mercoledì 25 luglio 2007

"Vogliamo vedere il Papa a Pechino"

Estratti dell'intervista di Federico Rampini - Repubblica a Liu Bainian, 74 anni, la massima autorità dell´Associazione patriottica dei cattolici.

"...È il più potente esponente dell´altra Chiesa, quella obbediente al governo e protagonista dello "scisma cinese" dopo la rivoluzione comunista. Liu è considerato il nemico numero uno del Vaticano. È odiato dai cattolici cinesi che vivono nell´ombra rischiando il carcere o la "rieducazione". Ma oggi è anche un uomo-cerniera da cui passano le speranze di riallacciare i rapporti tra il Vaticano e Pechino, interrotti dal 1951."

"...Liu non ha il rango di vescovo, è un cattolico che non ha mai ricevuto l´ordinazione. E tuttavia come capo dell´Associazione patriottica è un´autorità superiore a tutti i vescovi della Chiesa ufficiale, è una sorta di presidente laico della conferenza episcopale. Consiglia il governo di Pechino sulla politica verso i fedeli e verso il Vaticano."

"... Dopo l´espulsione dei missionari stranieri nel 1951 cominciai a vedere le cose in una luce diversa. Il Vaticano aveva benedetto le potenze coloniali, non aveva obiettato quando i tedeschi occuparono Qingdao, poi diede il benvenuto ai giapponesi e infine agli americani. Solo quando vinse l´armata partigiana cinese, la Chiesa ci disse che dovevamo odiarli». Per Liu quella pagina di storia rimane fondamentale per capire quel che è accaduto dopo."

"«Quello che forse non è chiaro a tutti gli italiani, è che noi seguiamo esattamente la stessa religione della Chiesa di Roma, siamo indipendenti solo dal punto di vista politico e per il reperimento delle nostre risorse economiche. Quando la stampa occidentale ricorda che nel 1951 la Cina ha rotto le relazioni col Vaticano, dimentica di aggiungere questo aspetto essenziale: noi abbiamo sempre continuato a dire che riconosciamo l´autorità unica del papa in materia di religione. Non c´è l´ombra di una controversia teologica, non abbiamo nulla in comune con i protestanti»."

"...La Santa Sede è l´unica rappresentante di Gesù in terra e come cattolici dobbiamo seguirla. Ciò che noi dobbiamo affermare è la nostra indipendenza politica ed economica, altrimenti resteremo una chiesa coloniale»."

"... Durante la Rivoluzione culturale, dal 1966 al 1976, anche la Chiesa filo-governativa finì vittima di persecuzioni di massa, come tutte le fedi religiose. «Per il cattolicesimo - dice Liu - fu un disastro, e del resto lo fu per lo stesso partito comunista perché molti suoi membri furono bersagliati dalle violenze. Io venni mandato a lavorare in fabbrica, poi in un campo di rieducazione forzata. Ma avevamo la fede, eravamo convinti che i credenti avrebbero un giorno ritrovato la serenità in Cina». Con la morte di Mao e l´avvento di Deng Xiaoping, ha inizio l´era delle liberalizzazioni, compresa una graduale tolleranza verso i culti religiosi."

"...«Nel 1949 i cattolici cinesi erano due milioni e mezzo, oggi sono cinque. Nel 1979 la Cina aveva 1.100 preti, la stragrande maggioranza vecchi e malati, oggi ne ha 1.800 e la loro età media è 30 anni. La Rivoluzione culturale aveva distrutto 3.600 chiese, le abbiamo tutte restaurate. In passato i preti non potevano viaggiare all´estero, oggi li mandiamo regolarmente a studiare negli Stati Uniti, in Francia, in Belgio, in Corea del Sud. Abbiamo aperto seminari dove invitiamo come insegnanti sacerdoti italiani, spagnoli, irlandesi. Quando qualche nostro sacerdote ha avuto la tentazione di sposarsi, lo abbiamo espulso: come vede non ci siamo mai discostati dalla linea della Santa Sede. Però applichiamo il detto di Gesù: date a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio."

"... «C´è una grossa differenza positiva - dice - tra la lettera che il papa ci ha inviato il 30 giugno e le posizioni precedenti. È scomparsa ogni opposizione al socialismo. Non veniamo più accusati di scisma. È la prima volta che dal papa i cinesi sentono che è possibile essere cattolici ed amare il proprio paese»."

"... «La Repubblica popolare non può accettare che la religione sia usata per interferire negli affari interni. Pechino non accetterà che si ripeta quel che la Chiesa fece in Polonia» (cioè l´appoggio al sindacato Solidarnosc che accelerò la fine del comunismo, ndr). Sulla nomina dei vescovi - se spetti a Pechino, o a Roma, o se sia possibile trovare una formula di co-decisione - Liu si dice convinto che «il problema si può risolvere, si risolverà, e spero anche presto»."

"... «Sono stato due volte nella Città Santa, la prima nel 1991, la seconda nel 1994 ed ebbi la grazia di poter vedere Giovanni Paolo II, rimasi commosso e ammirato."

"... Ma quando mi alzavo la mattina presto per andare a messa restavo sgomento: le parrocchie romane erano semivuote. Ricordo che entrai in una chiesa dove c´erano sette fedeli, in un´altra quattro, in una ero il solo ad assistere alla Santa Messa. Mi veniva da piangere, di tristezza e di umiliazione. L´Italia è la patria del cattolicesimo ma è in Cina che le chiese sono piene»."

Testo integrale su Korazym

martedì 24 luglio 2007

Pit Stop ... in bicicletta

(Pubblicato su Affari Italiani il 23 Luglio 2007)

Ieri, ad un telegiornale cinese, un filmato mostrava la nuova maglia gialla del “Tour”: l’italiano Gabriele Missaglia.

Ma qualcosa però non quadrava, dato che al momento della premiazione, dietro il Missaglia in festa sul podio, erano comparse scritte cinesi, assolutamente poco da “Tour de France”.

Il buon Missaglia era infatti, si diventato maglia gialla ma non al Tour de France (peccato), bensì al “Tour de Qinghai Lake” in Cina.

Ad ingannare, le interessanti analogie sia dei colori delle maglie che nel nome stesso: “Tour de”.
In piccolo, una sorta di copia sportiva del glorioso Tour, guarda caso, corso negli stessi giorni. Questi Cinesi!!

Scorrendo comunque la lista dei primi 10 alteti di questo Tour cinese, salta subito però all’occhio un’altra anomalia: nessun cinese!

Ma non siamo nel paese del “popolo delle biciclette”?

Nonostante questa indiscussa supremazia mondiale, sul lato sportivo ciò non appare avere alcun riscontro, tanto che non esiste, ad oggi, alcun Yao Ming su due ruote.

Nelle competizioni interne, come il suddetto “Tour de Qinghai Lake”, i cinesi sembrano solo spettatori di queste evoluzioni sulle “macchine a due ruote”, esattamente come se stessero assistendo alle performaces della Ferrari.

La cosa appare strana, visto che i cinesi sostanzialmente “nascono”, si innamorano, lavorano, studiano, vanno in “camporella” e si muovono in bicicletta.

Ancora oggi, nella modernissima Shanghai, vedi le coppie muoversi sulle loro due ruote: una immagine molto tenera, dove lui pedala e lei, sul portabagagli, in qualsiasi condizione di tempo è spesso “armata” di ombrellino per proteggersi dal sole.

Nonostante questa diffusa famigliarità con le due ruote, quasi per contrappasso, non esiste un campione sportivo degno di nota e un movimento sportivo così diffuso come ci si aspetterebbe, come accaduto invece per gli altri sport, dove i cinesi stanno primeggiando ormai in tutte le specialità.

La ragione primaria è che la bicicletta da corsa, da queste parti è ancora troppo costosa, fuori dalla portata del cinese medio che invece preferisce comprare biciclette “mulo”, meno portate ad andare veloci ma predisposte a portare uno o più persone, oltre che magari, all’occorrenza, anche “qualche” bagaglio.

Interessante notare che attorno alle biciclette e adesso alle biciclette elettriche, è comunque nata tutta una economia di strada. Hai qualche problema? Una gomma è a terra? Un freno non funziona a dovere o hai uno strano cigolio? Nessun problema, basta fare “Pit stop” ad uno degli angoli di strada, dove potrai trovare il tuo meccanico, pronto a riparare il tuo guasto, a prezzi incredibilmente bassi.

Nulla di organizzato, tutto su base spontenea e quello che più stupisce, 24 ore su 24.

Attorno ai meccanici di strada si è andato aggiungendo anche un secondo gruppo di neo- “professionisti”, quelli del fast-food cinese, dei barbecue o dei popcorn. Così se la riparazione dovesse andare per le lunghe, puoi sempre mangiare nell’attesa.

Stesso discorso per i venditori di Dvd e libri. Un pò di cultura non guasta!

Insomma, ad un angolo qualunque, di una strada cinese, ci sono vere e proprie aree di servizio, all-inclusive, spazi di strada, dove, 24 ore su 24, la gente può incontrarsi, mettere a punto la propria amata bicicletta, mangiare e discutere.

Ma tornando all’assenza di un campione su due ruote, una seconda ragione è che, nonostante l’uso quotidiano, le capacità motorie e di controllo del mezzo da parte dei cinesi, lasciano molto a desiderare, tanto che spesso risultano incredibilmente goffi ed impacciati.

Esperienza quotidiana è quella con le biciclette elettriche, dove una volta lanciato il mezzo, di fronte a qualsiasi imprevisto, compreso il semplice semaforo rosso, vedi negli occhi del guidatore di turno, la chiara espressione: adesso come freno?

Ma la scarsa cultura della guida, sia essa a 2 o 4 ruote, la si rirova anche in auto, dove i cinesi guidano con continui movimenti a zig zag senza un apparente senso, stile riscaldamento pre-gara delle gomme in Formula 1, senza oltretutto mai guardare se qualcuno arriva lateralmente.

Conseguenza di ciò, sono le continue ripetute correzioni di rotta, che dalle nostre parti farebbero partire i peggiori improperi, attribuendo all’autista, la “patente” di incapace.

Da queste parti invece, dove chi ha la patente è visto ancora come un pilota d’aereo, queste evoluzioni sono subite con apparente distacco, considerandole, per contro, una dimostrazione della abilità dell’autista!.

Ma questi neo “piloti” hanno tutti scarsa tecnica di base. Un esempio? Non usano mai il freno motore e la scalata di marcia. Da queste parti la doppietta della mitica, ora rilanciata 500, non sanno proprio cosa sia.

Quindi, in caso di ostacolo o in prossimità di un incrocio, mettono in folle e frenano con il freno pedale, comportamento che qualsiasi scuola guida italiana definisce pericoloso, soprattutto in caso di pioggia o di gelo.

Insomma i cinesi per quanto la Cina corra sul piano economico, sulle 2 o 4 ruote ancora respirano l’aria della pre-modernizzazione. Le biciclette da corsa o le auto, sono ancora un sogno per pochi, “destrieri” di difficile controllo e di cui bisogna avere timore.

Sicuramente prima o poi arriverà lo Yao Ming su due o 4 ruote, nel frattempo, la bicicletta rimarrà comunque il mezzo privilegiato anche nel futuro cinese e la ragione di sostentamento per migliaia di persone, sulle strade di tutta la Cina.
Per le Immagini e filmati sul “Popolo delle Bici” e le “lezioni di traffico” cinese :




http://yibuyibu.blogspot.com/

Studenti Cinesi in Italia ... aumentano

Anche se lentamente, è crescente l'interesse dei cinesi per l'Italia come sintetizzato nel comunicato stampa nel contesto della firma della convenzione tra Università Statale di Milano e Fondazione Italia-Cina (Leggi Comunicato)
http://yibuyibu.blogspot.com/

domenica 22 luglio 2007

venerdì 20 luglio 2007

Questa democrazia in Cina? No grazie!!

Leggo con attenzione i rapporti rilasciati in questi giorni relativi all’Iraq dove, testuale,“la condizione di vita dei bambini, durante il periodo di Saddam, erano migliori”.

Analizzo ancora meglio e vedo che le promesse di “democrazia e di libertà”, fatte dai paesi occidentali agli iracheni all’inizio del conflitto, non trovano alcun reale riscontro quotidiano. Un esempio?

Si diceva che con l’arrivo della nuova democrazia, tutte le donne avrebbero potuto andare a scuola.

Bene, prima molte donne potevano andare a scuola, sicuramente non tutte, ma ora NESSUNA ci può più andare, per paura dei rapimenti, nuova prolifica industria in Iraq, oramai teatro di una guerra civile senza fine, non avendo più nessun stabile ordine sociale.

Leggo i resoconti della situazione politica italiana. La confusione regna sovrana, nessuno può più prendere nessuna decisione, tutto è bloccato, ingessato. Intanto la povertà si sta pericolosamente diffondendo nel paese, dove i pochi ricchi sono sempre più ricchi e i poveri stanno crescendo di numero quotidianamente.

Ma cosa ancora peggiore è che si sta diffondendo un senso di impotenza, visto che al governo li abbiamo provati proprio tutti, i nostri “presunti leaders”, con risultati che sembrano indicare non esserci reali credibili alternative per il futuro.

Leggo della più grande democrazia al mondo, l’India e del sistema delle “caste”, un sistema “chiuso” che dà a pochi il diritto di esercitare il potere reale ed accedere alla ricchezza, lasciando ai tanti altri, il proprio diritto di voto, quello si, ma nel contempo di vivere le proprie vite spesso in condizioni miserabili, al limite della semplice sussistenza.

Leggo della Russia, con la caduta del muro, grazie alla svolta democratica, adesso ognuno è abbandonato a sè stesso e dove i poteri forti e l’economia sono in mano ad un numero limitato di persone e cartelli ad essi associati.

Leggo sul paese che intende esportare la democrazia in tutto il mondo, il paladino dei diritti civili, ma anche di come la pena di morte in quel paese sia diffusa e praticata in molti stati e dove le oramai famose “sezioni della morte”, sono diventate film cult a livello mondiale (es. Miglio verde).

Leggo tutto questo e mi chiedo: ma è proprio necessario che la Cina del futuro sia tutto questo, solo perchè piace a noi occidentali che lo sia?

Siamo proprio sicuri che la nostra “ricetta” non stia dimostrando tutti i suoi limiti e contraddizioni e forse il rinnovamento che stiamo cercando passa invece proprio dalla Cina?

Per esempio in Italia, Usa, Francia, Germania, Usa sono frequenti casi di ingerenza tra politica ed affari.

Bene, forse proprio dalla Cina dovremmo imparare come il potere politico e quello economico siano due realtà parallele ma realmente indipendenti. Il potere politico detta le regole generali, crea le condizioni ambientali e poi lascia l’economia libera di svilupparsi all’interno di questo eco-sistema.

Se qualcosa non funziona, annualmente a marzo, il mese politico cinese, vengono cambiate le regole ritenute sbagliate e si riparte senza esitazioni. Con questo approccio, la Cina sta viaggiano anche quest’anno, ad una crescita del PIL attorno a 11%!!

Ma c’è di più. Se un funzionario pubblico viene implicato in qualche vicenda economica o riceve il benchè minimo regalo o si possa procurare qualunque tipo di vantaggio per sè o persone a sè vicine, in questo caso non ci sono dubbi, oltre alle IMMEDIATE dimissioni dalla vita pubblica, successivamente rischia una condanna severissima che può arrivare fino alla pena di morte.

Da queste parti il “conflitto di interessi” non è una questione di opinione, ma una regola che va imposta senza dubbi ed esitazioni..

E su questo tema non ci sono sconti, sia che tu sia primo ministro o un piccolo funzionario di una dei sperduti villaggi cinesi. Agli occhi dei cinesi i “servitori” dello stato sono tutti uguali!

Per quanto riguarda la leadership politica, i cinesi hanno poi definito semplici regole di staffetta ai vertici, su base decennale, diciamo con uno schema del tutto simile a quello che ha portato alla recente staffetta nella democraticissima Inghilterra, guarda caso proprio allo scoccare del decennale!!

Ai cinesi è stato promesso, dal partito-stato, un concreto benessere economico e prosperità negli anni futuri. Tutto l’agire politico è quindi concentrato SOLO attorno a questa dichiarazione di intenti che di fatto vede tutti i cinesi d’accordo.

In Cina non esistono inoltre “caste” o altre barriere sociali, elimante nel periodo della rivoluzione maoista. Questo consente il proliferare reale di sempre più frequenti casi di successo dell’imprenditoria cinese, casi ampiamenti illustrati dagli “stupefatti” media occidentali, che con un banalismo che ha dell’incredibile, ancora si stupiscono che “un poveraccio”, possa essere diventato milionario, solo perchè ha avuto una buona idea e tanta abnegazione nel suo futuro.

Da queste parti contano i risultati economici reali e quanta gente viene sfamata, non quanti voti possano portare al candidato del momento. Se ti muovi con questo spirito potrai avere il tuo successo, da qualunque “villaggio” o condizione economica tu possa arrivare. Questa è la Cina di tutti i giorni!

Insomma forse prima di fare i “maestrini” delle democrazia in ogni dove e chiedere alla Cina che introduca al più presto un sistema rappresentativo come il nostro, dovremmo cercare di uscire dalla nostra “Sindrome di Stoccolma” che ci impedisce oggi di vedere e capire come stia (non) funzionando realmente il nostro sistema.

Solo dopo una SERIA autoanalisi e l’essere riusciti veramente a trovare, ma a casa nostra, credibili soluzioni per una civile convivenza democratica, potremo pensare di esportare qualcosa, ritenendolo auspicabile anche per il futuro del miliardo e 300 milioni di cinesi che ricordatevi bene, come ben espresso recentemente dal primo ministro Wen Jiabao, non possono perdere tempo dietro alcuna ricetta generica o bilancino politico, dovendo fare i conti con la soppravivenza economica quotidiana, quella vera.

Una prova? Andate sul sito del Governo http://english.gov.cn/ e poi confrontatelo con quello del nostro governo http://www.governo.it/ .

Commenti, suggerimenti o proposte? http://yibuyibu.blogspot.com/
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giovedì 19 luglio 2007

Qualita' (certificata) delle esportazioni cinesi

Recentemente sui media internazionali si e' scatenata una massiccia azione di informazione relativamente alla bassa qualita' dei prodotti importati dalla Cina.

I Cinesi ritengono sia una campagna irresponsabile da parte dei media scatenare questa fobia per i prodotti cinesi che al 99%, testuale, rispettano i parametri internazionali di qualita’ e contrattaccano come descritto su china daily oggi...
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1 Luglio 1997:Nasce la “Montecarlo”CINESE

(Pubblicato su Affari Italiani il 2 Luglio 2007)


Nel suo sviluppo, la Cina continua ad aggiungere alla proprie tradizionali ricorrenze, sempre nuove date “storiche”, nuovi momenti fondamentali nella continua frenetica evoluzione.

Una data, nella storia della Cina, rimarrà scolpita negli anni a venire: 1 Luglio 1997.

Quel giorno Hong Kong è tornata sotto la sovranità della Repubblica Popolare Cinese.

Al di là delle tappe che hanno reso possibile tutto ciò e delle grandi celebrazione che ormai da più di due settimane i Cinesi stanno sviluppando tutti i giorni, il ritorno di Hong Kong alla Cina, sicuramente è stato un potente accelerante alla modernizzazione di tutto il paese.

Infatti la Cina da sola, probabilmente non avrebbe avuto la forza di svilupparsi come ha fatto se non avesse potuto accedere al Know-how che indubbiamente ha potuto ereditare da Hong Kong, i cui cittadini, più di qualsiasi altro in tutta la Cina, erano in stretto contatto con l’occidente, su un piano di alta finanza e di commercio internazionale.

C’è da dire che gli inglesi, di cui Hong Kong era colonia dal 1842,dopo la prima guerra dell’oppio, prima di restituirla ai cinesi, hanno realizzato una frenetica attività di ammodernamento, spesso di opere faraoniche, una su tutte, il nuovo aeroporto, progetti che hanno fatto la fortuna di molte compagnie inglesi operanti nell’area.

E’ indubbio che i cinesi di Hong Kong avessero all’epoca una marcia in più dei propri connazionali e fatti nell’arte (filmografia, musica …), finanza e commercio alcuni dei “campioni” cinesi provengono non a caso da Hong Kong.

Ma per i Cinesi Hong Kong è stato anche il modo di mostrare al mondo, il nuovo stile ed approccio cinese. Infatti è noto come, al momento del passaggio, spaventati dall’idea dell’annullamento stesso di questo “paradiso” del Capitalismo, chi ha potuto se ne è andato.
I Cinesi hanno però sorpreso tutti e non solo non l’hanno “cancellata”, ma l’hanno copiata, esportando in tutto il paese il modello di Hong Kong, in particolare a Shenzhen e Shanghai, città che devono a ciò la propria vorticosa crescita dell’ultimo decennio.

Hong Kong con i cinesi ha quindi potuto continuare a svilupparsi, diventando la porta di ingresso verso la madre patria.
Da qui le celebrazioni che i cinesi stanno facendo da giorni e i programmi dedicati su tutti i canali cinesi che spiegano cosa sia Hong Kong. E’ una sorta di momento di Riconciliazione Nazionale, nel senso che tutti i messaggi dei programmi e degli spot, intendono dimostrare che tra Hong Kong e Cina ci sia stato un “gioco di squadra”, in quello che poteva essere un evento traumatico.

Sulle Tv Cinesi è trasmesso da tempo un lungo spot nel quale, parafrasando la metafora olimpica, si vede che la Cina “aiuta” gli abitanti di Hong Kong, disorientati, confusi, arrabbiati a ritrovare il “sorriso”, proprio attraverso questa loro nuova condizione, questa nuova “amicizia”, questo nuovo orgoglio nazionale condiviso.
Sul piano psicologico, il filmato centra in pieno quanto accaduto dopo il passaggio alla Cina ma ora per Hong Kong il futuro ruolo è tutto da valutare, anche perché proprio Shanghai sta prendendo, passo dopo passo, le stesse funzioni che Hong Kong aveva in esclusiva.

Di sicuro ha già ottenuto di diventare una sorta di Montecarlo per la Cina, con l’aggiunta, tutta cinese, del parco dei divertimenti di Disney. Ma cosa accadrà nel 2047, quando in ottemperanza dell’accordo Sino-inglese firmato il 19 Dicembre 1984, terminerà l’attuale “alta” autonomia di cui beneficia oggi?

L’accordo sottoscritto è molto interessante e stabilisce il principio di “un paese e due sistemi”.

Infatti la Cina su Hong Kong ha la responsabilità territoriale e quella degli affari esteri, mentre Hong Kong mantiene il proprio sistema legale, la forza di polizia, la propria moneta, una autonomia politica e di immigrazione e la propria presenza internazionale.

Non si fa fatica ad immaginare che quanto accaduto con Hong Kong potrebbe essere quindi, con buona approssimazione, quello che i Cinesi si augurano per Taiwan. L’esperienza decennale di Hong Kong è un chiaro messaggio lanciato anche per tranquillizzare i propri connazionali che potrebbe essere proprio così anche per loro

Una curiosità; il dipinto “dell’istantanea” della firma degli accordi sino-inglesi, dove si vedono assieme la Margaret Thatcher e Deng Xiaoping a Beijing, verrà venduta all’asta da Sotheby da una base d’asta di 6,8 Milioni di HK$. La prova che è stato un momento storico di indubbio valore economico.

mercoledì 18 luglio 2007

L'Università Italiana che si muove .... verso la Cina

Oggi su Affari Italiani:

Media digitali/ Milano, due master per diventare operatore della web tv, della tv digitale e dell'editoria 2.0

Rete mobile a 300 Mb/sec .. la rete del futuro è Giapponese...

NTT DoCoMo, il più grande operatore mobile giapponese, ha annunciato di essere entrata in fase di test per rilasciare entro il 2009, una rete mobile a 300 Mb/sec, 100 volte della attuale più veloce rete cellulare.

La situazione giapponese è indicativa anche per il mercato mobile mondiale, dove l'oramai saturo mercato voce, necessita di ripensare i business model degli operatori, tutti ora concentrati sul taglio delle tariffe, in una continua competizione al ribasso.

La NTT DoCoMo ha deciso di cambiare rotta e di competere per il futuro, concentrandosi sui servizi dati che necessitano di più larga banda. La notizia è interessante anche per un altro aspetto connesso.

Il mercato giapponese è per certi versi molto simile a quello cinese, il più grande mercato mobile al mondo, con quasi 400 milioni di cellulare già attivi.
Questa novità in casa NTT DoCoMo, risulterà molto probabilmente la strada che la stessa China Telecom intraprenderà nel futuro, saltando molte delle fasi degli sviluppi intermedi, avvenuti sul mercato mobile nel resto del mondo in questi anni.

Una ragione fondamentale che come sul mercato giapponese, anche il cinese è già caratterizzato per l'uso massiccio di video e audio.

Ma in Cina esiste un ulteriore aspetto legato al mobile, per quanto riguarda il business. Il cellulare rappresenta a tutti gli effetti un vero e proprio ufficio per molti dei cellulari attualmente in commercio, che quindi necessiterà di servizi web 2.0.

Un mercato enorme, che dal 2009 potrà diventare reale e su una banda che come quella annunciata da NTT DoCoMo saranno superati gli attuali colli di bottiglia delle più avanzate tecnologie 3G e consentire al mobile di competere / integrarsi in maniera più profonda con la internet tradizionale sui servizi professionali, oggi tipicamente audio e voce.

Libertà religiosa e Politica Cristiana (2)


Che la proposta fatta recentemente (leggi), di "una Chiesa ma di due sistemi", possa realmente essere l'unica strada percorribile per una concreta conciliazione tra Vaticano e Governo Cinese, lo si può ritrovare nelle modalità della recente nomina del nuovo vescovo di Beijing, come riassunte dal quotidiano korazym (leggi) e dalla Reuters (leggi)

Occhio al cartello (3)







martedì 17 luglio 2007

Occhio al Cartello!! (2)






lunedì 16 luglio 2007

Occhio al cartello!!!

















.... e tu ne hai qualcuno da inviare e da pubblicare?


Occhio al Cartello!!

(Pubblicato su Affari Italiani il 16 Luglio 2007)



Andando in giro per le strade cinesi capita spesso, vedendo un cartello, di non poterne comprendere il messaggio, rischiando di essere esposti ad un livello di pericolosità difficilmente immaginabile.

Ma se passeggiando vi trovaste di fronte a questo cartello, come reagireste?


In Cina è emergenza nazionale: Controllare tutti i cartelli!!

Con l’approssimarsi delle Olimpiadi del 2008 a Beijing e dell’Expo del 2010 a Shanghai, tutti i cartelli devono essere tradotti, per aiutare i visitatori o comunque controllati,.

Ma questo “Porting” di massa delle indicazioni dal cinese all’inglese, sta creando non pochi problemi al Governo Cinese se per le Olimpiadi, ha deciso di invitare ben 35 esperti stranieri, per controllare che in Beijing non ci siano situazioni, che possano risultare spesso imbarazzanti.

Ma la Cina non è nuova a emergenze linguistiche come questa.

Paese composto da 50 etnie diverse e relative lingue orali, tra loro del tutto incomprensibili, per un fatto che ha dell’incredibile, condividono invece una unica lingua scritta.

E’ un po’ come se in Europa potessimo avere una comune lingua scritta, a fronte delle diverse lingue orali dei diversi paesi!.

Il Cinese è già oggi la lingua più parlata al mondo e con la crescente importanza economica –politica della Cina negli scacchieri internazionali, lo sarà sempre di più.

Ma questo è stato anche possibile perchè, nel 1954, fu deciso di definire finalmente una lingua orale comune, il cinese che noi conosciamo, basato sulla lingua parlata a Beijing, il Putonghua.

Invece la storia della lingua scritta è lunga ben 4000 anni, con una data importante nel 1950, quando il governo cinese decise di creare una versione semplificata della lingua scritta.

Di fatto il cinese scritto è composto da circa 56.000 ideogrammi. Una cinese mediamente istruito, ne conosce a malapena 6.000 / 8.000. Per leggere un giornale, è necessario conoscere all’incirca 2.000 / 3.000 ideogrammi.

Ma nonostante questo massiccio intervento a livello nazionale di unificazione linguistica, ancora oggi le diverse lingue locali sono comunque molto diffuse e fortemente radicate. Per uno straniero oggi, per quanto bene conosca il “cinese ufficiale” orale, sarà impossibile comprendere i cinesi quando decidono di parlare nel loro “dialetto” locale. E spesso questo è il “trucco” con il quale si accordano, all’insaputa del “malcapitato” di turno!

Ma attenzione a chiamarli “dialetti”. Sono vere e proprie lingue, con una vera e propria dignità e storia anche secolare, tanto che ad esempio, al tempo della dinastia Qing, l’ultima dinastia cinese, la lingua ufficiale era il manchu, il “dialetto” della etnia a cui apparteneva la famiglia imperiale.

Ma nello stesso periodo a corte, si cominciò a diffondere un altro dialetto chiamato “guanghua” (lingua dei mandarini”).

In Cina è stato un po’ come da noi, dove è diventata lingua ufficiale quella parlata in una regione, la Toscana.

Ma nel processo di unificazione linguistica i Cinesi, rispetto a noi, hanno potuto beneficiare del “vantaggio” di avere una comune lingua scritta, usabile dappertutto: sottotitoli di tutti i programmi televisivi, karaoke, Internet, Mobile….

Ad una prima normalizzazione interna, è seguita poi una seconda tappa di “avvicinamento” alle lingue occidentali nel 1958, anno in cui fu adottato il Pinyin, in pratica scrivere il cinese utilizzando l’alfabeto romano.

Ad esempio Shang Hai è il PinYin di上海, il vero nome in cinese della città. Va sottolineato che Shang Hai significa letteralmente “Verso (Shang) il Mare (Hai)”. Quindi è errato scrivere Shangai, come spesso ho visto sui giornali italiani, anche quelli più importanti. Per un cinese letteralmente sarebbe come dire “verso l’amore”, in quanto “ai” può significare amore.

Ma l’introduzione del pinyin si è dimostrata una tappa molto ardua, tanto che ancora oggi è diffuso sostanzialmente solo nelle nuove generazioni e nelle classi abbienti. Quindi è del tutto normale che un cinese non riesca a leggere il pinyin ma solo il Cinese con gli ideogrammi.

La prova sono i tassisti di Shanghai, che nonostante i cartelli stradali siano tutti rigorosamente anche in PinYin, solo leggendo gli ideogrammi, sono in grado di comprendere la destinazione finale!

Ma nell’affrontare la questione dell’inglese, non basterà il Pinyin. Infatti i cinesi sono spesso in difficoltà per un altro ordine di motivi: il cinese non si può tradurre ma va “interpretato”.

Infatti non essendo una lingua alfabetica come la nostra ma ideografica, ogni ideogramma può raccogliere in sé un intero concetto.

Questo aspetto trova quindi difficile traduzione diretta nell’inglese e da qui le difficoltà per i cinesi nelle traduzioni, anche le più semplici, che alcune volte possono trasformarsi in involontarie ma esilaranti barzellette.
Qualche altro esempio? http://yibuyibu.blogspot.com/

ICE è piu' viCINA

(Pubblicato su Affari Italiani il 2 Luglio 2007)

Nei giorni scorsi a Roma si è svolto il 1° forum dedicato alle PMI Italiane e Cinesi.Un passo importante e concreto, come sottolineato dalla Ministro Bonino, per cercare di dare un forte impulso nel cercare di riequilibrare il nostro deficit delle esportazione verso la Cina (5,7 Mld di euro contro i 18 Mld di Euro cinesi), attraverso lo sviluppo delle attività in Cina delle PMI.

Con l'apertura formale di un canale diretto tra ICE e l'omologa CCBCC (China Center for Business Cooperation and Coordination) in grado di incrementare lo scambio di informazioni e delle co-attività, finalmente molte più imprese italiane potranno esportare verso la Cina le proprie produzioni e sfruttare la forte crescita del mercato interno cinese.

Il contemporaneo potenziamento degli uffici ICE in Cina, con l'apertura di quello di Tianjin, consentiranno inoltre alle imprese italiane, notoriamente piccole se non piccolissime, di avere, ove necessario, sempre più vicina la presenza delle istituzioni italiane, a supporto dell'intraprendenza imprenditoriale.

In particolare va sottolineato che la funzione dell'ICE è fondamentale per un paio di aspetti sostanziali.

Il primo è quello di predisporre una sempre migliore piattaforma di relazioni tra Cina ed Italia, in grado di semplificare, facilitare le imprese Italiane nella propria azione in Cina.

Ma forse la seconda è ancora più importante: cercare di incentivare le interazioni e le cooperazioni tra le imprese, in modo da favorire la creazioni di nuove economie di scala tra le diverse imprese, attraverso co-azioni e iniziative che non le lascino isolate nel proprio agire.

Per capirci: il futuro delle imprese italiane, soprattutto sui nuovi mercati, dovrà essere quello di unire gli sforzi, magari anche creando ex novo imprese e consorzi tra le diverse aziende, in modo da presentarsi in Cina ben più solidamente di come fino ad ora hanno fatto.

L'ICE può aiutare le imprese nel conoscersi e permettere così agli imprenditori di valutare nuove strade in comune, per progetti di crescita sul mercato cinese, così come può introdurle ai potenziali partner stranieri.

E' una funzione importante, decisiva affinché l'Italia torni a competere costruendo nuove e più concrete offerte di mercato che basandosi sul nostro “Made in Italy”, consentano di conquistare sempre maggiori spazi sul mercato cinese.

Ma gli imprenditori devono dimostrare di crederci, andando oltre gli “interessi di bottega”, in modo che nelle liste ICE, non obbligatorie, siano presenti tutte le realtà agenti sul mercato cinese.

Se oggi non tutte le imprese sono in queste liste, non è colpa dell'ICE o dei suoi funzionari, ma delle singole imprese e degli imprenditori che nel solito ma oramai datato approccio individualistico, non segnalano spesso la propria presenza all'ICE, non consentendole così di fornire un sempre maggiore e attivo supporto per le azioni future.

Occorre quindi che gli stessi imprenditori italiani cooperino, affinché le informazioni in possesso dell'ICE siano le più complete possibili, in modo che nelle relazioni con la Cina, la struttura che ci rappresenta tutti, possa avere ancora maggiore capacità di "persuasione" nelle azioni bilaterali con i Cinesi.

E chi sa come agiscono i Cinesi, sa perfettamente che senza questa concreta “massa critica” a supporto, è difficile che il singolo imprenditore o consulente dell'imprenditore, possa arrivare ad avere reali e concreti risultati nel tempo.

Insomma il "fai da tè" in Cina è meglio lasciarlo da parte. E' l'approccio di fine '900 non più adatto alle sfide della globalizzazione e del confronto tra nazioni nello sviluppo dei nuovi mercati.

Ora l'Ice è più vicina. Occorre preservarla, aiutarla. E' un patrimonio comune a noi tutti che merita attenzione e che può essere migliorata, giorno dopo giorno, con il contributo di tutti.

venerdì 13 luglio 2007

Shanghai International Film Festival: “Nero” Italiano

(Pubblicato su Affari Italiani il 27 Giugno 2007)

Domenica scorsa si è concluso il “10° Shanghai International Film Festival”. I Cinesi intendono trasformare questo appuntamento sempre più in una delle più importanti vetrine mondiali del cinema, alla pari di Cannes e Venezia, quale porta di ingresso al crescente mercato cinese ed Asiatico.

I cinesi in questo sono eccezionali, perché quando pensano e fanno una cosa, prendono come riferimento il meglio in circolazione. In questo caso però, viste anche le difficoltà fino ad ora incontrate dalla ben nota Bollywood indiana, costretta a fare la propria ultima cerimonia di premiazione in Inghilterra, risulta difficile immaginare che nel breve, questo obbiettivo possa realizzarsi.

La propensione internazionale non basta metterla nel titolo, occorre un “taglio” internazionale di quella vista l’altra sera, dove, in uno stile hollywoodiano, tutti gli ospiti erano però locali e l’inglese era solo di facciata.

Preme sottolineare che andare al cinema in Cina costa troppo caro, in particolare per i film stranieri, dove il prezzo del biglietto è pari a quello pagabile in Europa, cosa che solo in pochi realmente possono permettersi. Non stupisce quindi il proliferare del mercato delle copie.

Ma tornando al Festival di Shanghai, noi Italiani possiamo essere orgogliosi. Nei cinema cinesi, in queste settimane, sono stati proiettati i nostri “cavalli di battaglia”, uno su tutti: “I soliti ignoti”.

Quindi possiamo dire che questo evento sia stato un ulteriore momento, per proseguire nel percorso di avvicinamento tra le due culture, sul piano cinematografico, se non fossimo incappati nella “solita” Cucinotta.

Presente nella giuria del concorso, preferita a maestri “veri” del cinema, quali lo stesso Monicelli, pur di passaggio da Shanghai, la Cucinotta, che scopriamo essere anche produttrice, ha rappresentato l’emblema alla scarsa propensione del cinema italiano alla internazionalizzazione.

Se volete farvi una risata, andate a leggervi la sua presentazione sul sito della Festival di Shanghai.

Comunque, nella cerimonia dell’altra sera, gli oscar Cinesi per intenderci, al momento del suo ingresso, assieme a due attori cinesi, ha esordito con un “Buona sera, sono Maria Grazia Cucinotta ..” da fare tremare le vene ai polsi.

Sembrava fosse di passaggio sul palco e quindi presa alla sprovvista, un fatto inspiegabile per una attrice che dichiarava recentemente le sue ambizioni verso Hollywood e in cerca di registi cinesi per il suo futuro asiatico.

Incredibilmente non ha usato nemmeno un semplice Ni Hao (Ciao) fatto che avrebbe dato un grande significato al suo saluto, magari non come Kennedy ai Berlinesi, ma almeno la faceva sembrare meno una “turista per caso” in Cina, come l’altra sera.

In una parodia da “commedia all’italiana” in presa diretta, i due attori cinesi hanno poi continuato a seguire un canovaccio, tanto che periodicamente la cercavano con lo sguardo, nel tentativo di “girare la palla” ad una impietrita Cucinotta che oltre al sorriso non andava.

Ma il meglio doveva ancora venire. L’attrice cinese che forse aveva capito il “dramma umano” che stava vivendo la Cucinotta sul palco, al momento della lettura del vincitore di categoria, presa da un momento di umanità tutta cinese, ha “letteralmente lanciato” la scheda alla sempre più impietrita Cucinotta, affinché ne desse lettura in inglese.

Doppiamente sorpresa, l’attrice Made in Italy, ha iniziato una lettura stile “Lista della spesa a Hollywood”, perdendo di schianto il “leggiadro” sorriso, fino ad allora stampato in viso e riuscendo finalmente ad annunciare il vincitore.

Fossi il vincitore, la “denuncerei” per aver fatto “impallidire” la ben più celebre Sophia Loren agli Oscar di Benigni.

Per il futuro, su un mercato emergente ed enorme come quello cinese, forse sarà meglio introdurre attori o attrici italiane ben più “attrezzati” a rappresentare il cinema italiano nel mondo, altrimenti noi rischiamo una spirale qualitativa al ribasso che ahimè la Cucinotta rappresenta.

Qui non basta un candido sorriso e un fisico che tante Cinesi invidiano. Servono “numeri” e contenuti, almeno in inglese, in grado di essere di qualche interesse per gli spettatori cinesi.

Dopo questa bella “rappresentazione”, in diretta televisiva Cinese della nostra “memorabile 007”, più simile a quella che in gergo televisivo, si definisce “nero”, mi è venuta in mente la ben diversa recente performance a Londra di Luca Barbareschi nel Musical “Chicago”, che ha recitato, ballato totalmente in perfetto Inglese. Altra categoria.

Il cinema (e il teatro) Italiano non è per fortuna solo la Cucinotta! E in futuro i Cinesi potranno scoprirlo da soli, speriamo presto.

Invito quindi registi e produttori italiani a seguire rapidamente l’esempio di Tarantino che ha annunciato che i prossimi sequel di “Kid Bill” saranno girati proprio in Cina o la stessa Disney che ha realizzato il prossimo Film in Cina in coo-partnership con i cineasti Cinesi.

E’ il momento di esportare la nostra cultura “contaminando” quella cinese con coproduzioni sino – italiane che possono avere mercati enormi su cui contare.

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giovedì 5 luglio 2007

Libertà religiosa e politica cristiana.

(Pubblicato su Affari Italiani il 5 Luglio 2007)

Ieri sera a Roma, Magdi Allam ha lanciato una manifestazione sul tema “Salviamo i Cristiani”.

In particolare Berlusconi, presente alla manifestazione, ha sottolineato che quando era al governo, l’azione di “pressione” sulla Cina sul tema, fu fatta su input della stessa Santa Sede.

L’impressione che se ne trae dalla Cina è che ieri, i promotori e i partecipanti alla manifestazione, abbiano fatto un pò di confusione tra “persecuzione religiosa”, quella vera e la situazione cinese.

In Cina i cristiani, in quanto tali, non sono perseguitati proprio da nessuno.

E’ la Chiesa Cattolica che non viene riconosciuta.

A prima vista, sembra essere la stessa cosa, se vista con i principi e le basi stesse della nostra fede. Ma se riflettiamo un attimo con gli occhi e soprattutto la mente cinese, si capisce che fa invece una bella differenza.

I Cinesi e il governo cinese sono Laici, nel senso profondo del termine.

Non hanno quindi nulla contro le diverse e sono molte, religioni attive in Cina.

Il vero problema, lo stesso per quanto riguarda il Tibet e il suo Dalai Lama, lo hanno con quelle organizzazioni umane, la Chiesa appunto, che richiamandosi, ispirandosi ai valori religiosi, organizzano strutture e gerarchie che i cinesi percepiscono come strutture politiche terrene.

Per capirci: per i cinesi la Chiesa non è altro che uno Stato con un proprio sovrano al comando, il Papa.

Occorre sottolineare che i cinesi, per quanto riguarda la politica estera, cercano da sempre di non ingerire negli affari interni degli altri stati sovrani. Nel contempo, sistematicamente, non gradiscono che altri stati possono condizionare in qualche modo gli affari interni cinesi.

La Chiesa, con la propria struttura piramidale che fa riferimento esplicito ad un capo di stato esterno, dai governanti cinesi è quindi percepita come un elemento potenzialmente destabilizzante gli equilibri interni cinesi, quando ad esempio, nella procedura di incarico di un vescovo, oggetto del contendere, di fatto “giura” fedeltà al Papa.

I cinesi quindi non perseguono i contenuti religiosi dei cristiani e il suo praticarsi, tanto che sponsorizzano una rete di chiese cristiane i cui vescovi sono “fedeli” al governo cinese, ma chi, usando i contenuti religiosi, intenda introdurre un primato terreno assoluto, diverso dal governo centrale cinese: quello del Papa.

Quindi, mentre in Medio Oriente, è realmente una lotta tra religioni, in Cina è solamente una questione politica.

Una soluzione non potrà essere quindi che di tipo politico e in questa sede mi azzardo a proporne una.

Parafrasando il caso di successo di Hong Kong, ai cinesi si potrebbe proporre, per un periodo di 50 anni ad esempio, una intesa bilaterale basata sul principio: una chiesa, due sistemi.

I cinesi fino ad ora, si sono sempre irrigiditi, perché temono che la chiesta possa tramare o essere strumento al fine di destabilizzare il potere politico centrale.

Se per un periodo “umano” lungo, 50 anni appunto, ma storicamente ridicolo, si riesce ad iniziare quel percorso, dove la chiesa opera in maniera totalmente autonoma, “tranne che nelle questioni di incarico gerarchico, dando ai cinesi il diritto di veto alla nomina”, accettando concretamente di cooperare su questo tema con il governo cinese, i cinesi non avranno più nulla da temere e non potranno che accettare questo periodo di “transizione”.

La mediazione e la creazione di fatto di una “unica chiesa cinese” che riunisca sia quella attuale ufficiale, che quella attualmente in clandestinità, consentirebbe ai fedeli finalmente di praticare, senza essere più accusati di essere potenzialmente dei fomentatori di chissà quale rivolta e quindi rischiare la propria vita.

Solo quando i cinesi avranno compreso realmente, sul piano pratico e per parecchi anni, quello che il Papa nell’ultima lettera ai cinesi esorta, cioè che la Chiesa non ha altra funzione che quella della pratica religiosa, allora una convivenza tra i due poteri terreni sarà possibile, senza più alcuna restrizione.

Tra il nessun accordo, come ora e una graduale “mediata” pacificazione, sicuramente in Cina, la strada per una coesistenza in pace è paradossalmente più semplice che in altri territori, dove gli estremismi religiosi (Medio oriente ad esempio), quelli si, non danno spazio all’intelligenza della mediazione politica, nella quale oltretutto i cinesi sono dei veri campioni.

Centinaia di milioni di cinesi sono alla ricerca di nuovi valori e sensi della vita, in risposta alla sempre più e troppo frenetica vita attuale. La fede cattolica può aiutarli a trovarli e viverli nella propria quotidianità.

Privarli di questa opportunità è forse ben più grave che voler continuare a ribadire l’assoluto primato della Chiesa cattolica, in quanto struttura umana, portatrice si di quei valori cristiani, gli stessi che i cinesi non fanno fatica ad apprezzare ma che non possono abbracciare, perché politicamente sconveniente.

La Chiesa deve evitare in Cina di essere strumentalizzata o diventare strumento politico come avvenne nel Sud America con la “teologia della liberazione”, la stessa che Benedetto XVI, nel suo recente viaggio in Brasile, ha precisato essere “un periodo chiuso”.

Se però non verrà trovata rapidamente una mediazione, con l’attuale eccezionale crescita economica, in Cina continueranno sempre più a proliferare una predicazione spirituale tradizionale, fatta però in chiave protestante, fenomeno del resto già esplosivo negli USA, fatto che continuerebbe a lacerare, ancora di più, le basi stesse della “unità universale” della chiesa.

mercoledì 4 luglio 2007

La Cina NON ha oscurato il Papa

..contrariamente a quanto detto da alcune agenzie e come pubblicato su Rainews24, il sito del Vaticano (e relativa lettera) NON è stato MAI oscurato… E’ pericoloso, in momenti come questi, che qualcuno faccia sensazionalismo di bassa lega con notizie false, confidando che la Cina è lontana… notizie che alimentano frizioni non utili per il futuro.