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mercoledì 1 gennaio 2020

BACK TO FUTURE del BLOG: fine dell'epoca social



Buongiorno Italia!
Benvenuta nel 20-20! Un saluto da Shanghai a tutti gli amici vicini e lontani!
Qua il capodanno è già bello che cotto e mangiato e si è tornati sul pezzo.
Nota di servizio: nessun botto, petardo o rumore molesto.
Qua i cani, gatti e animali domestici non hanno rischiato l'infarto.
Primo atto dell'anno? Tornare al Blog, il caro vecchio blog.
Compagno di viaggio da ben oltre 15 anni e memoria storica di molti dei passaggi della decade passata. Da oggi tornerà ad essere la mia agenda del decennio appena iniziato.
Rivestiti i panni di Yibu Yibu, step by step in cinese, con cui osservare, condividere, contribuire ad un cambiamento dell'Italia dalla Cina. Riflessioni, osservazioni e suggerimenti e perché no anche azioni.
Prima riflessione dell'anno: i social stanno perdendo colpi.
Previsione Yibu Yibu del 2020: è finita la loro epoca.
Il tema è infatti entrato nelle priorità politiche sia in USA che in EU, in quanto sono a tutti gli effetti diventati strumenti di controllo di massa e quindi soggetto di rilevanza strategica nazionale ed internazionale.
Prevedibilmente ci saranno degli spezzatini delle aziende top a causa della ormai insostenibile posizione dominante che rappresentano, andata ben oltre ad un impatto puramente commerciale. Per cui è chiaro che Facebook presto o tardi avrà lo stesso trattamento che ebbe AT&T decenni fa: verrà smembrata in diverse aziende.
Cosa simile dovrebbe accadere alla stessa Google. Così come in Cina prevedibile che Alibaba e Tencent possano subire simili trattamenti alla luce del loro strapotere attuale.
Ma tornando più specificatamente ai social, va evidenziato come questi siano di fatto invecchiati precocemente.
Divenuti ripetitivi, noiosi, banali, ora è anche sempre più diffusa l'idea che siano ormai luoghi poco raccomandabili perché veicoli di mistificazioni, falsità, false vite, falsi mondi, falsi miti, false sicurezze, false libertà, false competenze e conoscenze.
Insomma che siano un “fake world” ormai nudo.
Ma forse il vero problema è che hanno contribuito a creare quella che viene definita la società del LIKE che ha generato incredibili fenomeni ormai esondati, con parecchie polemiche, nella società civile e nelle piazze.
Fenomeni basati sulla reazione istintiva di un LIKE ma privi di contenuti o proposte concrete, realizzabili.
L'ultimo fenomeno offline nato dal Social in ordine di apparizione è quello delle Sardine. Una storia già vista con il precedente M5S che ha già dimostrato nei fatti come non basti avere il supporto del popolo dei LIKE per poter cambiare un paese.
Occorre ben altro. Occorre un diverso percorso di consenso e di gestione quotidiana nella relazione pubblico - privato, politico - elettore, società - cittadino, problema - soluzione.
I social stanno fallendo perché alla fine sono diventati “banalmente” la nuova televisione del millennio e del "lo hanno detto alla televisione".
Con l'aggravante che nessuno controlla l'autenticità di quello che viene detto e scritto sui canali social e che di fatto consentono a chiunque, senza alcuna limitazione e verifica, di avere i propri 15 minuti di celebrità per inseguire il fatidico LIKE.
Un LIKE diventato per parecchi una idea fissa, un tarlo se non addirittura una ipotesi di lavoro per il proprio futuro, un numero con cui poter pesare rapidamente il proprio successo nella società.
Qualcosa che ormai è diventato oggetto di trattati da parte di psicologi e psichiatri che considerano questa scala valoriale nata ed evolutasi nei social, qualcosa di patologico e pericoloso sia per il singolo che per la società stessa.
A questo va aggiunto che se una società finisce per essere meritocratica sulla base dei semplici LIKE compulsivi che alimentano i social attuali, questa è una società che dimostra tutta la propria povertà di proposte, valori ed identità sociale.
Ma soprattutto i social sono generatori di fenomeni dirompenti nati più di pancia che di cervello, senza mai riuscire a prevedere le reali ricadute sulla società, i rapporti tra le persone e le ripercussioni nei conflitti alcune volte addirittura a livello di nazioni.
La grande velocità con cui sono poi in grado di diffondere informazioni, da grande pregio rischia di essere il loro grande difetto, visto che impatta ormai anche su questioni che necessitano di diverse velocità per poter trovare soluzioni reali per realizzarsi, concretizzarsi.
Per esempio il consenso politico costruito usando questa dinamica, sembra aver trasformato i politici più in teatranti pirandelliani in cerca di una propria identità compatibile con i LIKE che una identità o leadership illuminata, competente da seguire.
Ma al di là dei gattini, influencers e futili azioni compulsive, i casi Facebook - Casapound o Facebook - Affari Italiani, dimostrano come si sia arrivati al capolinea.
Facebook è un servizio privato e quindi sarebbe lecito aspettarsi che sia la società a poter decidere chi può usare o meno i suoi servizi.
La causa intentata da Facebook contro una sentenza di tribunale sul caso Casapound, invece sembrerebbe attestare che sono ormai un servizio pubblico e quindi un diritto per ciascuno di poterli utilizzare.
Un problema grosso come una casa.
Il fatto che ora la giurisprudenza italiana stia per inserire il precedente di equipararli ad un servizio pubblico, genera un incredibile deadlock che necessiterà di ulteriori riflessioni.
Infatti visto l'impatto che hanno ora sulla società, i giudici fanno bene ad agire nella loro sentenza obbligando il reintegro di Casapound su Facebook.
Così come ha fatto bene Angelo Perrino di Affari Italiani a gridare alla censura dell'intervista al filosofo bannata perché conteneva riferimenti a Mussolini e il fascismo, con l’aggravante dello stop dello stesso account personale.
Due casi che dimostrano come sia inevitabile che occorra regolamentare adeguatamente il settore in merito ai diritti e doveri, essendo ad oggi una pericolosa prateria.
Internet è ormai nella sua maturità e deve quindi fare i conti con la necessità di superare la fase anarchica del suo inizio, per così diventare a tutti gli effetti asset reale ed integrato della società civile.
I social si sono già infiltrati a tutti gli effetti nella realtà di chiunque e senza dubbio rappresentano ormai un potere reale in grado di condizionare la mente, le azioni e la psicologia dei suoi utenti.
Ma se fossero equiparati ad un servizio pubblico, come fa emergere la sentenza Casapound, dovrebbero essere quindi regolamentati da una entità pubblica, sottostare a direttive di reale pubblico interesse.
Peccato però che i social non siano servizi pubblici. Sono applicazioni fatte da privati, per giunta di altri paesi, che guadagnano su quello che nello scorso decennio venivano definiti User Generated Contents: i contenuti e le informazioni generosamente offerte dai suoi utenti.
Ma non solo, a tutti gli effetti sono in grado di svolgere un’azione di censura del tutto discrezionale agli interessi, volontà della proprietà privata, usando algoritmi segreti con cui possono essere definiti la visibilità, il senso di pudore, le idee politiche, le priorità e i reali interessi della popolazione che li segue.
A cui va aggiunta la sistematica violazione della privacy del singolo e l'utilizzo spregiudicato da parte di queste aziende dei dati privati che forse con troppa leggerezza gli utenti hanno fornito.
Si fa finta di non ricordarselo, prima di essere presunti canali della libera espressione personale, sono laboratori privati nati e basati sull'utilizzo scientifico delle informazioni personali che raccolgono, sia per fini pubblicitari che per poterli trasformare in potenti strumenti con cui creare servizi vendibili a terze parti con cui condizionare i propri utenti.
Una affermazione che è la sintesi del j'accuse di uno dei fondatori stessi di Facebook che ora si dissocia dalla sua stessa creatura, ritenendola qualcosa di pericoloso per la società.
Ecco quindi le ragioni del mio ritorno al Blog. Semplicemente segno dei tempi che stanno cambiando.
I Social infatti hanno finito la fase espansiva e sono entrati in una fase regressiva tipica di un format che al di là del successo accumulato, è paradossalmente diventato vecchio e comincia a non piacere più come prima.
Qualcosa di cui si sono accorti gli stessi social tanto che il tentativo di non visualizzare il numero dei like appare infatti più una risposta disperata che un efficace rimedio.
Infatti molto del successo lo devono proprio a questo pervasivo elemento. Privati di ciò appare difficile pensare che siano utili per creare discussioni serie che non vadano oltre all’interazione schizofrenica dei pochi secondi di attenzione che caratterizza la navigazione social attuale.
Una audience, poco propensa a qualsiasi reale riflessione su ciò che vede, tanto che le analisi fanno emergere come spesso sia anche dubbia la reale comprensione di quello che viene letto da parte dell'utente (video non visti, testi non letti ....), a fronte di un sempre maggiore numero di like più di carattere compulsivo, una sorta di automatismo indotto.
I dati fanno ora emergere una crescente tendenza all'abbandono dei social.
Una tendenza interessante che suggerisce come si siano quindi riaperti i giochi per nuove forme di espressione, relazioni, interazione più sostenibili, trasparenti, credibili, rispettose della privacy e in sintesi che siano costruite attorno all'utente dall'utente stesso, in maniera autonoma e non indotta.
Il blog non è sicuramente la soluzione ma per molti sarà il ritorno ad una necessaria fase più riflessiva, più intima nei contatti e nella audience, che lontano dalla continua caccia al LIKE, sicuramente aiuterà a ridisegnare i contorni del futuro meno social centrico da realizzare, in questa ciclicità tra vecchio e nuovo che oggi è ufficialmente iniziato con l'aprirsi del nuovo decennio.

Buon anno a tutti!

venerdì 5 giugno 2015

Biscottini internazionali... senza barriere!

Premessa: la UE si sta domandando (con tanto di commissione ad hoc) del perchè l'e-Ecommerce non decolla e gli acquisti di fatto non escono dai confini nazionali (Italiani in Italia, Francesi in Francia etc..)

Beh, l'implementazione della "cookie law" spiega molte cose:
- una legge, 28 applicazioni diverse
- una motivazione giusta (tutela della privacy) con 28 applicazioni machiavelliche e pre-internettiane

Infatti i saggi interpellati dalla UE sembra si siano dimenticati di dire ai decisori Europei che a realizzare il "controllo della privacy" non sono i "biscottini cattivi" ma bensì i Browsers che ne consentono l'utilizzo.

Capito questo, la soluzione facile facile era alla loro portata:

10-15 aziende al mondo che già hanno le funzioni implementate a cui bastava dire "ehi, potete rendere tutto ciò che già avete più diretto e chiaro a favore di tutti, così che se non voglio essere tracciato con un click, voilà, sono sicuro che non mi seguono?"

10-15 aziende che avrebbero uniformato, semplificato, normalizzato, standardizzato qualcosa per i futuri decenni...

10-15 aziende facilmenti monitorabili (ed eventualmente perseguibili...)

Invece no, si è scelta la strada più difficile, creando l'attuale stato di ansia, tensione, paura, minacciando di sanzionare chiunque voglia avere il diritto di pubblicizzare le proprie idee, vendere i propri prodotti sui canali digitali, creare valore con il digitale e con la propria capacità di creare prodotti digitali a qualunque età...

Nonchè creare un selva di incredibili "accetto", "got it" o altro in 24 lingue.... che caratterizzerà i netsurfing dei prossimi decenni... (sindrome carpale permettendo) che sempre il legislatore sembra non comprendere, si riproporrà ogni volta che si faranno le inevitabili "pulizie periodiche" ....

Cosa ben diversa allo scenario attraverso i Browser dove creata una regola, come oggi accade per le password, proxy, exceptions .... non devi fare più nulla, forever...

L'impatto di quanto deliberato va poi ben oltre i confini: andate infatti a spiegare ai cinesi, indiani, brasiliani.... che il digitale e l'ecommerce sono il motore dell'Europa del futuro, quando gli direte che sono tutti fuori legge secondo la normativa europea delle 28 versioni simili ma diverse esistenti, delle 28 burocrazie, paese per paese con cui dovranno fare i conti.

Evidentemente non è stato compreso come la Cina veda l'Europa come una entità, una valuta, una economia, un mercato.
Basti pensare ai famosi anti-dumping, tassazioni, procedure etc... Qualcosa di unico, comune, unitario.

Che senso ha quindi che nel 2015 una normativa sul digitale importante come questa, necessiti di 28 registrazioni diverse per consentire di agire su chiave Europea e obblighi un Italiano ad adeguarsi alla normativa Francese, Tedesca, Olandese etc.... o un Cinese, Indiano debbano registrarsi a 28 enti, agenzie nazionali?

Ecco quindi la risposta alla domanda iniziale: la burocrazia del campanile che fa da zavorra per la libera circolazione delle merci, dei prodotti ed allo sviluppo della Sharing Economy Digitale che sa realizzare volani incredibili in tutto il mondo .... tranne che in Europa.

Bel colpo Europa, complimenti, tornare indietro di 20 anni quando si poteva andare avanti di 10!!

E non lamentatevi se poi se il resto del mondo guarderà altrove e l'Ecommerce continuerà a rimanere una questione ... locale.

venerdì 11 novembre 2011

WE Italy: Innovatori d'Italia ... assieme si può cambiare!

La parola "magica" invocata da tutti per portare fuori dalle secche il paese è una sola: Innovazione. Innovare e cambiare sembrano diventati tra loro sinonimi e simboli della speranza di poter dare nuovo lustro al paese.

Da questa condivisa intuizione sono così nate associazioni, premi, eventi e persino corsi di formazione su come fare innovazione, affinché il verbo si potesse diffondere a tutti i livelli ed in tutti i luoghi. Ottimo lavoro di molti, grande dispiego di mezzi di tanti, tutti con un solo modello comune in testa: Silicon Valley.  

Da questa esplosione di eventi ed iniziative, forse però si sta rischiando di perdere di vista l'obbiettivo principale: l'innovazione. Infatti l'innovazione sembra diventata qualcosa di ben diverso: uno strumento di business per tutta una serie di soggetti e di promozione per altri, quasi una moda da mostrare, esporre o il gesto per evidenziare, sottolineare il proprio agire o cambiamento.

Da ciò qualche diffidenza sull'approccio fino ad ora seguito appare inevitabile se il tutto poi viene comparato al modello di riferimento della Silicon Valley, dove per contro ha poco senso cercare classifiche, contests, azioni promozionali dietro la nascita delle aziende che di fatto hanno da decenni cambiato la storia del mondo digitale (e non).

Probabilmente il termine che meglio definisce questo luogo, ormai ritenuto leggendario, sembra essere uno solo: giungla.

Nessuna traccia di classifiche, premi, tornei tra innovatori o altre amenità simili o meglio, gli incontri ci sono e continui, ma a finanziare tutto e sostenere il massimo sforzo sono gli stessi che il successo lo hanno già creato nei decenni, che si sono trasformati in mentori dei nuovi, in un continuo frenetico ciclo tra nuovo ed antico.

E sui mercati internazionali? Beh le aziende americane agiscono direttamente senza supporti governativi, temperate dai propri successi in madre patria e dalla giungla che caratterizza l'ambiente selettivo in cui sono nate.

Sono sempre propositive, trascinanti, forti grazie ad una visione da subito proiettata al mondo e per quanto sicuramente aiutate dall'essere nate (e selezionate) nella prima economia mondiale, sono comunque strutturate per competere e battere l'avversario. La domanda a questo punto appare inevitabile: innovatori si nasce o lo si diventa?

La Silicon Valley sembra dimostrare che lo si può diventare, basta nascere nell'ambiente giusto che possa stimolare, potenziare, supportare l'estro innovativo che è dentro ognuno di noi.  

Ma allora, per quanto riguarda il modello italiano fatto di premi e camps degli innovatori in costante movimento per la penisola, questo è veramente il modello giusto?  

Sul piano teorico si, anche perché è indubbio che sta sicuramente contribuendo a "muovere" le coscienze, qualcosa di importante che ha già contribuito a mettere sotto i riflettori migliaia di imprese e consentito di mostrare le proprie idee in contest pubblici e stimolanti.

Ma per quanto riguarda il problema paese ahimè non saranno queste aziende da sole a poterlo risolvere, perchè i veri problemi sono strutturali, in un paese dove le idee si scontrano con la convinzione che non c'è spazio per le intuizioni che non si prestino al sistema esistente e che ama poco chi lo vuole cambiare con nuovi (pericolosi) approcci.  

Da sole. Ma se invece tutte queste aziende diventassero una entità interconnessa, attiva, viva in grado di scambiarsi le competenze, capacità, le empatie, le logistiche, le infrastrutture, le energie, le forze, i prodotti e i servizi?

Beh allora si che possono veramente cambiare il destino di un paese e non importerebbe più scoprire la nuova Facebook o la nuova Google, una caccia un pò retrò dei cacciatori di ricchi ritorni finanziari.  

Così interconnesse, potrebbero addirittura condizionare la finanza e decidere autonomamente di attivare una economia non più solamente legata all'attuale modello connesse alle valute, dando vita ai modelli fino ad ora ridotti a casi sporadici ed esemplificativi di moneta digitale e WEmoney, per iniziare a creare una finanza realmente innovante per il paese.

Assieme quindi non più secondo l'assioma dell'IO partecipo, propongo e vinco.

Ma del noi ideiamo, proponiamo, cresciamo e vinciamo tutti assieme, sull'onda di quella WEconomy che sta dando le basi teoriche e le linee guida per un cambiamento vero che il paese può far proprie.

Per cui da queste considerazioni una proposta pratica: tutti gli innovatori o le aziende che sentono che questa sia la strada corretta, si mettano in contatto e inizino a coordinarsi in uno strumento comune operativo che possa accogliere nuove idee alle quali loro stessi possano offrire i propri servizi / prodotti in cambio di quote, in modo che gli investimenti finanziari delle nuove idee ed imprese possano essere drasticamente abbattuti, concentrando i pochi fondi esistenti solo su ciò che non è già stato sviluppato.  

Una logica di Cloud Enterprise Paese che possa fare da volano per amplificare la potenza delle idee, realizzarle, diffonderle e farle "penetrare" nelle diverse realtà coinvolte.  

Una massa critica che potrebbe essere in grado di attivare ricadute locali e globali, anche a livello internazionale e produrre una leva finanziaria importante in termini economici sui diversi progetti, così come attrarre anche nuove fonti in grado di alimentare un circolo virtuoso di ampie proporzioni e cosa importante, riproducibile.

Questa potrebbe essere la nostra Italia del futuro, la WE Italy che può contribuire ad un cambiamento reale, concreto, duraturo. Un piano di sviluppo serio e credibile che possa contagiare il paese dalle fondamenta.

Quindi Innovatori d'Italia uniamoci, diamo vita a WEItaly rispondendo all'unitario "l'Italia chiamò"!"..... Smettiamo di prendercela, arrabbiarci, incazzarci consumando energie importanti che invece si possono concentrare nel cambiamento, nella operatività.

Per poi non perdere tempo: e se nel prossimo Working Capital tutti i finalisti risultassero VINCITORI? Sarebbe un bel punto di partenza!

martedì 8 novembre 2011

Discontinuità responsabile per tornare a crescere!

Lo sport nazionale di questi mesi, giorni ed ore sembra essere lo scarica barile.

Sulle televisioni, i potenti passati e presenti stanno cercando di far passare l'idea di essere dei semplici "indifesi" cittadini da sempre contro questo marcio potere politico e così come nella migliore tradizione "dello scarica barile", i problemi attuali sembrano essere stati causati solo da chi è ora al governo.

Sappiamo tutti che l'elaborazione di un lutto, come può essere paragonata la situazione attuale italiana, spesso è operazione difficile, ardua che può però anche creare distorsioni, distacchi dalla realtà da parte dei protagonisti e comprimari.

Appare evidente che in questo momento di crisi, qualcosa non stia andando nella giusta direzione, visto che l'amnesia dei molti decisori e loro subalterni di questi decenni, sta creando un vuoto di responsabilità sulla disastrosa situazione sotto gli occhi di tutti.

E così ora il cerino è in mano a colui che viene considerato l'unico colpevole di questa catastrofe: Berlusconi.

Ma 1900 Miliardi di Euro non sono frutto delle nefandezze di un uomo solo al comando. Un debito di queste proporzioni non è stato utilizzato da parte di un solo partito per foraggiare il proprio potere e consenso.

Una situazione come quella attuale è frutto di un insieme di intese tra chi ha gestito, senza ritegno, la cosa pubblica per interessi di bottega (politici e personali).

Ecco perchè ora è difficile scindere i problemi dai colpevoli, dove tutti sembrano colpevoli ma nello stesso tempo tutti possono anche dichiararsi innocenti.

L'unica soluzione per evitare il ripetersi di discussioni surreali come quelle che sui media sono all'ordine del giorno, è quindi che si possa dare al paese una vera discontinuità sotto tutti i punti di vista.

A questo punto ammetto che entriamo nel libro dei sogni, ma solo decretando che chi non ha avuto alcun potere negli ultimi 30 anni possa essere ammesso a concorrere per le cariche politiche nazionali, consentirebbe realmente di girare pagina o almeno di provarci veramente, perchè avrebbe il grande vantaggio di far smettere di discutere di colpe (e scarica barile) tra coloro che sono stati i politici e i decisori in tutti questi decenni e che a turno hanno gestito (male) il paese.

Discontinuità non legata alla età, estrazione politica o altro, ma semplicemente l'aria fresca di poltrone vuote che possano diventare spazi di discussione costruttive a partire dai temi attuali di economia, finanza e sociale e che possano rappresentare una discontinuità sui metodi che andrebbero adottati per proiettare il paese nel futuro.

E qua una metafora sportiva può chiarire la proposta. Il governo e parlamento italiano sono i due team che giocano il ruolo di decisori per il paese. In una sorta di "fuori tutti" andrebbero azzerati e attraverso nuove democratiche elezioni si dovrebbe procedere a rifare le squadre e lasciare che si ridisegnino i nuovi equilibri del paese.

Una regola però dovrebbe essere applicata senza indugio, magari in deroga agli stessi principi democratici in vigore: si potranno presentare a concorrere per questi posti solo chi non ha alcun ruolo o non ne ha avuti negli ultimi 30 anni!

Solo questo potrebbe cercare di dare la discontinuità di cui il paese necessita. Qualcosa che consenta di ripartire da zero senza alibi per nessuno e piena responsabilità per tutti nel fornire al paese un nuovo scenario da costruire basato su idee e principi attuali e non ancora continuando ad agire ancorati ad interessi, valori e schemi spesso datati o che stanno da tempo "congelando il paese".

Non è un problema di età, ma semplicemente di equità democratica, dove appare evidente che le ricette seguite in questi 30 anni non sono state in grado di dare risposte al paese che ora si trova nelle sabbie mobile ( e nel fango) a causa di una classe dirigente incompetente nel suo complesso e non a causa di questo o quello.

Discontinuità responsabile, un atto che farebbe onore al paese anche agli occhi del mondo, una lezione di democrazia da libri di storia. Una vittoria per il paese per dire basta alla sconfitta amara ed ingiusta che sta ammazzando lo spirito dei cittadini e che possa bloccare questa lenta ma inesorabile involuzione economica e sociale nel paese.

Una vittoria di tutti, anche di chi al potere decidesse di promuovere la propria discontinuità!

Una vittoria e basta!

lunedì 7 novembre 2011

Inventori Italiani: Federico Faggin - Inventore della CPU

Di seguito l'intervista all'inventore del CPU, l'invenzione che ha contribuito a cambiare la vita a tutti noi.

mercoledì 20 luglio 2011

Crisi/ Ecco perché la Cina salverà l'Italia

(Pubblicato su Affari Italiani
Indiscutibilmente l’Italia sta rischiando veramente grosso e la situazione economica si è fatta talmente delicata che se solo qualcosa non dovesse andare per il verso giusto nei prossimi mesi, il debito che pesa sul “belpaese” potrebbe schiacciare anche chi viene definito dagli stessi più accaniti speculatori "troppo grande per fallire!".

E' per questa ragione che grande rilievo va dato alla recente visita del vice presidente cinese, Xi Jinping, in occasione della Festa della Repubblica, colui che il prossimo anno dovrebbe diventare il nuovo presidente cinese e alle dichiarazioni di queste ore dei vertici economico-finanziari cinesi. Sono "segnali forti" su cui vale la pena fare qualche riflessione.

Va evidenziato che allo stato attuale, guardando i dati sugli investimenti cinesi all'estero e soprattutto in Europa, questi non vedono al primo posto l'Italia, ben altri sono i paesi dove le aziende cinesi investono copiosamente. Per contro, la Cina nell’ultimo periodo ha comprato copiosamente titoli di stato italiani, tanto da essere stimato ne possieda già il 13% e sia diventato il nostro primo investitore straniero.

Ma allora, perchè tanto interesse da parte cinese sulle sorti dell’Italia, tanto da farle comprare negli ultimi tempi così tanti “pericolosi” titoli Italiani? La riposta è semplice: la Cina ha deciso di salvare l'Italia!

Infatti, così come negli ultimi mesi ha già agito attivamente per contribuire alla riduzione dell'impatto della crisi Greca sull'Euro, così ora la Cina è preoccupata che i paesi dell'Europa non falliscano o peggio, non contribuiscano a mettere in crisi il loro asset comune: l'Euro.

La Cina ha infatti nell'Europa il primo partner commerciale a livello mondiale, un partner con una moneta molto forte che consente ai prodotti cinesi di avere sbocchi importanti in un mercato molto vasto, questo anche alla luce della crescente rivalutazione che il dollaro sta avendo su pressione americana, fatto che renderà sempre meno vantaggiosi i prodotti cinesi agli occhi delle aziende USA. Ecco perchè la Cina pone grande interesse al futuro della vecchia capitale della grande Roma, perchè una sua "caduta", decreterebbe ancora una volta la caduta “dell’Impero d'Occidente".

La storia i cinesi l'hanno letta e riletta con attenzione, così come i dati finanziari, fatto che ha consentito loro di comprendere che non sono ne il Portogallo o la Spagna né tantomeno l'Irlanda o la Grecia i potenziali creatori del Big Bang che potrebbe decretare le fine dell’euro e riportare il mondo occidentale molti anni indietro (e creare non pochi problemi ai cinesi), ma bensì il “belpaese”.

Tra l'altro il nuovo ruolo assunto da Draghi a livello di Banca centrale Europea, non può che essere visto positivamente, visto che quale ex governatore della Banca d'Italia, contribuirà a "controllare" la situazione, dato che conosce le debolezze italiche forse come nessun altro.

Ed ecco perchè la Cina salverà l'Italia: per creare le basi per continuare a crescere, da un lato con la esportazione delle produzioni per così dire tradizionali e dall'altro, per cercare di ricevere ed instillare il know-how che l'Italia ha nel sangue negli sviluppi futuri delle proprie imprese, per fare il tanto auspicato "salto di qualità" che serve per passare ad una nuova fase della propria crescita industriale.

Infatti in questi mesi, per quanto siano continui gli incontri ai massimi livelli tra Cina ed Usa, crescenti sono le difese che gli Stati Uniti stanno alzando per evitare di subire la stessa sorte che subirono con i Giapponesi nella seconda metà del secolo scorso, dove lo stradominio giapponese arrivò a conquistare tutto quello che c'era da conquistare.

Ora però gli Usa, che troppo spesso sembrano animati da rigurgiti da "guerra fredda", non sembrano "fidarsi" troppo dei propri partner cinesi in questa loro vorticosa fase di crescita, tanto che di recente hanno stoppato le ultime operazioni finanziarie cinesi negli Usa sull’high-tech e telecomunicazioni per "ragioni di sicurezza nazionale".

E' per questo che la Cina, compreso che la sfida con il gigante Usa non si è ancora capito quale direzione realmente prenderà, ha deciso di guardare altrove e se per le materie prime ha lavorato in un win-win con i maggiori paesi africani, per quanto riguarda tutto il resto, il nuovo terreno di sviluppo è rappresentato dall'Europa.

L'Italia è quindi il paese che può dare ai cinesi le "chiavi" per guidare le sorti dell'intero continente, "troppo grande per fallire", così come appare sempre più chiaro che l'Europa (e l’EURO) senza i Cinesi non sarebbe in grado di sopravvivere a se stessa. A questo punto nasce la domanda: ma l'Italia vuole essere salvata dalla Cina? 
Questo sembra essere un punto non secondario e dolente per un paese, che con "orgoglio" intende cercare di preservare la propria "presunta" indipendenza, senza voler comprende a fondo come questo potrebbe contribuire non poco a riscrivere un proprio migliore futuro, visto che per esempio, a seguito dei prevedibili sviluppi in nord africa, rischia a breve di perdere la centralità che aveva in tale area, qualcosa che invece potrebbe recuperare attraverso un convinta co-azione con i cinesi. Il mondo (e i suoi equilibri) è cambiato da tanto tempo. Si tratta di accorgersene prima che sia troppo tardi!!

Ed ecco anche perchè da Bruxelles, Berlino e ora anche Pechino arriva un solo chiaro messaggio: "non mollate sul debito!". Comunque sia i Cinesi hanno scommesso che l’Italia si salverà. Sta ora a noi non deluderli.

mercoledì 17 novembre 2010

Micropost a Berlusconi (sulla Cabala Cinese e le "strane" date per la fiducia)

Nessun cinese deciderebbe il proprio futuro il 14!! (Infatti in Cina significa morirai!.) 
(questo dopo che il Presidente Napolitano ha deciso, di comune accordo con Schifani e Fini, che la fiducia al Governo Berlusconi sarà votata il 14 dicembre)

Incredibilmente non va nemmeno bene che a Berlusconi sia stato programmato lo speech il13, visto che da queste parti significa qualcosa tipo "questa persona ha qualche problema mentale"

Al che sorge una domanda: non è che dalla visita ufficiale all'EXPO di Shanghai, Napolitano (o altri dell'enturage), si sono portati dietro un libro della "cabala Cinese e che in queste ore di crisi, lo stanno "avidamente consumando"?

sabato 23 ottobre 2010

Micropost alla politica Italiana ( sul Lodo Alfano)

Nessuno lo vuole ed allora perchè si vuole per forza farlo? (dopo l'intervista di Berlusconi ("non l'ho chiesto io" e le dichiarazioni di Napolitano "Lo scudo riduce la mia indipendenza")

domenica 10 ottobre 2010

Micropost agli italiani (da italiano)

In Afghanistan è finita (con successo) la nostra missione di Pace. Riportiamo ora a casa la nostra dignità e i nostri ragazzi! Obama se ne farà una ragione!! (l'idea che serpeggia negli italiani e che il governo dovrebbe comprendere essere la scelta giusta e virtuosa)

Micropost agli italiani ( dalla Cina)

E' iniziato l'anno della Cina in Italia, noi conosciamo quasi tutto di voi, ma voi di noi non sapete quasi nulla. (la vera chiave di lettura dell'evento appena aperto a Roma - Anno della Cina in Italia)

venerdì 18 giugno 2010

Cina e il turismo di lusso: un futuro in continua crescita

Visitando la 4° edizione della Asia Luxury Travel Market (ALTM) che si è svolta a Shanghai in questi giorni, si è avuta la netta percezione delle tendenze del futuro prossimo venturo del turismo cinese ed asiatico.

Se da un lato il turista cinese sicuramente finirà per rappresentare nel futuro quello che fino ad oggi sono stati i Giapponesi, dall'altro, si assisterà ad un radicale mutamento delle necessità connesse.

"Lusso" sembra essere la parola chiave connessa al successo futuro delle destinazioni turistiche che attireranno maggiormente il turista cinese.

E per lusso si intende una offerta caratterizzata soprattutto da una logistica d'altissimo livello e un servizio vip esclusivo, il tutto in maniera decisamente più diffusa di quanto lo sia fino ad ora.

A questo punto occorre fare una precisazione sul tema del "lusso" se visto nella prospettiva cinese.

Mentre per noi occidentali il lusso è per pochi, tanto che le destinazioni sono spesso piccole ed esclusive, per i cinesi sta diventando uno status symbol che si sta diffondendo e quindi rappresenta più una sorta di upgrade alle attuali offerte che devono possedere nuovi e più stringenti parametri e servizi.

Due gli elementi fondamentali su tutti: il livello dell'alloggio che deve essere da vera 5 stelle internazionali e la qualità dei servizi connessi che devono essere di pari livello.

Visti quindi con gli occhi cinesi, questi due parametri se calati nella situazione italiana, spesso "fanno a pugni" con il reale valore della nostra offerta turistica, che se anche circondata da paesaggi da favola o culturalmente rilevanti, spesso dispongono di logistiche e ricettività di medio / basso livello.

A questi due parametri se ne aggiunge un terzo, forse il nostro vero limite attuale: l'esiguità della nostra offerta di lusso.

L'offerta Italiana appare infatti molto esigua per poter beneficiare della sempre crescente necessità cinese di esplorare il mondo da vip in termini quantitativi.

Perchè quando il cinese si muove, sia che sia un vip vero che un semplice turista, pretende servizi analoghi a quelli di cui dispone già in madre patria, soprattutto quando il costo è decisamente superiore a quello pagabile per destinazioni asiatiche comunque di alto livello, quali Thailandia, Australia, Indonesia.

Dai risultati di un questionario preparato da My China B2B, la piattaforma B2B dell'Italian Center di Shanghai, redatto assieme ad un centinaio di operatori turistici cinesi, è emerso come la qualità della residenza / hotel pesi per il 40% nella scelta della destinazione turistica.

Ben il 20% è invece l'incidenza dell'esistenza o meno di una rotta aerea diretta ed addirittura il 10% è connesso al fatto che la destinazione non sia "pericolosa" per la incolumità personale.

Solo il 9% è invece connesso al peso "culturale" dell'offerta che addirittura scende sotto al 5% se si parla di gastronomia e percorsi enogastronomici.

Ben il 10% pesa invece la possibilità di acquistare prodotti del lusso ai prezzi migliore che in madre patria.

Per finire, addirittura il 6% è il peso connesso al poter disporre di servizi in lingua nei luoghi visitati, hotel compreso. Quest’ultimo dato è connesso al fatto che la stragrande maggioranza dei nuovi ricchi cinesi, anche se quarantenni, non parlano inglese.

Come si vede, una connotazione di lusso quindi ben diverso da quello che la parola stessa sembrerebbe evocare se pensata con menti occidentali.

Un approccio in rapida evoluzione e in forte crescita dai paesi che stanno diventando i nuovi centri motore dell'economia mondiale.

Una situazione a cui dovremo velocemente adeguarci, visto l'ormai ed inesorabile riduzione dei flussi storici dagli USA a favore dell'area asiatica, che ad oggi comunque preferisce per ben il 94% le più “sicure” mete del Far- East anche solo per la vicinanza culturale che sono in grado di offrire.

Il rischio è quello di venire esclusi sulle rotte future del lusso, di chi è pronto a pagare profumatamente ma pretende in cambio di ricevere il massimo.

Qualcosa che sul suolo Italico appare spesso ancora una chimera, visto il persistere di una visione del turismo di stampo famigliare, fatta di piccole realtà non in grado di competere con i campioni dei circuiti internazionali che invece sanno "accompagnare" con saggezza i nuovi ricchi a spendere al meglio la propria nuova ricchezza.

domenica 16 maggio 2010

Forza Inter! E' chi si muove più dalla Cina??

Sarà il caso, sarà la congiunzione astrale, sarà l'imponderabile, sarà che l'Italian Center di Shanghai è il centro motore delle attività dell'Inter in Cina, ma esattamente da quando sono arrivato in Cina, guarda caso proprio all'Italian Center, l'Inter non ha più smesso di vincere. E chi si muove più dalla Cina??

Ps. Tra l'altro oggi è anche il mio compleanno: Grazie Inter!!!

mercoledì 28 aprile 2010

Expo -3: Tutto pronto: Presenza Italiana pronta a .... sorprendere!!

Mancano 3 giorni all'apertura dell'EXPO di Shanghai.

Tutto è pronto e anche il padiglione Italiano è pronto, come quasi l'80% dei padiglioni delle oltre 200 nazioni presenti.

Ma la presenza Italiana è anche pronta a stupire. Chi ha avuto modo di vedere il padiglione prima della sua apertura ha espresso giudizi super positivi. 

Tra tutti spicca il commento senza esistazione di Paolo Sabbatini, il responsabile dell'Istituto di Cultura di Shanghai: "Bellissimo con un programma di eventi eccezionali!!"

E sapendo Sabbatini un vero "Campione" quale missionario dello scambio culturale tra Italia e Cina, con continui bellissimi progetti dove le due culture riescono sempre a "toccarsi", "comprendersi", non posso che suggerire a tutti i "dubbiosi" di prendere un aereo e venire a prendere visione sul campo di questa "meraviglia italiana" che dal 1° maggio aprirà i battenti.

A presto a Shanghai!!!

lunedì 26 aprile 2010

Le ragioni di Fini

Articolo pubblicato su Affari Italiani (26 Aprile 2010)

In questi giorni tutti si stanno domandando “perché Fini ha agito così”?

Troppi commentatori sembra siano però rimasti intrappolati nella contrapposizione Berlusconi – Fini, una pericolosa semplificazione per quanto accaduto che sembra invece avere radici ben diverse.

Tornando al quesito dei questi “perché Fini ha agito così”, c’è anche da domandarsi perché la Lega Bossi in testa, abbia sentito stretto giro la necessità di chiederne la testa, accusando Fini addirittura di essere solo “un invidioso e rancoroso per le vittorie delle Lega” e nelle successive rettifiche “di aver raccontato solo bugie”. Forse qualche indicazione perché tutto ciò sia accaduto, sembra si possa trovare nel punto 1 dello Statuto della stessa Lega:
STATUTO DELLA LEGA NORD PER L’INDIPENDENZA DELLA PADANIA
Approvato nel corso del Congresso Federale Ordinario
del 1 – 2 – 3 marzo 2002

Art. 1 - Finalità
Il Movimento politico denominato “Lega Nord per l’Indipendenza della Padania” (in
seguito indicato come Movimento oppure Lega Nord o Lega Nord - Padania), costituito
da Associazioni Politiche, ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della
Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale
Repubblica Federale indipendente e sovrana.

Bene, alla luce del successo delle Lega e come sottolineato da Fini nel suo intervento di giovedì, "il suo crescente peso relativo nella coalizione", appare evidente quale sia il livello di preoccupazione del cofondatore del PDL, tanto da farlo "agire sopra le righe" addirittura dopo una vittoria elettorale, affinché si modifichi un trend che nelle ultime elezioni risulta ormai essere una costante.

Senza nulla togliere alla Lega, che di fatto coerentemente persegue i propri obbiettivi, quello che invece fa specie è che nel PDL, questo tentativo di chiarimento ed avvertimento, sia stato bollato come inutile, fazioso e pretenzioso.

Probabilmente Fini ha sbagliato nel modo di porre la questione fondamentale che gli stava a cuore, importante non solo per il PDL ma per l'intera nazione: il Governo sta seguendo il percorso dettato dalla Lega che ha ufficialmente e formalmente intenzioni di portare alla indipendenza della Padania (e divisione dell’Italia) o sta seguendo un programma saldamente in mando al PDL, atto a migliorare l'Italia nel suo complesso??

A sentire i Ministri del PDL tutto sembra saldamente in mano al PDL, quale partito di maggioranza relativa. Bene, ma esiste un grande ma.

Infatti tutti loro hanno anche sottolineato come la Lega non possa rappresentare un problema, tanto che sono arrivati a definirla "una Lega che non è secessionistica e che il PDL ha contribuito a modificare in meglio nel tempo".

Allora delle due una, cari Ministri del Governo Italiano e del PDL, vi pare credibile che l'aver messo nello Statuto del 2002 quale primo punto l'indipendenza della Padania e la creazione di una Repubblica Federale indipendente e sovrana, possa essere solo un vuoto slogan elettorale di un partito che di questo punto ne ha fatto una bandiera e ancora oggi considera essere un elemento di diversità e d’onore??

Ecco dove forse Berlusconi e Fini non si troveranno mai, cioè nel credere o meno nelle reali intenzioni dell'alleato leghista che ha sicuramente contribuito in maniera decisiva ai successi delle ultime elezioni.

Tenendo conto che il PDL si fregia di essere il partito di maggioranza relativa del paese, appare evidente che la maggioranza della coalizione non si senta rappresentata dalle posizioni Leghiste, ma nonostante tutto ciò, esattamente come fatto notare da Fini, il PDL invece di dettare i prossimi passi, sembra subire le pressioni e le priorità che sono dei leghisti, senza che il PDL possa far valere il "peso" del proprio reale consenso sul territorio.

Oltretutto, quale rispettoso alleato del PDL, la Lega dovrebbe tenere conto e sottolineare più assiduamente che i successi ottenuti sono stati realizzati grazie all'evidente "zoccolo duro" che il PDL ha offerto ai candidati leghisti nelle diverse regioni vincenti e non considerarle proprie ed esclusive vittorie.

A preoccupare e a turbare profondamente Fini, al di là dei successi elettorali leghisti, sembra quindi la irriconoscente strumentalizzazione da parte degli esponenti della Lega a cui si sta prestando il PDL, una dichiarazione da leader ferito nell'orgoglio per la creatura politica che ha contribuito a fondare.

Forse certe cose andavano dette in incontri più ristretti ed evitate le "sparate" e i confronti pubblici di questi giorni, ma forse Fini è stato obbligato a questo "gesto estremo" dal "muro di gomma" con il quale si è scontrato nei mesi precedenti e platealmente abbia solo cercato di far giungere la propria voce all'elettorato PDL, per sottolineare quali siano i rischi connessi se si continua a procedere con questa strategia elettorale, anche in vista delle comunque non lontanissime elezioni politiche e soprattutto in vista dei prossimi passi sul Federalismo che cambierà la faccia del paese.

Una strategia che probabilmente è quindi solo all'apparenza perdente, suicida, perchè ben oltre i numeri espressi dalla Direzione Nazionale, sono in molti che dentro e fuori il PDL, pensano che Fini, magari abbia sbagliato sul metodo, ma sui contenuti probabilmente abbia detto parecchie condivisibili verità.

Questo scontro aperto, viscerale, estremo, potrebbe quindi essere la "pulce nell'orecchio" che potrà condizionare non poco il futuro del PDL e il suo agire futuro.

Da ciò non ci sarebbe da sorprendersi che alla fine, molti di coloro che oggi lo attaccano, bollano e ne stanno chiedendo persino l'espulsione, potrebbero un giorno scoprire come Fini possa essere solo stato un "fedele servitore" del PDL che ha visto nel futuro del partito chiari rischi e pericoli, non annebbiato dalle troppe certezze di una vittoria che prima o poi sembra proprio presenterà il proprio conto.