiana, in grado di essere concretamente braccio operativo per qualsiasi tipo di azione sul mercato cinese.
Con i suoi 10.000 Mq. e i suoi 6 piani, l’Italian Center rappresenta la più grande struttura italiana per il supporto al Business d’Impresa in Cina e la seconda, dopo il German Center a livello Europeo.
Attivato nel 1996, ha nel tempo già svolto una proficua azione d’incubazione per molte delle più importanti realtà italiane in Cina come il Gruppo Camozzi, Gruppo Saati, Gruppo Osama, Baimex, Gruppo Siad, Otim e per molte delle Camere di Commercio Italiane presenti sul territorio cinese come Bergamo, Brescia, Varese, Como e Milano.
Non solo, all’Italian Center è stato anche aperto nel 2006 il Centrocot, Laboratorio tessile che con il contributo della Camera di Commercio di Varese, per la prima volta in assoluto, ha offerto alle imprese cinesi intenzionate ad importare in Italia i propri prodotti, la possibilità di ottenere la necessaria certificazione italiana svolgendo i test di laboratorio direttamente in Cina, proprio al Centrocot all’Italian Center.
Negli anni, l’Italian Center ha anche rafforzato le proprie relazioni istituzionali con le diverse entità governative locali e nazionali cinesi.
Una credibilità creata giorno dopo giorno che ha consentito di firmare alla Agenzia per la Cina, proprietaria dell’Italian Center, importanti accordi, quale quello con l’associazione confindustriale di Shanghai e a Roma lo scorso Luglio, quello con la Camera di Commercio di Beijing sull’Agro-Alimentare, uno dei 38 accordi firmati durante la visita del Presidente Hu Jintao nel nostro paese.
Ma molte altre esperienze si sono succedute in questi 14 anni all’Italian Center che ora è pronto per essere anche per il futuro, la casa del Business delle aziende Italiane in Cina, quale solido supporto per una sempre più brillante presenza del “Made in Italy” su questo mercato che promette ancora una crescita molto sostenuta per i prossimi anni.
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16:21
Contesti: Alessando Romano, Fabio Gazzabin, Italian Center, Made in Italy, Ministero Politiche Agricole, shanghai, Walter Brunello, Zaia
giovedì 28 gennaio 2010
Vino, il “sentiment” delle cantine eccellenti per il 2010
Mediamente meglio del 2009, ma da un sondaggio che ha coinvolto le più importanti.
Ecco i dati del sondaggio di Winenews: "SONDAGGIO WINENEWS - PER LE 25 AZIENDE VITI-VINICOLE PIÙ IMPORTANTI D’ITALIA (PER STORIA, VOLUME D’AFFARI, IMMAGINE) FATTURATO 2009 IN CALO, DAL 5% AL 10%. “SPACCATO” IN DUE IL “SENTIMENT” SUL 2010 (NEGATIVO/ABBASTANZA POSITIVO)
Il 2009 è all’insegna del calo nei fatturati tra il 5% e il 10%, ma con qualche azienda che ha registrato diminuzioni anche più rilevanti. Il “sentiment” generale sul 2010 del mondo del vino che spacca il campione in due tra chi lo percepisce come abbastanza positivo e chi, invece, come negativo. E’ il risultato del sondaggio che ha chiesto a 25 aziende viti-vinicole più importanti d’Italia per storia, volume d’affari, immagine di tracciare un possibile scenario previsionale.
Guardando “in casa” propria, le aziende scommettono decisamente sulle proprie potenzialità, evidenziando un “ottimismo della volontà” in grado di sconfiggere il “pessimismo della ragione”: il 63% si aspetta un 2010 abbastanza positivo e il 37% positivo. A sostenere questo ottimismo le previsioni sul fatturato 2010, che indicano, nel 75% delle risposte, un fatturato in crescita e nel 25% almeno una stabilità delle entrate. L’export continuerà a rappresentare un punto di riferimento anche per il 2010, con una medesima percentuale (75%) che lo stima in crescita, e un 25% che, invece, lo prevede stabile.
Il 2010 si presenta, dunque, come un anno che potrebbe sancire una ripresa, se non ai ritmi di crescita del 2007, almeno capace di compensare l’erosione dei margini avvenuta nel 2009. Le 25 cantine ritengono, però, che il 2010 sarà un anno da monitorare con particolare attenzione per comprendere fino in fondo l’entità della ripresa, anche se, da più parti, i primi sei mesi vengono valutati come durissimi, proprio perché rappresentano il momento più delicato del possibile assestamento.
Quello che preoccupa di più gli imprenditori del vino italiano è la perdurante sovrapproduzione che continua a non essere completamente assorbita (46%), la debolezza dei consumi, soprattutto interni (32%), l’incertezza sul futuro (15%), le incognite economiche e la perdita di competitività internazionale (4%), seguite dalla concorrenza degli altri Paesi produttori e dai problemi valutari (3%).
Ma le 25 aziende viti-vinicole più importanti d’Italia per storia, volume d’affari, immagine sondate hanno indicato anche una sorta di “ricetta”, “per affrontare con maggiore sicurezza il 2010, che, senz’altro, ha come parola d’ordine la sinergia. Ricercare coesione fra tutti gli operatori della filiera e unire le forze dei vari protagonisti del mondo del vino, dalle istituzioni ai produttori, dai comunicatori a chi il vino lo vende, perché finalmente il cosiddetto “sistema Italia” sviluppi azioni effettivamente concrete, sembra ormai un’esigenza non più procrastinabile”.
Di più, il campione analizzato da WineNews, quasi all’unanimità, indica necessaria addirittura “la costruzione di una strategia condivisa fra le stesse imprese, volta a determinare un peso specifico del comparto vitivinicolo del Bel Paese decisamente più importante e capace di rendere soprattutto la promozione sui mercati di tutto il mondo più incisiva e costante”.
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23:14
Contesti: 2010, Agroalimentare, Made in Italy, vino, Wine
martedì 26 gennaio 2010
Nautica da diporto: Cantiere Della Pietà acquistato da azienda Cinese
Quanto successo ai Cantieri Della Pietà rappresenta però una esemplificativa sintesi degli scenari che potrebbero emergere da qui a qualche anno: una "sinergia" industriale tra cantieristica Italiana di lusso e quella cinese per i mercati internazionali.
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Alberto Fattori
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12:35
Contesti: Cantieri Navali, Cina, Made in Italy
sabato 23 gennaio 2010
Zaia: che Ministro!!
- quelli chiusi ( Kiwi, Prosciutto crudo),
- quelli da chiudere entro marzo ( importazione degli agrumi),
- quelli da risolvere al più presto ( Prosciutto cotto),
- attività da organizzare con il ministero cinese per i prossimi mesi
- Campagna per la qualità del food,
- Sicurezza e tutela alimentare,
- Scambi scientifico-tecnologici per una agricoltura sostenibile,
- Forum agro-alimentare Italo – Cinese entro l’estate 2010,
- la definizione del progetto del centro sulla sicurezza alimentare Italo - Cinese.
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14:21
Contesti: Agroalimentare, Cina, Made in China, Made in Italy, shanghai, Zaia
mercoledì 13 gennaio 2010
ZAIA, STORICA INTESA ITALIA-CINA (Update)
Cosi' il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Luca Zaia ha commentato l'incontro con l'omologo cinese Han Changfu, al termine del quale i due hanno firmato una nota conclusiva per rafforzare la collaborazione tra Italia e Cina in diversi ambiti dell'agricoltura e dell'agroalimentare. http://ping.fm/cpSCn
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00:20
Contesti: Agroalimentare, Aspettando Beijing, Cina, Han Changfu, Made in Italy, shanghai, Zaia
martedì 12 gennaio 2010
Cina ed Italia unite sulla lotta ai falsi alimentari. Ministro Zaia in Cina.
La sicurezza alimentare è il tema centrale della visita in Cina del Ministro delle Politiche Agricole Luca Zaia in Cina, partita oggi da Beijing e che avrà il suo epilogo domani con la firma con l’omologo cinese Han Changfu, di un accordo storico: l’impegno formale di Italia e Cina nel garantire la sicurezza e la lotta alla contraffazione alimentare. http://ping.fm/V2BLh
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00:10
Contesti: Aspettando Beijing, Food, Made in Italy, shanghai, Zaia
sabato 28 novembre 2009
Food in Cina: l’Italia c’è!!
Guidata sul campo da Maurizio Forte dell’ICE di Shanghai ed ispirata dallo spirito di Matteo Ricci, “l’Italiano più amato dai cinesi”, l’Italia del Food risponde alla crisi mondiale con una presenza con la P maiuscola all’FHC 2009 di Shanghai, la fiera del Food ed Hospitality. Come del resto affermato dallo stesso Forte, “il 2009 è stato un anno di sofferenza e transizione, ma dai primi segnali che riceviamo, sembra proprio che il 2010 sarà ben diverso e caratterizzato da una decisa inversione di tendenza per il prodotto agro-alimentare Made in Italy in Cina”.
Tra l’altro Forte sottolinea come, “l’EXPO di Shanghai 2010 ci vedrà protagonisti. Infatti lo stile e il gusto italiano potrà essere apprezzato non solo nel ristorante del padiglione nazionale, ma anche nei tre ristoranti che hanno vinto le rispettive gare per l’utilizzo dei 150.000 metri quadri di aree comuni e che così consentiranno alle decine di milioni di visitatori, di fare “un salto in Italia” nella loro visita tra un padiglione nazionale e l’altro”.
Ma tornando alla presenza italiana alla FHC 2009, nei circa 1000 mq. del padiglione comune, di grande rilievo da segnalare la scelta logistica, di fatto all’ingresso della fiera, elemento che così ha obbligato tutte le migliaia di visitatori a dover prima passare a far una visita alle aziende tricolori e poi entrare un contatto con il resto del mondo. Una posizione in linea con il prestigio connesso, visto che numeri alla mano, il mercato del food italiano è il 4° al mondo, ma indubbiamente il 1° per quanto riguarda l’indiscutibile apprezzamento che lo contraddistingue e il continuo tentativo di “copiarlo” all’estero.
Proprio per poter aiutare ad imparare come “diffidare dalla imitazioni”, l’azione del padiglione italiano è stata quindi focalizzata nell’insegnare, dimostrare e far entrare in contatto i cinesi e i professionisti in visita, con il vero gusto Italiano. Ciò attraverso una continua serie di dimostrazioni e sessioni, che anche attraverso il supporto delle diverse aziende espositrici, lasciando da parte i luoghi comuni, ha offerto in presa diretta le basi necessarie per poter apprezzare a fondo l’esperienza del “mangiare italiano”.
Il mercato cinese è comunque ancora tutto da creare, perché di fatto il gusto a tavola dei cinesi è in continua mutazione ed evoluzione. Per cui occorre, con tanta sana pazienza, far vivere loro l’emozione del mangiare italiano, affiancandoli, in quella che per molti di loro è una vera e propria “cerimonia d’iniziazione”. Quindi la presenza italiana in questi giorni, sta svolgendo la propria funzione di catechesi al gusto italiano, con un’area attrezzata più che doppia rispetto all’anno scorso.
Dietro la presenza istituzionale che fa da driver, esistono comunque le presenze Regionali e d’impresa che raccontano tutte storie di una evidente rinvigorita volontà di voler portare il Made in Italy sul più grande mercato al mondo, quale e quello della Cina. Parlando con i diversi operatori presenti, emerge la coscienza delle non poche difficoltà esistenti per conquistare il mercato cinese, soprattutto per quelle imprese che per le loro dimensioni, fanno fatica ad imporre il proprio discorso di qualità, di fronte all’agguerrita concorrenza dei gruppi alimentari Francesi ed Americani, fatti di grandi imprese e sperimentate multinazionali, che oltre tutto possono sfruttare la leva delle proprie reti distributive esistenti in Cina, come nel caso dei Francesi con la propria Carrefour.
Gli italiani non hanno nulla di tutto questo e con il “coltello tra i denti”, sono costretti come i salmoni, a dover risalire il fiume, giocando su terreni spesso impervi, dovendo per prima cosa sconfiggere l’ingenerosa, ma da queste parti normale, competizione basata sul prezzo, più che sulla qualità. Questo scenario rende tutto più difficile alla singola azienda, che sicuramente necessita di un gioco di squadra e di sistema, che consenta di mettere a fattor comune i punti di forza dei nostri prodotti e che nel contempo minimizzi il problema dei costi e della trattativa con i sistemi distributivi cinesi.
Quindi i sistemi territoriali presenti alla FHC 2009, come concentrato delle eccellenze locali dei diversi territori italiani, in un confronto diretto tra Puglia, Marche, Sicilia, Sardegna, Toscana e Lombardia, si sono trovati così gli uni vicini agli altri, “armati” dei propri prodotti, nel comune obbiettivo di trasferire l’esperienza Italiana fatta di sapori e piaceri e di una qualità a tavola, numero uno nel mondo.
Continuando il dialogo con gli espositori, emergono alcune storie esemplari e spunti interessanti. Per cui parlando con Silvia Molinas della Camera di Commercio di Firenze, emerge come la Toscana intenda “riempire” i propri prodotti anche della storia del territorio da cui provengono, concentrandosi sul trasferimento, prima di tutto, delle competenze che stanno dietro ai prodotti, necessarie per poter comprendere il prodotto e la qualità che contiene, conoscenze che in Cina sono del tutto inesistenti. Chi meglio degli inventori della bruschetta può quindi far comprendere ai cinesi il valore dell’uso dell’olio a freddo, che non appartiene alla storia e cucina cinese, che come affermato dalla Molinas “dopo una prima diffidenza, finiscono per apprezzare moltissimo”.
Auspicandosi un sempre maggiore gioco di squadra che vada “oltre i particolarismi” ragionali è anche l’elemento caratterizzante della significativa presenza Siciliana, una terra ricca di prodotti, letteralmente sconosciuti ai cinesi. Sicilia che può diventare anche un’interessante destinazione turistica, fino ad ora lasciata fuori dalle rotte del turismo cinese, ma che meriterebbe una sua riscoperta e il suo inserimento nei pacchetti dei Tour Operators cinesi, che fino ad ora considerano solo Roma, Milano, Venezia con una puntata a sud fino a Napoli, per visitare Pompei. Guidata da Enzo Milisenna, lo stand siciliano ha inteso esaltare i colori della terra e delle tradizioni, ma si è caratterizzato anche dalla volontà di entrare in un contatto profondo, attraverso un team misto che potesse tradurre al visitatore cinese il “dietro alle quinte” dei sapori di una terra speciale come quella siciliana, intraducibili con le sole parole occidentali.
Anche la Sardegna ha avuto una presenza importante al FHC 2009, introducendo un territorio che per i cinesi appare ancora misterioso, vista la sua distanza dal classico modello italiano fatto di pasta - pizza e caratterizzato da gusti spesso ben più forti che in altre parti d’Italia. Oltrettutto l’isola sta puntando ad intercettare un turismo cinese di tipo marinaro, più che da spiaggia, qualcosa che in Cina è ancora agli inizi ma in grande crescita, visto il crescente numero delle marine nel paese, opportunità che però deve fare i conti con i retaggi culturali, tanto che ancora oggi per le donne cinesi, prendere la tintarella, è considerato segnale di povertà e basso lignaggio. Vallo a dire a quelli della Costa Smeralda!.
Ma è soprattutto da un ripensamento e riposizionamento dei marchi storici italiani, divenuti negli anni multinazionali di primissimo piano sui mercati occidentali, che può passare la conquista del gusto cinese. Per esempio, alla ormai consolidata presenza di marchi come acqua San Pellegrino che a livello mondiale è riuscita a costruirsi un “marchio di bontà”, ora altri marchi storici stanno cercando il proprio spazio sul mercato cinese.
Addirittura per la Negroni, la Cina sembra “scritta” nel proprio marchio, riportando alla mente lo storico Jingle che lo ha caratterizzato negli anno 80, che visto alla luce delle stelle presenti nella bandiera cinese, sembra quasi un segno del destino.
Ma dietro i marchi, i cinesi in questi giorni stanno anche scoprendo che gli italiani non distribuiscono ciò che madre terra offre loro, ripetendo da centinaia d’anni le medesime procedure, ma che in una continua evoluzione, hanno saputo trasformare in tecnologia la competenza accumulata. Esemplare è proprio il caso della Negroni che può spiegare il profondo Gap che ancora esiste tra l’industria alimentare cinese e la nostra, visto che ancora oggi ai loro occhi appare incredibile che un prosciutto possa avere tempi così lunghi di conservazione, senza che sia necessario aggiungere alcun surrogato chimico e che come detto da Fausto Vecchi della Negroni “sia fatto solo di carne di maiale e sale di mare”. Qualcosa che ai cinesi colpisce e li lascia increduli, un problema di tecnologie, che non consente ai prosciutti “Made in China” di essere mangiati a freddo ma devono essere prima cotti, nelle zuppe o in qualsiasi altro modo.
Per cui esiste il problema di trasmettere la competenza, affinché sappiano comprendere come la differenza tra qualcosa chiamato caffé e un “buon caffè”, non lo fa il network di negozi che te lo vende, ma una miscela sapiente di aromi che sono poi in grado di creare, se opportunamente preparati, l’esperienza comunemente nota di caffé espresso o caffé italiano. Parlando infatti con alcuni dei produttori di caffé presenti al FHC 209 come Massimo Remonti della omonima azienda lombarda, non hanno nascosto la delusione di sentirsi “pesati non per la unicità delle nostre miscele innovative ma per il prezzo, considerato troppo alto se comparato con le altre offerte sul mercato, spesso fatte però con miscele di bassa qualità”.
Per comprendere il problema che sta assillando le aziende italiane, è un po’ come stimare il prezzo di un lingotto d’oro, dove la percentuale d’oro decreta il prezzo giusto sulla base di una quotazione universalmente riconosciuta. Bene il caffé, come un lingotto d’oro subisce variazioni di prezzo a seconda della sua diversa miscela ed è evidentemente del tutto fuori luogo il confrontato con chi spesso si limita a “placcare d’oro” il proprio lingotto. L’attuale incapacità cinese di saper comprendere se si è in presenza di un lingotto realmente d’oro o di uno semplicemente placcato, crea non pochi problemi agli italiani e una difficoltà nel dialogo con i propri interlocutori cinesi, che si limitano a trattare il prodotto solo come una questione di prezzo, come se tutti i prodotti fossero tra loro gli stessi.
In questo scenario, emerge però un elemento interessante che potrebbe caratterizzare la prossima fase della presenza dell’industria agro-alimentare italiana in Cina: la produzione in loco. A questa affermazione ed idea, molti “puristi” nostrani rimangono letteralmente scandalizzati, ritenendola una ipotesi irrealizzabile, pura eresia. Bene, l’FHC 2009 sembra dimostrare proprio il contrario, come nel caso di Masciulli Domenico che ha deciso di trasferire la propria decennale competenza nel produrre formaggi all’industria cinese, affiancando una azienda del nord della Cina che produceva latte, creando una prima esperienza di industria casearia Made in Italy, direttamente in Cina. Alla domanda se ci siano differenze tra il prodotto puro italiano e quello fatto qua in Cina, Masciulli, dopo un sorriso, ammette: “sicuramente a causa dell’acqua, molto più dura della nostra e l’ambiente diverso, il gusto finale è leggermente diverso”. “Ma onestamente è una questione marginale, tanto che la caciotta o la mozzarella come gli altri nostri prodotti, quando anche i professionisti del settore gli assaggiano, stentano poi a credere che siano prodotti qua in Cina”. Ed infatti “tra i nostri clienti ci sono parecchi ristoranti italiani, così come hotel a 5 stelle internazionali” che apprezzano il fatto di avere un prodotto che mantiene tutte le caratteristiche di un prodotto artigianale italiano, disponibile secondo le regole di un mercato cinese, “molto diverso dal nostro,” continua Masciulli, “con esigenze spesso incompatibili per le strutture e le capacità industriali delle aziende italiane”.
Quanto fatto da Masciulli nel caseario, sembra essere la strada di una risposta concreta, un messaggio anche per le altre aziende italiane, ad avere il coraggio di fare scelte che consentano non solo di arrivare sul mercato cinese, ma di garantirsi di restarvi anche in futuro, per non rimanere schiacciati dalla competizione portata in Cina dalle industrie internazionali, come i francesi.
Emblematico quanto accaduto con il vino, dove anni fa i francesi hanno addirittura finito per passare la tecnologia per produrlo ad una Join Venture mista Sino – Francese, che ora di fatto fa la parte del leone sul mercato interno, scalzando anche molte delle produzioni francesi, obbligandoli così a concentrarsi sul medio alto livello.
E’ una riflessione che a voce alta ha fatto nella nostra chiacchierata anche Fausto Vecchi della Negroni, una strada ed una sfida, quella di venire a produrre in Cina, da una parte intrigante ma dall’altra piena d’incognite, visto che “nel nostro caso, necessiterebbe di “riscrivere” il futuro della nostra azienda, fatto di un passato partito dalla capacità di creare mangimi di alto livello per i nostri maiali, che poi si evoluto nel saperli macellare meglio degli altri e che solo dopo, quasi fosse stato un incidente di percorso, ci ha portato a produrre salumi”, gli stessi per cui ora è famosa in Europa e in America e che la rendono una delle eccellenze italiane.
Ma questo è un fatto ed una scelta che appare inevitabile, perché in assenza di un approccio diretto ci si ritroverà come già gli Usa ci stanno insegnando, dove solo il 20% dei prodotti “Italians Like” sono realmente provenienti dall’Italia. Ben l’80% di ciò che sulle tavole americane è venduto come italiano è infatti prodotto in America, con nuovi marchi di proprietà non italiana che magari, solo sommariamente, utilizzano le procedure e gli ingredienti italiani, offrendo prodotti che sono simili a quelli italiani solo nel nome. Un esempio palpabile già ora lo abbiamo in tutte le principali catene di Pizza presenti in Cina (e nel mondo), che di fatto non usano ingredienti italiani, a partire dalla mozzarella come da noi considerata tale. Qua in Cina quella che loro chiamano mozzarella, oltre ad essere prodotta in Nuova Zelanda, si presenta con un colore giallognolo da formaggio fuso a quadretti, ben diverso dal candido bianco e gusto della vera mozzarella che da noi tutte le pizzerie usano e che fanno l’unicità anche di una semplice margherita sia a Milano che a Napoli.
La questione è da considerare seriamente, visto che poi, quando i Cinesi arrivano in Italia e vogliono finalmente provare la vera pizza italiana, finiscono per rimanerne delusi, visto che non ha nulla in comune con l’esperienza provata in Cina, tante sono le differenze negli ingredienti e nei metodi di preparazione.
Poi arrivano i casi limite come quello Australiano, dove il Parmesan, la copia del nostro Parmigiano, in assenza di una presenza italiana, ha finito per crearsi nel tempo una solida credibilità locale, tanto che in una pubblicità televisiva era arrivata addirittura ad affermare “diffidate dalle imitazioni!!”. Paradossalmente, per gli australiani un autentico “Parmigiano Reggiano”, da noi addirittura strumento finanziario alla base della Banca del Parmigiano, è ora considerabile copia del loro Parmesan, una situazione incredibile, che però si sta rischiando su una scala ancora più ampia qua in Cina.
Gli esempi si sprecano, come nel caso del vino, dove esistono sul mercato cinesi produzioni industriali che poco hanno a spartire con il vino prodotto come tale. Ma come nel caso del caffé, anche in questo caso il prodotto è affrontato e gestito solo sulla base del prezzo e non sulle capacità di saperne riconoscere la qualità reale, che inevitabilmente si ripercuote sul prezzo e che finisce spesso per mettere fuori mercato il prodotto italiano.
Quindi al FHC 2009 il messaggio lanciato dalla presenza italiana sembra essere riassumibile in: “alfabetizzare per competere” (e vincere).Un’azione sul campo fatta con atti di persuasione, per cercare non solo di trasmettere i nostri brands e prodotti italiani, ma soprattutto la profonda conoscenza del “dietro le quinte” della storia che ogni nostro prodotto contiene e la cultura che trasmette.
Qualcosa che una volta spiegato bene ai cinesi, li appassiona, perché apre loro un mondo completamente nuovo, di quello che noi chiamiamo Slow Food, prima di tutto uno stile di vita oltretutto in grado di avere effetti positivi sulla salute di chi lo segue, qualcosa a cui gli stessi cinesi sono attentissimi, tanto che anche per i loro prodotti, prima di tutto vengono valutati gli effetti alla salute che il loro gusto.
Nella nostra dieta e nei nostri prodotti le due questioni coesistono, sta quindi a noi saperlo spiegare in maniera convincente, accettando la sfida anche di farlo direttamente in Cina. E in questo ci viene incontro proprio l’esempio di Matteo Ricci di 400 anni fa, il testimonial dello stand delle Marche e ancora oggi il portatore di quello che Augusto Bordini, il responsabile dello stand, non esita a definire “il modo corretto per entrare nei cuori dei cinesi, attraverso una profonda e rispettosa comprensione reciproca, per una reale integrazione non realizzata attraverso la presunzione di volere a tutti costi esportare i nostri desideri, con la sola smania di “conquistare”.
Un messaggio tutto Italiano, che travalica l’altrettanto famoso Marco Polo, che però si limitò a portare merci dalla Cina a Venezia, non lasciando il segno che invece Matteo Ricci lasciò dietro la sua esistenza, tanto che se ancora oggi la Cina si chiama “il paese di mezzo” lo si deve all’opera di questo singolo gesuita italiano che fece del motto “farsi cinese con i cinesi” la base della sua opera, che finì per essere tanto apprezzata dai cinesi stessi, che ancora oggi la sua tomba è tra quelle delle celebrità che hanno fatto la storia millenaria della Cina. Ora sta a noi, quali “nuovi missionari del gusto” attualizzarne gli insegnamenti e provare a costruire la nuove dimensione del gusto che convinca anche i cinesi ad adottarne i nostri secolari principi ed ingredienti, per un reciproco scambio culturale duraturo nel tempo.
martedì 20 ottobre 2009
FIAT accusata di sottrazione di segreti commerciali in Cina.
In Cina si prospetta per la FIAT una dura battaglia legale.
E’ il secondo round di un contenzioso iniziato nel 2007, quando fu invece la FIAT a citare in giudizio la società cinese Great Wall Motors, per aver copiato una della sue vetture di punta: la Panda.
Ora la situazione sembra essersi capovolta.
Il portavoce della Great Wall, Shang Yugui, ha infatti dichiarato ieri di come la casa automobilistica cinese abbia presentato presso il tribunale di Shijiazhuang, una causa contro la FIAT.
La Great Wall, con sede a Shijiazhuang nello Hebei, intende citare in giudizio la FIAT, per “sottrazione di segreti commerciali”.
Secondo i cinesi, l’azienda italiana avrebbe infatti inviato al suo centro di ingegneria, delle spie, che avrebbero sottratto in maniera illegale le immagini della PERI, l’utilitaria che era ancora in fase di sviluppo e comunque prima della sua uscita avvenuta nel 2007.
La querelle ha inizio due anni fa, quando un tribunale Italiano stabilì che la PERI della Great Wall, “assomigliasse” alla Fiat Panda, vietandone così la vendita in Europa.
La FIAT cercò l’anno successivo di presentare uguale istanza anche al tribunale cinese di Shijiazhuang, ma in questo caso tale richiesta fu respinta.
Ora per la FIAT la questione rischia di ingrossarsi, visto che uno degli avvocati della Great Wall, Liu Hongkai, ha affermato come nella denuncia ci siano anche le prove che dimostrano come “la Fiat abbia illegalmente visitato il centro di ingegneria della Great Wall nel 2007 e sottratto informazioni riservate sulla PERI.”
I legali della Great Wall si spingono oltre, affermando come "possono essere stati sottratti anche altre importanti ricerche e sviluppi segreti",facendo così balenare possibili ulteriori sviluppi della questione.
Fin d’ora la causa intentata appare del tutto originale, visto che Great Wall si accinge a richiedere dalla FIAT le “pubbliche scuse” oltre ad una simbolica richiesta danni di 100.000 yuan (US $ 14,649).
Nel frattempo la Fiat, in una dichiarazione ufficiale, ha ieri negato le accuse addebitate.
Ora si tratta di vedere come si svilupperà questa causa che comunque dimostra il cambiamento dell’approccio industriale cinese, oltre evidenziare l’esistenza di una crescente “guerra commerciale” tra i produttori automobilistici cinesi ed occidentali sui mercati internazionali.
La novità vera è che il nocciolo di questa nuova guerra commerciale non ruoterà sui dazi antidumping, come per alti mercati, ma bensì attorno al rispetto dei diritti di proprietà intellettuali.
Fino ad ora erano stati solo alcuni costruttori cinesi ad essere stati accusati per tutta una serie di violazioni, come l’ormai mitico caso della Shuanghuan Automobile Co, rea di aver creato il “clone” della BMW X5 SUV.
In questo caso e per la prima volta, è un’azienda occidentale che viene pubblicamente accusata dai cinesi di plagio ed appropriazione di segreti industriali.
La questione che si troverà ad affrontare il tribunale di Shijiazhuang non è quindi solo il torto subito dalla Great Wall, ma anche la volontà cinese, Great Wall in testa, di dimostrare come sia finita l’epoca della Cina quale nazione produttrice per conto terzi, mentre sia iniziata l’era della Cina che produce ed esporta proprie produzioni originali e che le protegge.
In questo mutato scenario, la causa intentata dalla Great Wall alla FIAT ha quindi un valore enorme e rischia di fare scuola.
I cinesi hanno infatti l’impressione che attraverso la questione dei diritti di proprietà intellettuale, i produttori occidentali cerchino di impedire l’ingresso dei modelli cinesi nei loro mercati interni, modelli caratterizzati tra l’altro dai prezzi fortemente competitivi.
Il caso della PERI e della sua invendibilità a livello Europeo ne sarebbe la prova lampante.
Quindi potrà far sorridere, ma la richiesta di “scuse pubbliche” richiesta dalla Great Wall ha un valore ben superiore a qualsiasi compensazione che si possa richiedere.
Una sentenza positiva per la Great Wall, potrebbe infatti essere l’anticamera per una successiva richiesta, in sede europea, di revisione del procedimento che ha impedito alla Great Wall di “attaccare” il mercato delle utilitarie europee, una fascia di mercato dalle potenzialità enormi, ma per contro, anche l’ancora di salvezza per molte case automobilistiche europee, FIAT in testa.
Comunque sia, è il segno evidente di come i tempi siano profondamente cambiati e di come d’ora in avanti il “Made in China” automobilistico intenda conquistarsi, anche attraverso le aule dei tribunali, nuove consistenti quote sui mercati occidentali.
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Alberto Fattori
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20:24
Contesti: China, Cina, FIAT, Made in Italy
lunedì 27 luglio 2009
L’agroalimentare italiano “punta” sulla Cina.
Se chiedete ad un cinese, una parola che descriva l’Italia, la risposta banale ma sincera sarà: pasta!!
Per quanto Fiat, Generali o altri marchi industriali, anche quelli dei fashion, possano cercare di fare, nell’immaginario dei cinesi la pasta, sarà sempre al primo posto.
E c’è da credere che il Presidente cinese Hu Jintao non l’abbia fatto solo per “cortesia”, quando, una volta atterrato a Roma, dopo un bel giro al Colosseo, nel Forum Italia – Cina abbia lanciato un messaggio chiaro agli imprenditori presente: “I vostri prodotti ai cinesi piacciono!!”
Che non fosse poi una semplice cortesia, ma il segnale dell’inizio dei lavori, quelli serie, se ne sono accorti molti dei presenti al Forum che si sono trovati di fronte tra l’altro alla più grande missione agrolimentare cinese ma arrivata in Italia.
Un gruppo di lavoro composto dalla prima linea delle imprese cinesi del settore tra cui COFCO (conglomerata con un giro d’affari di circa 160 Miliardi di Euro), ZJCOF rappresentata dal Chairman of the Board, Tianjin Food Imp.& Exp. Co.Ltd., EEI Universe dello Zhejiang, Dalian Xinnuo dal Liaoning, Yi Xing Leather dal Guangdong che nei giorni precedenti al forum ha gettato le basi per creare una connessione diretta Italia – Cina per i prodotti agro-alimentari Italiani attraverso tutta una serie di accordi commerciali.
Guidata da Mr. Mr.Huo, della Camera di Commercio di Pechino e per l’Italia, dal Presidente della Agenza per la Cina, Armando Tschang, questa delegazione ha avuto una serie d’incontri con aziende italiane dell’alimentare lombarde ed emiliane.
Rientrata a Roma si è passati alla firma dell’intesa strategica sull’agroalimentare tra i due paesi, uno tra i 38 accordi sottoscritti alla presenza del Ministro per il commercio cinese Ministro Cinese Mr. Gao Huichen e del Vice Ministro Cinese Mme Qiu Hong, dal valore complessivo di 2 Miliardi di Dollari.
L’accordo sottoscritto tra la China Chamber of Commerce of Import & Export of Foodstuff, Native Produce and Animal by Products e l’Agenzia per la Cina, come sottolineato dal Presidente dell’Agenzia per la Cina Armando Tschang, “è un memorandum d’intesa con l’obiettivo di sviluppare la collaborazione, tra l’Italia e la Cina , nel settore Agro-alimentare e per sostenere investimenti e promozione dei prodotti tipici Italiani in Cina”.
“L’intesa sottoscritta oggi”, continua poi Armando Tschang, “ è un accordo importante, che getta le basi ad operazioni concrete, come il sostegno ad aziende italiane che vogliono entrare o crescere in Cina.”
Ai margini della cerimonia ufficiale, Mr. Hu e Armando Tschang, hanno anche annunciato come il primo appuntamento collegato all’accordo firmato, sarà quello di un Forum Economico che avrà luogo nel 2010 a Beijing e nel quale i Cinesi potranno entrare in contatto diretto con il patrimonio agro-alimentare Italiano, anche attraverso iniziative mirate, tutte per sostenere e caratterizzare le “eccellenze” del Made in Italy.
Quindi oltre agli accordi industriali più noti e pubblicizzati sui media, come quello di Fiat, Ansaldo – Breda, Generali e Mediobanca, a Roma sono state gettate le basi affinché l’Italia, in accordo con il Governo cinese, possa costruire una piattaforma per l’agro-alimentare che consenta di incrementare gli interscambi commerciali tra i due paesi.
Una sfida riassunta dallo stesso Presidente del Consiglio Italiano, Silvio Berlusconi, che ha chiesto alle aziende Italiane di credere nella Cina e nella possibilità di diventare, “entro tre anni”, il terzo paese per investimenti in Cina.
Ma nel frattempo, si permetta ai cinesi di poter finalmente avere in presa diretta, il meglio della produzione italiana, che il mondo intero ci invidia e che i cinesi, dalle parole del loro Presidente, sono in trepidante attesa di avere sulle proprie tavole.
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Alberto Fattori
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17:50
Contesti: Agroalimentare, Ansaldo, China, Cina, FIAT, Food, Forum, Generali, Italia, Italy, Made in Italy, Mediobanca, Wine
mercoledì 22 aprile 2009
Cina: Italia Leader anche nel lusso da diporto.



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Alberto Fattori
alle
14:27
Contesti: Boat Show, Cina, Italia, La Spezia, Made in Italy, shanghai, Sistema Italia
mercoledì 1 aprile 2009
La Cina avrà il suo Nasdaq
- un capitale sociale superiore ai 30 Milioni di Yuan (oltre 3 Milioni di Euro)
- avere avuto utili per due anni consecutivi e redditività combinata di almeno 10 Milioni di Yuan (oltre 1 Milione di Euro),
- fatturato di almeno 50 Milioni di Yuan (oltre 5 milioni di Euro);
- utili di almeno 5 milioni di Yuan (oltre 500.000 Euro) nell’ultimo anno fiscale,
Pubblicato da
Alberto Fattori
alle
19:43
Contesti: Borsa, Cina, Crisi Finanziaria, Economia, Finanza, GEM, Growth Enterprise Market, Made in China, Made in Italy, Mercati Finanziari, NASDAQ, PMI, SME, Usa







